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I bambini prodigio vincono sempre la prima. Tranne Fischer.

(Riccardo Moneta)
Avete mai fatto caso alle biografie dei più grandi giocatori della storia degli scacchi? Quasi tutti hanno imparato il gioco da bambini, a casa, da mamma o da papà (una delle eccezioni fu Emanuel Lasker che pare all’età di 20 anni ancora non conoscesse il nostro gioco). E poi quasi tutti, sorprendentemente, alla loro prima (o quasi) partita seria in un circolo hanno meravigliato battendo un forte giocatore adulto.

Il primo nominativo che mi viene in mente è Paul Morphy (nato nel 1837 a New Orleans), che non solo aveva un papà che gli insegnò il gioco quando aveva 10 anni (eh, sì, a quei tempi si era meno precoci di oggi…), ma aveva un accanito scacchista nello zio Ernest e nel nonno materno: Morphy a casa sua era circondato dagli scacchi! E il primo giocatore di rilievo che giocò contro Morphy fu il maestro ungherese Johann Lowenthal, che infatti perse con lui a New Orleans un mini-match per 0,5 a 1,5 e che parlò poi di quelle due partite scrivendo meraviglie del bambino-prodigio.

E così accadde per un altro figlio delle Americhe, Josè Raùl Capablanca (nato nel 1888 a L’Avana), che a 4 anni seguiva le partite del padre e lo rimproverava quando sbagliava mossa! Al primo incontro serio, un tredicenne Capablanca superò niente meno che il campione cubano Juan Corzo.

E così (quasi) accadde per un altro bambino-prodigio, Robert Fischer (nato nel 1946 a Chicago): anche lui imparò il gioco in famiglia, a 5 anni (i tempi nuovi, eh?), grazie alla sorella che nella drogheria vicino casa gli aveva comperato, oltre ad un gioco di scacchi, anche un Monopoli ed un Parcheesi (gioco con i dadi di origine indiana e particolarmente in voga negli Stati Uniti all’inizio del ‘900). Bobby, per nostra fortuna, scelse gli scacchi come sua passione.

Ma ricordo però che, a differenza di altri grandi, lui non ingranò tanto facilmente agli inizi. Riporto le parole di Al Horowitz nel suo “The World Chess Championship” (1973): “… sua madre scrisse ad Hermann Helms, l’allora ottuagenario redattore scacchistico dello scomparso “Daily Eagle”, chiedendo la cortesia di esser messa in contatto con altri giovani scacchisti che potessero far compagnia a suo figlio. Helms rispose informandola che stava per aver luogo una esibizione simultanea presso la biblioteca pubblica di Brooklynn da parte dell’ex campione scozzese Max Pavey. Fischer giocò e non resistette per più di un quarto d’ora…. Negli anni immediatamente successivi giocò presso il Brooklyn Chess Club, dove fece progressi regolari anche se non spettacolari”.

Max Pavey

Max Pavey (1918-1957) era un maestro di scacchi americano, di Boston, ma visse in gioventù in Scozia, dove si laureò in medicina e dove era nel frattempo divenuto (1939) campione scozzese di scacchi. Si trasferì a New York poco prima dell’inizio della seconda guerra mondiale. Fu un giocatore (oggi purtroppo quasi dimenticato) niente affatto di secondo piano. Nel 1953 fu secondo dietro Donald Byrne nel Campionato statunitense e nel 1954 batté Paul Keres in un match USA-URSS. Morì a seguito di una leucemia conseguente all’esposizione, sul lavoro, a materiale radioattivo. La sua fama è più che altro legata a quella partita in simultanea del 1953, contro il bambino Bobby di 7 anni, tuttavia nel 1956 Pavey seppe di nuovo sconfiggere Fischer, ma in un incontro regolare al Chess Manhattan Club. Questa la partita:

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Insomma, forse Bobby Fischer non aveva il bernoccolo degli scacchi, e la sua carriera fino all’apice mondiale del 1972 fu soprattutto il frutto di una straordinaria forza di volontà e perseveranza. Meno male che seppe insistere, e non tornare al Monopoli o al Parcheesi, altrimenti non avremmo mai avuto certe gemme che seppe regalarci. Queste gemme sono pressoché tutte arci-note. Ne ho trovate un paio, senza dubbio minori, che forse non tutti conoscono e che mi fa piacere presentare.

La prima è stata giocata alle Olimpiadi di Varna del 1962 contro un avversario della Mongolia. Il M.I. Andrew Soltis narrò in proposito un aneddoto: Bobby prima di iniziare a giocare non aveva capito chiaramente il nome del suo antagonista, sbirciò pertanto il formulario mentre l’avversario scriveva; ma invano, perché la calligrafia era incomprensibile; guardò il cartellino, ma pare fosse scritto in cirillico; allora decise di scrivere sul suo formulario: White-Fischer, Black-“A mongolian”.

Sulle 64 caselle, invece, a non capirci troppo fu il suo malcapitato avversario, Sharav Purevzhav, il cui Dragone venne spazzato via da Fischer in pochi tratti.

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E passiamo ad un’altra posizione.


Ruben Shocron (1921-2013) era un giocatore argentino, abbastanza temuto agli inizi degli anni ’50, poi emigrato negli anni ’60 negli Stati Uniti. Qui la prima mossa del Bianco è in verità abbastanza spontanea.

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