(di Franco Trabattoni)
Ormai da molti anni gioco a scacchi sempre meno e – quando gioco – sempre peggio.
Non me ne preoccupo, perché è una cosa del tutto normale: sia per ragioni di età, sia perché sono sempre meno in grado (e non solo per mancanza di tempo) di padroneggiare la straordinaria mole di informazioni che la pratica scacchistica travasa massicciamente in rete con cadenza giornaliera.
Seguo tuttavia, come posso, le partite dei tornei di alto livello.
Quello che mi preoccupa è che mi accorgo di non possedere più gli estremi per capire come funziona questo gioco.
Anni fa ho osservato con stupore e interesse la rivoluzione di Alpha Zero.
C’è da dire però che in questo caso, pur essendo le partite straordinariamente complesse e originali, gli stupefacenti sviluppi del gioco hanno conservato un discreto margine di comprensibilità.
Detto in maniera sintetica e necessariamente approssimativa, Apha Zero ha esaltato al massimo grado il criterio del dominio dello spazio: ad esempio le diagonali, o le potenziali differenze tra case bianche e case nere (secondo quella che il vecchio Canal chiamava la manovra posizionale bicolore); e corrispettivamente ha ridotto l’importanza dello squilibrio materiale.
Tutto molto difficile, come ripeto, e necessariamente sorretto da una capacità di analisi letteralmente sovrumana.
Ma comunque riconducibile all’interno di un aggiornamento e di un potenziamento esponenziale di parametri tutto sommato tradizionali (spazio, materia e tempo).
Mi riesce molto più difficile, invece interpretare, gli scacchi giocati dai grandi campioni di oggi: qui, devo dire, mi mancano proprio gli strumenti.
Gli esempi che potrei citare sono moltissimi, ma per brevità ne ho scelto tre, che dovrebbero essere sufficienti a spiegare quello che voglio dire.
1. Gioco piano
I manuali di teoria che studiavo (diciamo così…) da ragazzo relegavano questo impianto nel museo delle cere, ritenendolo un’apertura remissiva e sprovvista di interessanti linee di sviluppo.
Contestualmente, nella prassi dei grandi campioni non se ne vedeva traccia. Oggi invece, come si può facilmente costatare, il Gioco piano è diventata una delle aperture più usate nella prassi dei giocatori di massimo livello (un po’ come la partita ortodossa negli anni ’20 del secolo scorso).
Ora, l’idea di trattare la partita di Re senza spingere in d4 appena possibile, ma preparando questa mossa a lungo termine con c3, e limitarsi per il momento a controllare il centro senza precludersi possibilità di altro tipo (come ad esempio l’espansione sul lato di donna) non è nuova, e ricorda un po’ il modo in cui Karpov trattava la Spagnola.
Quello che rimaneva assodato, in ogni caso è che il Bianco deve tenere il pedone e4 lì dov’è, e dunque mettersi in condizione di non cambiarlo con il pedone “d” dal Nero, ove questi riesca a spingere in d5.
Le ragioni di questa regola sono chiare.
Se il Bianco gioca exd5 cede spazio all’avversario (4 traverse contro 3), si procura una debolezza cronica in d3 (non compensata dalla relativa debolezza del pedone nero in e5: un pedone è debole, mi hanno spiegato a suo tempo, quando è su una colonna a aperta e non può essere difeso da un altro pedone) e deve praticamente rinunciare alla spinta in d4, che anche se fosse fattibile senza controindicazioni (ad esempio l’avanzata dei pedoni “e” e “f” del nero contro l’arrocco) genererebbe un pedone isolato ancora più debole.
Infine, il nero potrebbe usare la casa f4 per il cavallo, e sviluppare così un attacco sul Re. Più in generale, faccio fatica a vedere quali sono i piani attivi (intendo, per cercare di procurarsi un vantaggio) che il Bianco ha a sua disposizione impiantando una struttura pedonale così remissiva.
Qualcuno mi potrebbe rispondere che dovrei guardare le partite sino in fondo, così magari potrei capirci qualcosa di più.
Ovviamente l’ho fatto, ma l’illuminazione non è arrivata. Qui sotto riporto le prime mosse dell’esempio più clamoroso:
Vachier-Lagrave – Swiercz
Sinquefield Cup 2021
Mi chiedo solo qual è lo scopo per cui il bianco si è infilato volontariamente in una situazione di questo genere.
Il mistero è reso ancora più fitto dal fatto che il nero non ha catturato il pedone (ma perché?) e poi ha perso.
2. Siciliana chiusa
Anche il trattamento della siciliana chiusa è ormai molto diverso da quello che conoscevo (quella che allora era la variante principale, ormai la uso solo io). Fra le tante novità uno degli impianti più giocati è il seguente:
3. Carlsen
Carlsen – Vachier-Lagrave
Aimchess US Rapid 2021
Se mi avessero fatto vedere questa posizione quarant’anni fa avrei pensato che il conduttore del Bianco è un principiante che ignora le regole più elementari dello sviluppo dei pezzi.
Invece Carlsen è il giocatore di scacchi più forte del mondo, e forse di tutti i tempi. E vincerà brillantemente questa partita.
Non posso che concludere, sconsolatamente, come avevo iniziato. Gli scacchi di oggi non sono cosa per me.
Franco Trabattoni (1956, FM) è stato attivo come scacchista soprattutto negli anni ’70, quando ha raggiunto un picco di 2435 punti Elo e la quarta posizione nella classifica italiana assoluta. Nella finale di campionato italiano del 1977 si è classificato al terzo posto dietro a Tatai e Mariotti (e a pari merito con Toth).
Professore ordinario di storia della filosofia antica presso l’Università degli Studi di Milano – Dipartimento Studi Storici
Direttore di Méthexis, International Journal for Ancient Philosophy
