Era tempo di scacchi per Villa Pamphilj

(Riccardo M.)
Roma, Villa Doria Pamphilj. Questo gioiello seicentesco, sito nei pressi del Gianicolo, ha avuto ed ha, in realtà, ben poco a che vedere con il nostro gioco. Ma non ai miei occhi, perché fu proprio nei suoi giardini che per la prima volta partecipai ad una gara di scacchi. Eravamo nel 1973, se non ricordo male. L’eco della grande sfida tra Fischer e Spassky aveva risvegliato un discreto interesse nella città. All’Università mi parlarono di un torneo domenicale, nella Villa Pamphilj, all’aperto e aperto a tutti. Decisi, per curiosità, di prendervi parte. E poi era una buona occasione per visitare la Villa, da pochi mesi in larga parte accessibile al pubblico.

(nella foto di apertura, Villa Algardi con il giardino segreto)

Sapevo scarsamente di scacchi. Soprattutto non mi rendevo conto (dopo aver seguito il lungo match mondiale) di come un intero torneo potesse esaurirsi in poche ore. Nemmeno avevo mai visto dal vero un orologio per scacchi. Lì giunto mi spiegarono che era un torneo “lampo”. Capii come le cose funzionavano soltanto alla fine della prima partita, allorché il mio avversario, che aveva riflettuto molto più a lungo di me, mi fece notare che avevo perso “per il tempo” (infatti dimenticavo quasi sempre di premere l’orologio dopo la mia mossa). E non andarono troppo meglio nemmeno le partite successive. Ma il colpo d’occhio sulla lunga fila di tavolini leggeri e pezzi pesanti pericolosamente ondeggianti sul prato mi parve suggestivo.

E quello fu un duplice contatto decisivo, perché il destino non solo volle che io mi occupassi abbastanza di scacchi in anni successivi, ma volle pure che nel 1995 mia moglie ed io venissimo ad abitare non lontano da Villa Pamphilj e che io da quella data m’innamorassi profondamente anche di questo luogo, che è luogo unico al mondo.

Permettetemi, pertanto, di lasciare per qualche minuto gli scacchi in un cassetto e parlarvi della Villa e del grandioso Parco.

“…. la Villa Pamphilj, che si rimira nelle sue fonti e nel suo lago tutta graziata e molle, ove ogni boschetto par chiuda un nobile idillio, ed ove i balaustri lapidei e i fusti arborei gareggian di frequenza” (così Gabriele D’Annunzio , in “Il Piacere”, 1889).

Qualche anno prima (1878) questo scriveva della Villa il dotto avvocato Ignazio Ciampi, parlandoci della storia di Roma intorno alla metà del Seicento:

La magnificenza classica, l’indispensabile arredo, direi, d’una famiglia nobile romana era la villa, che doveva stendersi per molto spazio di terreno, coprirsi di ombre, suonare d’acque, ridere di giardini, splendere di palagi dove prima era l’umile vigneto”,

e ancora: “… non poteva bastare un boschetto a difendere dai raggi ardenti del sole una piccola comitiva, ma era una larga sala o una lunghissima via di folti alberi a raccogliere le schiere di magnati, di porporati, di dame che, o dovevano passeggiarvi o raccogliervisi a colloqui or gravi or rumorosi, o esilararsi nei giochi frivoli del tempo…”,

e poi ancora: “piacevano le strade coperte di alberi giganteschi, le valli con gli alti pini, i labirinti custodi di arcani amorosi, le fontane zampillanti, gli ippodromi per le corse dei cavalli, i tempietti consacrati a Diana e Cerere, gli acquedotti, i laghi, i giochi d’acqua, i padiglioni d’edera…

Villa Pamphilij (1)

Villa Pamphilj, la tenuta di campagna dell’omonima famiglia, è il più grande parco romano. I primi cenni storici risalgono al 1630, quando il principe Pamphilio Pamphilj acquistò una vigna per circa 4.000 scudi. Man mano fu ampliata e arricchita, specie per iniziativa, a partire dal 1644, di Camillo Pamphilj, nipote di Papa Innocenzo X. E’ situata sul Gianicolo, il colle dedicato a Giano (che, al contrario di quello che si pensa comunemente, non è uno dei sette colli di Roma, i quali stanno tutti ad oriente rispetto al corso del Tevere).

La Villa ci è giunta integra nella sua originaria struttura e ben conservata, benché divisa in due parti nel 1960, quando si decise di farla attraversare dalla via Olimpica. All’interno s’individuano ancora i tre settori che un tempo la formavano: la “pars urbana” con il palazzo, il teatro, i giochi d’acqua e i giardini, la “pars fructuaria” con la pineta e la limonaia, la “pars rustica” con la tenuta agricola. Alla “pars urbana” lavorarono architetti di grande fama come Alessandro Algardi, poi Lorenzo Bernini e Francesco Borromini, più tardi Gabriele Valvassori.

Villa Algardi è collegata da un comodo viale ghiaioso alla più modesta Villa Corsini, che è oggi sede di una mostra- museo permanente dedicata al Teatro. Questa strada si chiama Viale del Maglio. Se non è dato sapere quanto la nobiltà romana dell’epoca si dedicasse agli scacchi, per certo sappiamo che uno dei suoi passatempi preferiti era proprio il gioco del Maglio, o “Palla al maglio”.

Eppure il Seicento era stato il secolo di Giulio Cesare Polerio, di Gioacchino Greco, di Alessandro Salvio, di Pietro Carrera, illustri personaggi della storia degli scacchi. Di loro, almeno il Polerio (come scrive Adriano Chicco) soggiornò a lungo in Roma, fra il 1606 e il 1610, alla corte del principe Jacopo Buoncompagni. E Vi si fermò due anni (1619-20) anche il Greco. Ma Roma, per gli scacchi, evidentemente non volle essere mai “capitale”.

Villa Pamphilij (2)

Vediamo, allora, per curiosità, come l’Enciclopedia Treccani descrive la “Palla al maglio”:

Gioco affermatosi in epoca rinascimentale, ma d’origine antichissima, se ne trova traccia in molte opere letterarie. Tra i primi ne parlò in Italia Antonfrancesco Grazzini detto ‘il Lasca’ nel Canto di giocatori di palla al maglio (1559). Gli attrezzi richiesti erano un maglio e una palla di legno. Il maglio, un mazzuolo di legno dal manico lungo, veniva adoperato afferrandolo con le due mani sovrapposte e, dopo una rotazione, percuotendo con esso la palla con notevole forza. Il gioco consisteva in prove di destrezza o di distanza. Conosciuto e praticato in tutte le città italiane, se ne faceva risalire l’origine ai romani.

Gioco di corte, riservato ai nobili e d’obbligo nelle feste patrizie, si diffuse rapidamente in Francia con il nome di “mail” (uno dei campi più celebri si trovava alle Tuileries, commissionato da Luigi XVI che ne era un appassionato). Nel 17° secolo la moda della palla al maglio sbarcò in Inghilterra dove il gioco venne ribattezzato pall-mall incontrando un enorme successo, tanto da dare il nome al quartiere che ospitò il primo campo. Diede poi origine ad alcuni degli sport più tipicamente britannici: il cricket, il croquet, il golf. Furono proprio gli inglesi a modificare il mazzuolo, dandogli forme meno rigide, ma più confacenti alle nuove regole che andavano stabilendosi, mentre la palla ‒ anche ai fini di attutire gli effetti dei colpi ‒ venne ricoperta da una superficie in panno.

Caduto ormai quasi del tutto in disuso, sono stati dimenticati anche i nomi degli esercizi che il gioco prevedeva: rouet (giro del campo nel minor numero di colpi); passe (a squadre di quattro o sei giocatori); chicane (gioco in aperta campagna e su terreno accidentato); big shoot (sfida tra due concorrenti impegnati a raggiungere la distanza maggiore).

Il Lago del Giglio
Il Lago del Giglio, maggio 2017: un lago naturale in pieno centro cittadino!

Proprio su queste colline, dove a fine Seicento si giocava a “palla al maglio”, fu scritta nella primavera del 1849 una delle pagine più sanguinose del nostro Risorgimento, con i durissimi scontri fra le preponderanti truppe francesi del generale Oudinot, invocate dal Papa, e quelle, volontarie e garibaldine, accorse a difendere strenuamente la Repubblica Romana. Alcune targhe e i nomi dati ai viali verso Porta San Pancrazio ancor oggi ricordano quegli eventi e i loro eroi: Largo 3 giugno 1849, Viale del Battaglione della Speranza.

Gli ultimi ampliamenti di Villa Pamphilj risalgono al 1882, con la costruzione di serre calde per la coltivazione di frutti esotici. Nel 1939 iniziò l’attività di esproprio da parte del comune, conclusa nel 1957. Alcune parti della villa furono aperte al pubblico nel 1965, dal 1972 il parco è quasi interamente percorribile. Fa eccezione, a parte il “Casino del Bel Respiro”, la selvaggia zona denominata “Valle dei Daini”.

E anche la “pars rustica”, grazie a mirati miglioramenti avvenuti fra gli anni 60 e 80, è oggi divenuta un gioiello sotto l’aspetto naturalistico. Ammirevole è qui un laghetto, attraversato da un ponte pedonale in legno, sorto nel 1965 nella parte occidentale della villa a seguito della bonifica di una zona acquitrinosa.

Tuttavia c’è molto ancora da valorizzare e sistemare e ripristinare, e non è solo mia l’impressione che in questo senso l’attività del comune negli ultimi anni sia stata, purtroppo, meno assidua ed efficace che in passato. Tra l’altro sono scomparse o illeggibili quasi tutte le insegne in metallo che descrivevano le principali specie botaniche, le statue ed altre opere. Manca altresì un moderno sistema d’irrigazione, la qual cosa ha causato nel tempo la sparizione di svariate specie arboree più piccole.

La villa è incredibilmente ricca di acque e di fontane, purtroppo ai nostri giorni non tutte attive. La più nota è quella del Giglio (il giglio era il simbolo araldico della famiglia Pamphilj), opera dell’Algardi. Le acque che escono dalla Fontana del Giglio percorrono un canale, ricco di getti e cascatelle, che alimenta il Lago del Giglio, di origine naturale (!), che ha un piccolo isolotto al centro dove, d’inverno, svettando sui rami altissimi di un Taxodium Disticum (o “Cipresso calvo delle paludi”), trascorre lunghe ore indisturbato l’airone cinerino.

Oltre ad essere visitato, fra novembre e febbraio, da alcuni uccelli migratori, il piacevole specchio d’acqua è ricco di anfibi e di pesci (carassi, carpe, persici e gambusie, grandi divoratrici di zanzare ed insetti). Sulle sue rive, sempre in attesa di ricevere cibo dagli sparuti visitatori, possiamo ammirare una coppia di cigni reali, germani reali, numerose anatre domestiche, tartarughe, gallinelle d’acqua, folaghe e svassi.

Nel cielo colombi, corvi, cornacchie e tanti coloratissimi pappagalli tropicali (parrocchetto monaco” e “parrocchetto dal collare”), che da alcuni anni hanno trovato il loro rifugio nella folta pineta storica (centinaia esemplari di “pinus pinea”) ma che non è raro vedere davanti casa quando vengono a maturazione arance e mandarini o se, soltanto, si lascia di notte la frutta sul nostro balcone.

Nelle zone più selvagge della villa si possono con un po’ di fortuna avvistare anche il gheppio e la volpe. Purtroppo, sembra scomparso lo scoiattolo (invece presente in numerosi esemplari in Villa Borghese, fra i secolari platani intorno a Piazzale dei Cavalli Marini). Ci sono poi, fra i boschetti e i ruderi agricoli della “pars rustica”, almeno tre colonie di simpatici gatti europei randagi, per lo più rossi e bianchi.

Le specie arboree esistenti sono innumerevoli e fanno del parco un sito raro e di assoluto pregio per ogni amante della botanica: alloro, cipresso, pino, leccio, cerro, olmo, salice, olivo, ippocastano, quercia, acero, magnolia, frassino, gelso, agave, palma, platano, pioppo, eucalipto, faggio, pero selvatico, tasso. Sempre più diffusi e invadenti sono gli inestricabili intrecci delle piante di mora (rubus ulmifolius).

Laghetto pars agricola
Il grazioso laghetto sorto nel vecchio settore acquitrinoso della “pars agricola”

Ma ci sono anche delle specie particolarmente rare in Italia: Cicas (originaria del Giappone), Araucaria (dall’Oceania), Sequoia (California), Avocado e Nolina (Messico), Brugmansia (Cile, con gli enormi fiori bianchi chiamati “tromboni d’angelo”), Acero palmato rosso (Giappone), Albero dei Cervi (Kentucky), Salice tortuoso, Gingko Biloba e Canfora (Cina), Caco americano (Nord America), Noce del Caucaso (Iran), Nastro di Bush (Isole Salomone).

Ragguardevoli sono i due esemplari, giganteschi, di Cedro del Libano, albero originario delle montagne della Siria.

Dalle immagini (agosto 2012) si può avere un’idea della vastità della villa. Tanto per dare qualche riferimento, Villa Pamphilj si estende per 184 ettari, quindi non troppo meno, ad esempio, dell’intera cittadina di Portofino, che ne conta 260. Le sue mura perimetrali misurano quasi 10 chilometri!

Dalle stesse immagini s’intuisce come la villa non sia un primario punto di ritrovo e di riferimento per i romani, che non hanno, evidentemente, o non hanno più come nel ‘600, quell’amore e quella cultura per il verde e la natura e l’arte dei quali abbiamo sentore in altre città, ad esempio Londra, i cui parchi costituiscono una delle attrattive principali per i turisti e per i cittadini. Eppure per l’ingresso in Villa Pamphilj (di ingressi ce ne sono oggi ben dieci) non si paga un centesimo e la sola area non accessibile è quella del “Casino del Bel Respiro”, o Villa Algardi, attuale sede di rappresentanza della Presidenza del Consiglio (ma ci sono visite guidate gratuite, ogni sabato mattina da settembre a giugno). Qui in villa solo qualche mamma con i bambini, qualche pensionato, qualche “dog sitter”, qualche bella ragazza-atleta scampata alla più consueta palestra e qualche irriducibile corridore o camminatore dotato di bastoncini da sci. Non mancherete certo di incontrare qui qualche straniero, e questo potrebbe essere perfino (a proposito di racchette), la grande tennista americana Venus Williams, che è solita venirci a correre in maggio, quando lei è in città per gli Internazionali di tennis. Più folla, naturalmente, alla domenica.

Il periodo migliore per visitare Villa Doria Pamphilj è la parte iniziale della primavera, quando il lilla dell’infiorescenza dei giovani faggi e il verde splendente dell’erba più alta spalmata di pioggia creano un quadro fantastico, uniti al bianco dei prati ammantati di milioni di piccole margherite dai petali compatti come cristalli di neve.

Villa Pamphilij (3)

Ma io preferisco ancor più l’autunno avanzato, allorché dal freddo Nord il nostro airone scende a ritrovare questa incredibile terra, quando tutti gli animali si fanno più guardinghi e silenziosi, e quando i giochi del sole e della nebbia, nell’umida alba e nel rapido tramonto, filtrano incerti tra la malinconia e la vegetazione, avvolgendo con dolcezza il sonno della natura nelle sue romantiche culle di color giallo ed ambra.

Un altro cerchio si è compiuto. Le ombre di Lady Mary Talbot, contessina di Shrewsbury, e del suo sposo, il principe Filippo Andrea Doria Pamphilj Landi, hanno lasciato da tempo Villa Algardi, le stanze di Palazzo Corsini, le Serre e il Giardino del Teatro. Sono uscite dalla villa attraverso il monumentale, grandioso “Arco dei Quattro Venti”. Anche stasera possono essere richiusi tutti i dieci cancelli della Villa. I pappagalli tropicali sono rientrati nei loro nidi prima del solito ed i beneauguranti e scaltri corvi hanno già portato il loro pane a San Paolo.

Non possiamo aspettare di più, non manca più nulla, oramai. O meglio, no, sento che una cosa manca ancora. Manca un altro tempo per gli scacchi, per rinnovare antiche sensazioni ed assopite emozioni.

(Tutte le fotografie appartengono all’autore dell’articolo)


AGGIORNAMENTO

La presente è la rivisitazione di un articolo che scrissi per il blog “Soloscacchi” nel 2012. Purtroppo fra il 2012 (quando per la prima volta prendevo questi appunti e scattavo alcune delle foto che sopra avete visto) ed oggi, 23 ottobre 2018, le bellezze naturalistiche e artistiche della Villa, a causa dell’intensificarsi della insufficienza dei preposti servizi del Comune, stanno andando incontro ad un triste degrado, indegno per una capitale.

Tra l’altro è stato abolito un servizio di guardianìa e a partire dall’inverno 2017-2018 non è più in funzione, a parte un bar, alcun servizio pubblico essenziale (ne esistevano almeno 4 o 5 e la loro chiusura/sparizione è inconcepibile per un parco che è vasto, con i suoi 184 ettari, quanto una piccola città) …. 

Voragini sono non di rado provocate da perdite di acqua da vecchie tubazioni, quest’ultime  insidiosamente emerse insieme a cavi di altra natura a far rischiare cadute a passanti e ciclisti…. L’acqua piovana ha scavato pericolosi canyons nei sentieri terrosi più ripidi e non curati…. Gli addetti ai giardini sono sempre in minor numero…. Diversi percorsi sono ormai impraticabili…. Gli alberi non vengono quasi mai potati e sono un pericolo nei giorni ventosi…. La siccità dell’estate 2017 ha cancellato diverse piante e facilitato alcuni incendi…. Gran parte delle palme sono state uccise alcuni anni fa da una malattia (il punteruolo rosso), ma il loro tronco è rimasto lì…. La sporcizia aumenta di giorno in giorno…. Le panchine di legno sono semidistrutte dal tempo e dall’incuria, con chiodi arrugginiti pericolosamente sporgenti…. I cartelli che segnalavano le specie botaniche più significative sono scomparsi o illeggibili…. Il “Giardino del Teatro” e le sue splendide seicentesche fontane sono ormai pietosamente degradati e irriconoscibili …

La situazione sta precipitando negli ultimi tempi. Un esempio: da una fontanella pubblica che il Comune ha sostituito nell’aprile scorso è uscita per mesi dell’acqua che dopo alcuni minuti diventava di spiccato colore giallo (cosa che ho potuto segnalare al Comune ai primi di settembre), ma soltanto la scorsa settimana l’erogazione è stata interrotta. Eccola:

Il Lago del Giglio e gli animali che vi vivono (pesci, anatre, cigni reali, aironi, gallinelle d’acqua ed altri) stanno soffrendo e sono a rischio sparizione a causa delle sempre più frequenti interruzioni di afflusso dell’acqua, dal momento che, a monte, la Fontana del Giglio, che lo alimenta, è spesso inattiva; ed è così che migliaia di topi vagano indisturbati sulle rive fra i cadaveri delle povere tartarughe. Dei vandali hanno tra l’altro massacrato varie statue (decapitandole) e fontane, peraltro già in precario stato, anche profittando dell’assenza di un serio servizio di vigilanza, senz’alcun rispetto per i dannunziani “balaustri lapidei”.

Credo che in ogni importante città europea un grandioso parco come quello di Villa Pamphilj, ricco di vestigia storiche e di bellezze botaniche, per di più quasi in pieno centro, costituirebbe il fiore all’occhiello per la città, e sarebbe probabilmente oggetto di “visite guidate” al suo interno, fonte pertanto anche di introiti per il Comune a fronte delle spese per il suo mantenimento. Da noi a Roma no, da noi nulla di questo, forse neppure ci si pensa (è ben comodo non pensare e non agire ….) 

Villa Pamphilj, come del resto altre ville e parchi della città, non fa che rappresentare oggi l’assenza di un programma concreto di conservazione e sviluppo dei tesori di arte e natura della nostra città: un patrimonio, naturalistico, artistico e anche turistico, che la crescente incapacità, inattività e miopia delle autorità comunali (apparentemente sempre più piene soltanto di demagogia e inadeguatezza culturale) rischia di far disperdere irreparabilmente.

Tornerà un altro “tempo degli scacchi” per Villa Pamphilj? Chissà!

5 thoughts on “Era tempo di scacchi per Villa Pamphilj

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  1. Che bel articolo che trasmette l’amore per questo bellissimo parco che non merita l’abbandono in cui purtroppo versa!

  2. Una magnifica esposizione delle bellezze e delle problematiche di un luogo meraviglioso che andrebbe fatto rinascere a nuova vita

    1. Andrea, ti ringrazio e conto di intrattenervi presto su altre bellezze di questa città.
      Ciao!

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