Uno Scacchista

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

Ricordo di Giorgio Porreca

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(Riccardo M.)
Se a voi chiedessero di fare un solo nome, quello di una sola persona che istintivamente vi fa accostare agli scacchi, o che vi ha fatto appassionare al gioco, o che nel mondo degli scacchi ammirate o avete ammirato o seguito più di chiunque altro, quale nome fareste?

Avrete capito, dal titolo, il nome che farei io. Sì, perché Giorgio Porreca è colui che, pur avendolo io visto di persona solo pochissime volte (in alcune occasioni del Torneo del Banco di Roma), ha contribuito a far sì che mi affezionassi al nostro gioco e che ritornassi ad interessarmene in età più che matura dopo aver ritrovato, nei miei scaffali di libri semi-abbandonati, una super-ingiallita copia del suo indimenticabile “Libro completo degli scacchi”, scritto a quattro mani con il notissimo storico Adriano Chicco ed edito per la prima volta nel 1959 per i tipi della “Ugo Mursia editore”.

Inimitabile era la presentazione di quel lavoro di Chicco e Porreca. Ne riporto l’ultimo capoverso: “Non ci illudiamo che il libro, nella sua molteplicità di argomenti, risponda pienamente allo scopo che ci eravamo prefissi. I 32 personaggi che si muovono sulla scacchiera, molto spesso agiscono per conto loro, sfuggono al controllo di chi si illude di manovrarli con piacere. La favola di Bontempelli, dei pezzi degli scacchi che si muovono liberamente nella scacchiera riflessa nello specchio, ha molto di vero. Preghiamo il lettore, perciò, di non arrestarsi di fronte ai primi termini ostici, alle prime parole di colore oscuro; se ciò accadesse, i 32 personaggi se ne fuggirebbero di nuovo nello specchio, incontrollati e liberi. Occorre leggere, e poi rileggere: allora soltanto i 32 pezzi ritorneranno ordinatamente sulla scacchiera, e risponderanno obbedienti alla loro signora e padrona, che è l’intelligenza”.

Acquistai l’edizione 1973 di quel volume di 554 pagine fresco di stampa; allora frequentavo l’Università e non mi ero mai troppo interessato agli scacchi, a parte la parentesi del celebre match del 1972 fra Spassky e Fischer. Ma quella presentazione mi colpì; io di “termini ostici” e “di colore oscuro” ero abbastanza pratico, “leggere e rileggere” non solo non mi spaventava, ma mi incuriosiva. Ebbene, quel volume era di una chiarezza espositiva sbalorditiva, le 100 pagine del “libro primo” (cenni storici) perfettamente si armonizzavano con quelle della parte seconda (la partita), mentre la parte terza era dedicata alla composizione e allo studio. Il gioco erede del “lusus latrunculorum” mi aveva ormai definitivamente catturato. Bravissimi Chicco e Porreca: ancora resto loro debitore e sarò loro riconoscente per sempre.

Quel libro, inoltre, pare abbia avuto una incubazione particolare, dal momento che nel 1958 l’editore Ugo Mursia, volendo con gli scacchi coprire un settore ancora sguarnito, aveva avuto come prima intenzione quella di rivolgersi a giocatori o studiosi stranieri. Fu soltanto l’intervento dell’allora Presidente della FSI, il conte Giancarlo Dal Verme, da qualcuno per fortuna interpellato, che la scelta di Mursia cadde alla fine sui due nostri bravissimi personaggi, l’avvocato genovese Chicco ed il professore napoletano Porreca.

Giorgio Porreca era nato a Napoli il 30 agosto del 1927. Imparò il gioco a 13 anni frequentando l’”Accademia Scacchistica Napoletana”. Istruito da saggi maestri (quali Gaetano Del Pezzo), crebbe rapidamente e conquistò i Campionati dell’Accademia ininterrottamente dal 1944 al 1948. Fra il ‘46 e il ‘49 si fece le ossa giocando (e ottenendo alcuni secondi posti) a Roma, Parma, Savona, Firenze e Bologna. A fine 1949 il primo successo: a Napoli, davanti ai maestri Sacconi e Del Pezzo, e addirittura col 100% dei punti! Non stupì quindi la sua vittoria, alcuni mesi dopo, al 13° Campionato Italiano a Sorrento (dopo spareggio tecnico con Engalicew), quando automaticamente poté fregiarsi del titolo di maestro.

Un aneddoto a proposito di questo torneo. L’unico quotidiano italiano che riportò la notizia del successo del napoletano Giorgio Porreca fu all’epoca, e non a caso, il “Corriere di Napoli“. Ma l’articolista, che non doveva essere troppo pratico del gioco, scrisse così: “Nel torneo svoltosi a Sorrento dal 25 marzo ad oggi il Porreca ha conquistato la vittoria con 9 punti su 12 partite, superando di stretta misura Engalicew di Roma, che ha realizzato lo stesso punteggio sul medesimo numero di partite giocate: Porreca però ha impiegato minor tempo” (!)

Diversi furono i tornei ai quali prese parte negli anni successivi, e con ottimi risultati, fino ad ottenere l’ambito titolo (allora molto significativo) di “maestro internazionale” nel 1957. Nel 1960 vinse il torneo di Imperia. Nel frattempo aveva riconquistato il titolo italiano nel 1956 a Rovigo, ed aveva partecipato alle tre edizioni delle Olimpiadi del 1950 a Dubrovnik, del 1952 ad Helsinki (in prima scacchiera) e del 1956 ad Amsterdam. In tutto si difese con onore, considerate le alte scacchiere, con uno score positivo di: +17 =11 -15.

Vinse tre volte il campionato italiano a squadre: nel 1960 con i colori dell’Accademia Scacchistica Napoletana, nel 1969 e 1970 con quelli del Circolo Scacchistico Centurini di Genova.

Negli anni che fecero seguito al “libro completo degli scacchi”, Giorgio andò sempre più diradando le sue partecipazioni ai tornei, via via che questi non erano più compatibili con i suoi numerosi impegni professionali, didattici e di scrittore sempre più di successo. Ricordo bene come negli anni Settanta, quando si parlava di lui, si parlava come de “il Porreca”: “cosa dice qui il Porreca?”, “l’ho trovato sul Porreca!”. Infatti i suoi numerosi lavori erano diventati un po’ come un prezioso orticello di notizie e di informazioni da consultare.

E così videro la luce: “La partita ortodossa” (1963), “Studi scacchistici” (1967), “il Manuale teorico-pratico delle aperture” (1971), “la Difesa Francese” (1977) e, ultimo nel 1984, “la Partita Italiana”, che lui volle dedicare alla memoria dell’editore Ugo Mursia il quale era nel frattempo (1982) deceduto.

Giorgio Porreca era uomo colto quanto modesto, dai modi affabili e genuini. Era laureato in lingua e letteratura russa, e le insegnava. Nel 1961 aveva soggiornato per qualche tempo a Mosca. Da qui avrebbero preso spunto alcune sue traduzioni ed edizioni italiane di famosi testi russi. Ad esempio: di Grigorjev “i finali di scacchi” (1965), di Koblentz “La carriera di Mikhail Tal” (1967), di Romanovskij “il centro di partita” (1968).

Non dimentichiamo poi, o forse soprattutto, che negli anni ’70 Porreca decise di entrare nella redazione del periodico “Scacco!”, che si stampava a S.M. Capua Vetere. Fu così che a Napoli, anziché nella consueta Milano di Mursia, videro la luce (per le edizioni “Scacco!”) altri suoi lavori: “Anatoly Karpov” (1975), “La partita di Re” (1979) e “La variante Paulsen” (1979). Nel 1980 Giorgio assunse la direzione della rivista, portandovi le sue indubitabili qualità, a partire da articoli di cultura e da alcune certosine ricerche e traduzioni dal russo.

Collaborò inoltre, mediante la cura di rubriche, con alcuni fogli o periodici, in particolare con il quotidiano “il Tempo” e con il settimanale “L’Espresso”, oltre che, ovviamente, con “L’Italia Scacchistica”. E sempre vi si riscontrava la sua magistrale chiarezza e lucidità espositiva, senza che mai apparisse pretenzioso e pesante.

Un ritaglio della rubrica su “il Tempo” del 1978

Si comprende, pertanto, come il Porreca debba essere considerato tra i massimi esponenti italiani del pensiero che vedeva (e vede) negli scacchi il prevalere dell’aspetto culturale/storico su quello prettamente agonistico.

Tutti i suoi ragguardevoli compiti ed interessi, di conseguenza, lo portarono negli anni ’60 e ’70 a stare un po’ lontano dal gioco attivo e a dedicarsi più che altro a quello per corrispondenza, dove vinse per ben sette volte (nel 1957 e poi fra il ’66 e il ‘73) il titolo di campione italiano, un record mai superato. Anche in questo campo lui portò ben alto il nostro tricolore, dal momento che, con la sua quinta piazza al IX Campionato del mondo, seppe essere il primo italiano a diventare Maestro Internazionale sia a tavolino sia per corrispondenza.

Giorgio Porreca morì nella sua Napoli il 5 gennaio del 1988, lasciando la moglie e due figli. Non aveva ancora compiuto i 65 anni.

Alvise Zichichi ricordava la sua amabilità, unita a “quel suo solito fare un po’ burbero. Sergio Mariotti, che lo conobbe da giovanissimo e lo incontrò sulla scacchiera la prima volta a Napoli, ne menziona ancor oggi i suoi portamenti seri e allo stesso tempo modesti e sempre disponibili al confronto delle idee.

Nel 2014, per le “Edizioni Napoli Arte”, fu pubblicato un lavoro di Achille Della Ragione e Carlo Castrogiovanni, dal titolo “Il maestro dei maestri della scacchiera: Giorgio Porreca”. Al volume contribuirono scritti e ricordi di vari scacchisti e giornalisti napoletani: Dario Cecaro, Giacomo Vallifuoco, Ernesto Iannaccone, Umberto Sodano, Pietro Pastore, Paolo Soprano, Guglielmo Fumo, Pasquale Colucci, Francesco Maria Sergio, Claudio Gatto, Gian Paolo Porreca, Adolfo Mollichelli.

Suo nipote Gian Paolo così vi ricordava lo zio: “un sogno ribelle, ma dolcissimo, quello di Giorgio Porreca. La sua severità, e la sua carezza – ce lo ricordano gli altri – in quel gesto nel muovere un pezzo sulla scacchiera. E la solitudine gentile, lui che aveva bruciato le tappe di campione d’Italia nei primi anni ’50, di un uomo che al mondo ed alla vita non avrebbe mai offerto un’altra faccia. No. La sua, con i baffi o senza, il suo sorriso per destinazione, era la faccia migliore che abbiamo conosciuto”.

Il suo allievo di un tempo Ernesto Iannaccone vi descriveva la sua “…. figura alta, seria, pacata, con lo sguardo impenetrabile ma sorridente nascosto dietro grandi occhiali spessi, che si fermava per qualche istante a osservare la mia partita prima di procedere verso gli altri tavoli”. E poi ricordava in particolare che lo sentì “ ….parlare con rimpianto di una partita persa con Bronstein (Belgrado 1954), dove il giocatore russo aveva, in una Caro-Kann, giocato la paradossale 11..Ag8, e dove lui aveva rinunciato, forse per timore reverenziale, a operare il sacrificio vincente 17.Aa6, che, lasciando in presa ben due pezzi bianchi, dava il via a un furioso attacco sul re nero!”.

E così continuava il bel ricordo di Ernesto Iannaccone: “Amava il gioco brillante e non esitava a ricorrere ai sacrifici, avendo appreso la lezione di Tal, che gli scacchi sono energia, prima che materia. La nota più caratteristica che emergeva dalle sue partite, e che affiorava di tanto in tanto nel suo sorriso enigmatico, era il senso dell’umorismo, unito a un certo gusto per il paradosso. Le sue partite erano paradossali, mai equilibrate, e i suoi pezzi compivano acrobazie impensabili, finendo per trovarsi in caselle apparentemente a loro estranee, ma da dove esercitavano un’influenza imprevista e quasi magica, il più delle volte decisiva”.

Ernesto, infine, ben descriveva alcuni spunti che indirizzarono Giorgio verso il gioco per corrispondenza: “la natura di Giorgio era riflessiva, piuttosto che impulsiva; per questa ragione egli non amava troppo il gioco lampo, mentre nutriva una vera passione per il gioco via corrispondenza. Quella modalità lenta esaltava le sue caratteristiche di gioco e in particolare la sua capacità di andare al cuore delle posizioni, fino a pervenire alla loro verità più intima”.

Lento, sì, era lento, ma lento e determinato. In verità è una tendenza dei giovani del nostro tempo, e non soltanto nel campo dello sport degli scacchi, quella di raggiungere al più presto determinati obiettivi, di bruciare le tappe, a volte perfino di cercare scorciatoie rapide e troppo ripide.

Giorgio Porreca saggiamente indicava invece un’altra strada, quella della riflessione, del sacrificio (ma non nel significato tecnico/scacchistico!), la strada della disciplina e dello studio. Era una strada che lui aveva ben intravisto, ad esempio, nella carriera dell’ex campione mondiale Anatoly Karpov e che, appunto parlando di Karpov nel libro a lui dedicato, così spiegava ai lettori:

la capacità di disciplinarsi … in funzione dei doveri morali che l’arte scacchistica comporta può essere assunta ad esempio da tutti quei giovani che sognano di diventare anch’essi campioni, non importa se in una ristretta cerchia di amici coetanei o in quella più ampia della società scacchistica”.

Questa società non ha che da ringraziarti, amico Giorgio!

2 thoughts on “Ricordo di Giorgio Porreca

  1. Credo che Porreca sia stato, anche, se non l’autore almeno uno dei principali redattori della monografia “La difesa Caro Kann”, sempre edizioni Scacco! uscita negli anni ’70.
    Qualcuno può confermare?

    1. Grazie, Mauro, per la tua interessante osservazione.
      Certamente lo è stato, dal momento che Giorgio era il Direttore della rivista “Scacco” e che quella monografia del 1977 (come del resto la sua ‘presentazione’) non è firmata da nessuno ma venne curata (così si legge) dalla Redazione della rivista medesima.

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