Uno Scacchista

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

Scacchi italiani per scacchisti italiani

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(Riccardo M.)
La curiosità storica e documentaristica ci spinge a riportare integralmente un articolo apparso su “L’Italia Sacchistica”, n.3 anno XXV, datata 15 marzo 1935 (anno XIII), a firma di tal G.A.Salvetti. L’articolo in questione aveva esattamente il titolo del nostro di oggi (ma ben altri fini ..).

Per le figure proposte dal Salvetti per i pezzi “italiani” e per altri particolari e approfondimenti vi rimando al bell’articolo di Roberto (“Gli scacchi autarchici”) uscito qui da noi nel marzo dello scorso anno.

Orbene, ricordo anzitutto che già dal 1925 il regime fascista aveva lanciato una campagna annuale per l’incremento della produzione cerealicola; con il decreto legge del gennaio 1929 si obbligarono poi le amministrazioni pubbliche all’acquisto di soli prodotti nazionali; nel settembre del 1931 venivano alzati notevolmente i già alti dazi doganali; a partire dal 1935 si aveva ormai un controllo statale di tutte le importazioni (“onde liberarsi il più possibile delle servitù straniere”), il che spiega perché perfino nel gioco degli scacchi si prestasse attenzione alla provenienza dei legnetti da spostare sulla scacchiera.

Le antenne attente della storica rivista (che allora era l’organo ufficiale dell’ASI) non potevano non recepire immediatamente la nuova “variante”.

Mia nonna mi raccontava che in tempo di autarchia aveva imparato a fare i dolci senza zucchero, a sostituire il the col karkadè, il caffè con la cicoria raccolta di persona nei prati (l’abitudine gli rimase per anni anche dopo la guerra); mi raccontava che si vendevano nei mercatini delle ciabatte con suole di sughero sardo e che i più avventurosi potevano perfino provare le nuove scarpe in pelle di rospo (niente cuoio!) prodotte dalla Ferragamo. La Snia Viscosa si era invece inventata il “lanital” per sostituire la lana, mentre iniziavano a circolare camicie e pantaloni di cafioc (un mix di ginestra e canapa da utilizzare al posto del cotone). Ci si arrangiava, insomma, come si poteva. A qualcuno stava bene, a qualcun altro, come mia nonna (che faceva la sarta e doveva combattere ogni giorno con lanital e cafioc), un po’ meno.

lanital

Ma torniamo ai nostri sospirati legnetti italici e al loro mentore Salvetti. Ecco quindi le sue parole, molto interessanti e significative:

“Se i cultori del “bel gioco” nel nostro Paese usano pezzi di fabbricazione straniera, ciò non avviene per insulsa preferenza verso i prodotti di oltr’Alpe, ma per il semplice fatto che, salvo piccole produzioni locali, non si fa in Italia una pubblicazione bastante ed a buon mercato.

Questa situazione ha logiche spiegazioni che ci limitiamo ad accennare: decadenza degli scacchi in Italia dopo il XVIII secolo; conseguente minor domanda dei pezzi ed implicito abbandono della fabbricazione; infiltrazione di gusti e foggie straniere, con progressiva adozione dei pezzi francesi, poi, negli ultimi 40 anni, di quelli inglesi.

Tali pezzi stranieri non sono davvero senza difetti. I francesi, alti e allampanati, pèccano di instabilità sulla scacchiera e di uniformità nelle sàgome; gli inglesi, ben fatti se pur leziosi, sono anch’essi discosti dalle nostre tradizioni, specialmente nella forma dell’Alfiere, pel quale la mitria del vescovo-conte non ha traccia da noi.

L’artigianato italiano non ha finora potuto, per la mancanza di macchinario apposito connessa alla scarsa domanda, fabbricarci scacchi a prezzi neppur vicini a quelli di concorrenza del prodotto straniero.

Ma ecco due fatti che debbono portare ad un rovesciamento della situazione.

Il primo è il passaggio dell’ASI e dipendenti sodalizi all’Opera Nazionale Dopolavoro. L’OND, per quanto si dice, apprezzando il valore altamente educativo degli scacchi, pare abbia in animo di preparare attraverso l’ASI quel risveglio e quel risollevamento che il nobil gioco si mèrita e che tanto è atteso dai suoi affezionati cultori, estendendone la pratica in ogni sezione dopolavoristica.

Il secondo fatto è rappresentato dalla nuova disciplina delle importazioni, che porta la necessità di emanciparsi dal prodotto straniero. Non, ben inteso, che la piccola importazione di scacchi influisca sulla bilancia commerciale: ma, come princìpio, bisogna smetterla col comprare fuori ciò che possiamo fare in casa nostra.

Un progetto di sviluppo del gioco in estensione implica d’altronde la possibilità di fornire su larga scala pezzi nazionali di mite costo.

E’ indubbio che i nostri ottimi artigiani debbano agevolmente riuscire a produrre a prezzo conveniente dei nuovi pezzi, solidi, semplici e che, pur nella modernità della sàgoma, si connettano alla forma tradizionale italiana.

E d’altra parte darebbe desiderabile che l’ASI, prescelto ed approvato un tipo, perseguisse una unificazione, stabilendone l’adozione e l’uso regolamentare in tutte le manifestazioni scacchistiche e per tutti i cultori del gioco.

Presentiamo intanto un esempio di nuovi pezzi, modello “Italia”, studiati in forme e proporzioni semplici, solide, stabili. Abbiamo ridato all’Alfiere il coronamento dell’elmo a becco di pàssero, ripudiando senz’altro la mitria del “bishop” ed il cappuccio a sonagli del “fou”.

Tali pezzi (per cui pende brevetto) potranno agevolmente fabbricarsi in tutte le grandezze, sia in stampi, con prodotti della cellulosa, galalite, galakerite, o con gomma, o fibre vulcanizzate; ma più specialmente ed a buon prezzo nella materia tradizionale, il legno, ed in questo caso si potrà anche fare a meno di appesantirli col piombo, resultando molto in basso i rispettivi centri di gravità.

Alla Direzione de “L’Italia Scacchistica” l’esaminare l’idea e, approvandola, realizzarla e lanciarla, proponendola all’ASI per la generalizzata adozione”.

Giocattolo

 

Eh, caro Salvetti, a mia nonna piaceva la polenta, ma a mio nonno piaceva anche …. l’ananas, non ci avevi pensato?

A questo punto, però, è ora che vi andiate a leggere (o a rivedere) l’ottimo articolo di Roberto Cassano che ho sopra citato, per ammirare i disegni di quei pezzi “autarchici” e per vedere come finì questa storia.

Ma intanto una domanda, messer Salvetti: ogni Paese dovrebbe giocare con i propri legnetti autarchici? E i tornei internazionali? Come la mettiamo? Forse ogni giocatore userà quelli del proprio Paese, cosicché io muoverò sulla scacchiera i miei bianchi italici e il mio avversario francese i suoi neri “allampanati”? Io manovrerò i miei solidi alfieri “dall’elmo a becco di passero” e il mio avversario francese il “cappuccio a sonagli” dei suoi?

Beh, insomma, a parte gli scherzi e per concludere, di legnetti nostrani non ce n’erano tanti in circolazione nel 1935, dal momento che quasi nessuno li fabbricava; con quelli stranieri era meglio non giocare …. E allora? Non potendo rimpiazzarli (come accadeva per la tombola) con lenticchie o fagioli, si capisce di conseguenza perché nelle case italiane si giocava raramente, perché di campioni quasi non si vedeva l’ombra, perché di tornei internazionali se ne organizzavano pochi o niente e perché di risultati se ne vedevano (con la eccezione della Clarice Benini) ancor meno.

E poi, in fondo, parliamoci chiaro, se a scacchi si è già bravi, si può pure giocare “alla cieca”, senza i legnetti! Del resto ogni tempo (e ogni luogo) ha le sue “pecche”, come sussurrava un grande ….. peccatore!

2 thoughts on “Scacchi italiani per scacchisti italiani

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