Gerolamo Cardano

(Riccardo M.)
Il Rinascimento italiano è ricco di personaggi poliedrici. Uno di essi, e più di altri, è   Gerolamo Cardano (Pavia, 24.1.1501-Roma, 21.9.1576), medico, filosofo, astrologo e matematico.

A meno di tre anni, Gerolamo contrae la peste dalla sua balia. Guarito, la sua famiglia si trasferisce da Pavia a Milano, in via Arena. All’età di 8 anni già lavora con il padre, lo aiuta a portare pesanti libri a casa dei suoi clienti. Il padre, Fazio, che insegnava medicina, era a sua volta un bel personaggio, tra l’altro citato da Leonardo da Vinci nel “Codice Atlantico” a proposito di un libro di matematica.

Leggiamo dal sito summagallicana.it:

“(Girolamo) a sedici anni impara a usare le armi, a cavalcare, a nuotare e diviene abilissimo nel gioco delle carte, dei dadi e degli scacchi…… A Pavia gira di notte per la città con la faccia coperta da un velo nero e con il pugnale alla cintura: un’abitudine che avrebbe mantenuto per tutta la vita. Gli interessi verso l’occulto stanno ormai prevalendo. Nel 1521 compra da uno “sconosciuto” un Apuleio in latino, lo legge durante tutta la notte e il giorno dopo ha imparato a leggere e scrivere in latino. Quasi contemporaneamente impara nello stesso modo il greco, lo spagnolo e il francese (solo per la lettura)”.

Un geniaccio, insomma. Nel 1526 si laurea in medicina a Padova e in quegli anni, per mantenersi (non era di ricca famiglia) ricorre spesso al gioco, una passione che “…. lo porta a scrivere in volgare il “De ludis”, un libretto dove si affrontano per la prima volta i problemi matematici della teoria della probabilità”.

 

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Nel 1530 Cardano conosce e sposa Lucia. Intorno alla metà del secolo viaggia molto (Norimberga, Parigi, Londra, Edimburgo), divenendo conosciuto e apprezzato in ogni parte d’Europa. Nelle sue opere c’è di tutto. Il “De subtilitate” (1550) tratta di fisica, astronomia, metalli, pietre, piante, animali, uomini, scienze, arti, miracoli, demoni, Dio e universo.

La sua fama è legata soprattutto all’invenzione, geniale e rivoluzionaria, del “giunto cardanico”, applicato per la prima volta nel 1548 nella carrozza dell’Imperatore del Sacro Romano Impero Carlo V.

La sua vita è tuttavia sempre assai travagliata, anche per causa delle vicende che travolgono intorno al 1560 il figlio Giovanni Battista (accusato di uxoricidio) e che minacciano di trascinarlo. Nel 1562 Gerolamo è perfino in prigione, inquisito per le sue idee poco ortodosse. Finisce i suoi giorni a Roma, dove Papa Gregorio XIII, che era stato suo collega alla Università di Bologna, gli ha intanto assegnato una pensione. Se lo porta via, per curioso destino, la stessa peste che lo colpì da bambino, e chiude gli occhi il 20 settembre del 1976, circa tre anni dopo la data che egli stesso aveva previsto per la sua morte.

Ho detto che Gerolamo Cardano si è occupato di tutto nell’arco della sua vita, e ho citato gli scacchi e il gioco in genere. Interessante quindi, alla fine, conoscere quella che era la sua opinione sul nostro gioco. Era questa (da “L’Italia Scacchistica” n. 824, 6/1974):

“Nel gioco degli scacchi il desiderio della vittoria, unito alla consapevolezza che ogni speranza è riposta nella sola abilità, costringe all’attenzione, al ragionamento e alla prudenza. Insomma, questo gioco presenta il non trascurabile pregio di moderare un temperamento precipitato e costituisce una vera cura sulla via dell’assennatezza”.

Nel “De vita propria” (la sua autobiografia, pubblicata postuma a Parigi nel 1643 e poi tradotta in italiano) leggiamo, come riportato qui nel capitolo XIX, dedicato a “Scacchi e dadi”:

“Può darsi che io non sia degno di essere elogiato in nulla ma è certo che merito di essere biasimato per essermi dato al gioco degli scacchi e dei dadi senza sapermi imporre alcun freno. Mi sono dedicato per parecchi anni ad entrambi i giochi: agli scacchi per più di quaranta, ai dadi per circa venticinque e in tanti anni ho giocato, mi vergogno a dirlo, ogni giorno. Così ho dilapidato contemporaneamente la mia reputazione, il mio tempo e il mio denaro. Non c’è nessuna attenuante che possa essere avanzata a mia discolpa, a meno che qualcuno non voglia sostenere che non si trattava tanto di amore per il gioco quanto di odio per tutto quello che mi costringeva a dedicarmici: calunnie, offese, povertà, la tracotanza di alcuni, il mancato riconoscimento dei miei meriti, il disprezzo di cui ero oggetto e la fragilità della mia salute; conseguenza di tutto questo è stata l’aver perduto tanto tempo in modo indecoroso. Ne è prova il fatto che non appena ho potuto assumere un ruolo degno di me ho abbandonato quelle occupazioni.
Nel mio libro dedicato al gioco degli scacchi ho scoperto parecchi problemi notevoli ma alcuni tuttavia, tra un’occupazione e l’altra, sono andati perduti ed otto o dieci non mi è stato possibile recuperarli; superavano veramente per difficoltà ogni capacità umana e l’averli individuati sembrava cosa impossibile. Ricordo questo per invitare le persone interessate a tale genere di argomenti, nelle cui mani oso sperare che cadranno le mie carte, ad aggiungere ad esse una parte finale o un’introduzione”.

Orbene, sappiamo che “De vita propria” è del 1575, ovvero un anno prima della morte. Sappiamo anche che Cardano si trasferisce a Roma, da Bologna, nel settembre 1571, sotto la protezione di Papa Pio V. Il 13 maggio 1572 ad assumere il Papato è Gregorio XIII e nello stesso anno il grande Ruy López de Segura viene a Roma in visita dal Papa. Qui Ruy López gioca contro Leonardo da Cutro, il “Puttino”, che sconfigge nuovamente com’era già accaduto nel 1560 sempre a Roma.

Potremmo quindi chiederci se Papa Gregorio XIII abbia dato notizia al Cardano di questa visita e di questo match. Tale particolare pare non emerga da nessuna parte, e ciò va forse collegato al rigetto che, purtroppo, nel vecchio Gerolamo era, come abbiamo appena letto, ormai subentrato nei confronti dei suoi “vizi” giovanili.

Peccato. Un incontro fra due dei più grandi giocatori del secolo (Ruy López e Leonardo da Cutro) con la genialità poliedrica di Gerolamo Cardano sarebbe stato il massimo per gli storici degli scacchi. Ma forse questo incontro fu soltanto sfiorato.

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“Il giuoco del flusso”

Si accennava ai giochi di carte. In “Liber de ludo Aleae”, scritto intorno al 1530, egli aveva parlato con entusiasmo della variante francese del “Giuoco del Flusso”, che si svolgeva con sole tre carte: un Asso, il Due e una Figura: “…. fluxus, qui fit cum tribus chartis; Gallicus est pulcherrimus, nam unum cum figura, vel cum binario efficit XXI ….”. Nella stessa opera Cardano citava altri giochi di carte: Gilé, Quaranta & Trentuno, Bassetta gioco dei disperati, Criccone. E poi, tra i giochi di abilità: i Trionfi, i Trionfetti, la Sequenza, i Tarocchi con sequenza, il Cento, la Trappola, la Ronfa, la Scaltara. Quasi tutti questi sono scomparsi, di alcuni non sappiamo pressoché nulla.

Altrove ancora, in particolare nell’autobiografia “De vita propria” (da lui scritta in latino e da un certo cavalier Vincenzo Mantovani tradotta in “volgare italiano” come “Vita di Girolamo Cardano milanese”), il nostro, come sopra accennato, scriveva sugli scacchi:

“Dalla prima giovinezza in poi fui smodato amatore del giuoco degli scacchi, ai quali debbo l’essere venuto in conoscenza del principe di Milano Francesco Sforza, non che l’amicizia di parecchi de’ più illustri gentiluomini. Avendomi però gli scacchi occupato assiduamente per lo spazio di quarant’anni o poco manco, non potrei mai esprimere, con parsimonia di parole, quanto essi cagionassero scapito alle mie domestiche occorrenze. Direi tuttavia che più ancora dello scacchiere mi nocquero i dadi, pel giuoco dei quali non dubitai fare da maestro ai figliuoli e rendere spesso la casa un ospizio di biscazzieri”.

Qui troverete altre notizie su di lui.

Chiudo riportando le parole dell’amico Claudio Sericano nella sua “La grande storia degli scacchi”: “…. (Cardano) era solito giocare contro un suo giovane servitore, tal Ercole Visconti. Giocava spesso con in palio denaro “con quanto sperpero delle mie risorse non è facile dire”. Nell’estate del 1542 vinse molti zecchini al nobile patrizio milanese Antonio Vicomercato. Scrisse anche un libro sugli scacchi andato perduto. Propose di riprodurre tipograficamente i diagrammi di scacchi facendo uso di pezzi mobili anziché ricorrere alle xilografie com’era d’uso all’epoca, e suggerì inoltre di tratteggiare le case nere “a mo’ di cancello”, anticipando di secoli i moderni diagrammi”.

Gerolamo Cardano. Un notevole e singolare personaggio, un genio senza dubbio alcuno. Resta una domanda: in quali mani sono finiti i suoi scritti di scacchi? Sono davvero irrimediabilmente tutti perduti o distrutti? Chissà? Lettori, guardate bene in fondo alle vostre librerie, soppalchi, bauli o cantine: potreste anche avere la fortuna d’imbattervi nella “scoperta del secolo”!

P.S.: Questo articolo di Riccardo è stato pubblicato nello “Yearbook 2018” dell’ASIGC. La redazione ringrazia Adolivio Capece e Maurizio Sampieri.

 

2 thoughts on “Gerolamo Cardano

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  1. La prima cosa che mi è venuta in mente leggendo il cognome del personaggio, che non conoscevo, è stata l’associazione con la trasmissione cardanica utilizzata dalla Moto Guzzi e dalla Bmw per alcuni modelli di motociclette da loro prodotte. La cosa che mi ha sempre incuriosito è che vengono meno i classici pignoni, catena e corona sostituiti dal cardano, esente da manutenzione e molto più silenzioso. Ora scopro che c’è un nesso tra il motociclismo e gli scacchi, tramite un personaggio vissuto secoli fa! Sicuramente non un personaggio comune, ma una sorta di genio polivalente, che tra le tante attività si è letteralmente consumato con gli scacchi e non solo. Allora viva il Rinascimento, viva gli scacchi e viva le moto!

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