(Uberto Delprato)
Mai fare l’errore di classificare un giocatore secondo schemi rigidi! Con l’ovvia premessa che ciò vale in generale per chiunque anche al di fuori degli scacchi, non è mai corretto associare in maniera permanente un’etichetta a qualcuno. Che so… se io dico “Tal” tutti pensiamo a un grande genio combinativo, ma Tal è stato in grado di rimanere imbattuto per 95 partite a metà degli anni ’70: qualcosa che suggerisce un giocatore molto più solido di quello che si può credere.
Allo stesso modo, si tende a sottovalutare le capacità combinative dei grandi giocatori dallo stile più “posizionale” (qualunque cosa ciò voglia dire), oppure, quando proprio non si riesce a trovare l’etichetta giusta, si definisce qualcuno “universale”, intendendo tutto e niente. La realtà è che per arrivare alle vette delle classifiche mondiali bisogna essere capaci di giocare ciò che la posizione richiede in qualunque fase della partita.
Uno dei giocatori del quale per primo ho studiato le partite è stato Anatoly Karpov. Non fu una scelta cosciente: non giocavo ancora a scacchi in maniera regolare e non avevo mai messo piede in un circolo, ma vidi in libreria un libro sul ragazzo che era appena diventato Campione del Mondo e, incuriosito, lo comprai. Trovai molte partite, con definizioni e commenti non proprio chiari per me che conoscevo a malapena la notazione, ma fu sufficiente per farmi apprezzare l’ampiezza del gioco e vedere come Karpov sviluppava le sue partite, che capivo essere molto diverso da quello delle partite brillanti che trovavo regolarmente sui libri per principianti o sulle riviste dei quotidiani o dei settimanali.
Karpov è sempre stato associato ad uno stile di gioco “tecnico” e spesso definito “arido”, specialmente quando dovette incrociare Korchnoi e, soprattutto, Kasparov, giocatori molto più votati al dinamismo e alla lotta per l’iniziativa. Eppure Karpov doveva essere in grado, e lo era, di finalizzare la conquistata superiorità strategica in maniera spesso combinativa. In particolare ci fu un periodo della sua carriera scacchistica, la prima metà del 1994, durante la quale la sua vena combinativa si mostrò in maniera evidente.
È di questo che vi sto parlando oggi, di due conclusioni spettacolari che Karpov giocò in quei mesi e che, se non avessi scritto chi era il giocatore a giocarle, sono abbastanza sicuro non le avreste associate al 12° Campione del Mondo.
La prima partita fu giocata nel Torneo di Linares, un evento classico in quegli anni, al quale nel 1994 partecipò un numero impressionante di fortissimi giocatori: oltre a Karpov giocarono Kasparov, Anand, Shirov, Ivanchuk, Kramnik, Kamsky, Bareev, Gelfand (completando il filotto dei primi 9 della classifica Elo in quel momento) e altri nomi famosi come Beliavsky, Topalov, Judit Polgar, Lautier e il campione spagnolo Illescas. Bene, Karpov vinse il torneo, imbattuto, con un eclatante 11 su 13 e una delle prestazioni migliori della storia degli scacchi: 2987. Questa è la sua vittoria contro Veselin Topalov, una partita che fu poi soprannominata “l’immortale di Karpov”.
In quegli anni i tornei di alto livello si susseguivano in Spagna (Anand si trasferì a vivere lì proprio per poter giocare frequentemente con i migliori del mondo) e Karpov affrontò di nuovo Topalov circa due mesi dopo a Dos Hermanos. Questa volta la conclusione tattica è ancora più brillante e, qualcuno potrebbe dire, decisamente non “karpoviana”.
Ma quindi il Karpov dell’inizio del 1994 aveva iniziato a giocare più tatticamente, quasi a rinnegare il Karpov precedente? No, non è che aggiungendo una freccia al proprio arco si perdono le altre, come dimostra questa terza partita, giocata due mesi dopo sempre in Spagna, stavolta a Las Palmas.
Insomma, quanti di tipi di Karpov esistevano in quegli anni? Tanti, come dicevo all’inizio, e, anche se il suo stile caratteristico è sempre stato manovriero, il Karpov combinativo non era poi male, vero?
