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Un piano quinquennale per gli scacchi

(Adolivio Capece)
Se vi dico Vladimir Ilic Ulianov forse quasi tutti voi Lettori, parafrasando Manzoni, direte “Chi era costui?”
Va bene, facciamola più semplice: Lenin.
Già, perché Lenin era il suo pseudonimo.
E Lenin (22.4.1870 – 21.1.1924) era appassionato di scacchi fin da ragazzo: imparò il gioco a 9 anni, insieme ai fratelli Aleksander e Dimitri; suo insegnante fu il padre, che una volta intagliò da solo i pezzi e gliene fece dono.

Dei due fratelli sembra che solo Dimitri si sia dedicato agli scacchi, diventando un valente problemista. Lenin scrisse di lui: “Era un maestro severo. Soprattutto esigeva il rispetto della regola ‘pezzo toccato pezzo mosso’. Diceva che in nessun caso si può ritirare una mossa e che se si tocca un pezzo e poi un altro e poi un altro ancora si sciupa il gioco.

Lenin in gioventù continuò a giocare e anzi sembra anche che nel periodo della sua attività rivoluzionaria a Pietroburgo avesse una scacchiera con uno scomparto segreto dove nascondeva i documenti e le lettere. Proprio a causa della attività rivoluzionaria nel 1898 fu mandato in esilio in Siberia da dove presto scrisse alla madre Maria Alexandrovna una lettera, in cui si legge tra l’altro:

Ti prego farmi pervenire un gioco di scacchi: a Minussinsk ci sono dei giocatori tra i compagni ed ho avuto il grande piacere di ricordarmi del tempo passato. Avevo torto a pensare che la Siberia Orientale fosse una contrada selvaggia dove il gioco degli scacchi era sconosciuto.”

Stando a ‘Scaccomania’, il bel libro di Mike Fox e Richard James, Lenin mentre era in esilio giocò anche per corrispondenza e ripensando alle partite farneticava nel sonno tutta la notte, mentre il famoso critico d’arte Aleksandr Voronskij (1884-1937) racconta nelle sue memorie che una volta “Lenin, irritato per avere perso due volte di seguito contro uno dei suoi compagni, si rifiutò di giocare la terza partita”.

Altri dettagli su Lenin scacchista ci pervengono da una intervista di Olga, figlia di Dimitri, fratello minore di Lenin.
Olga ha raccontato che quando Lenin si sposò disse “Ho scelto come moglie Nadejda perché è la sola donna che conosco capace di comprendere Marx e di giocare a scacchi”.
Olga ha detto inoltre che lo zio una volta affermò che “gli scacchi sono la palestra della mente” e ha aggiunto che non approfondì mai la conoscenza della teoria del gioco, anche se imparò alcune aperture e alcuni finali base, ma comunque “non perdeva occasione per fare una partita”.
A questo proposito su ‘Scaccomania’ si legge che nel corso della vita Lenin giocò tra gli altri con Tristan Tzara, uno dei fondatori del dadaismo, con Arthur Ransome, importante autore di letteratura infantile, e con Alexander Iljin-Genevsky, noto giocatore sovietico.

Ma tra le varie testimonianze su Lenin scacchista forse la più importante è una fotografia che lo ritrae quando era ospite di Maxsim Gor’kij a Capri nel 1908: è tramandata anche una partita tra i due, che sembra essere autentica.

Lenin – Gor’kij
Capri 1908

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C’è inoltre una fotografia che ritrae Aleksandr Aleksandrovic Bogdanov (pseudonimo di Aleksandr Malinovskij, Tula 1873 – Mosca 1928), narratore e autore drammatico russo, e Lenin mentre giocano a scacchi a Ischia nel 1908 ospiti di Maksim Gor’kij (pseudonimo di Aleksej Maksimovic Peskov, Niznij Novgorod 1868 – dal 1932 Gorkij –  Mosca 1936).
Di questa fotografia e della sua ‘storia’ devo ringraziare l’amico e scacchista Gregorio Granata, che quando ero direttore de ‘L’Italia Scacchistica’ mi scrisse quanto segue:

“La fotografia è tratta dalla biografia del logico matematico statunitense di origine morava Kurt Friedrich Gödel (Brünn, oggi Brno, 1906 – Princeton USA 1978) di Gianbruno Guerrerio (I grandi della scienza – Le Scienze, Milano n. 19/2001).
La fotografia, importante nella biografia del grande rivoluzionario, fu scattata tra il 10 e il 17 aprile 1908 a Capri, sulla terrazza della villa Blaesus, sovrastante la via Krupp. Maksim Gorkij, che si vede seduto sulla balaustra, osserva pensoso, accanto a Natalija Bogdanova (in piedi), Lenin e il compagno rivoluzionario Aleksandr Bogdanov che giocano a scacchi.

Forse non tutti sanno che Gorkij, già scrittore di fama mondiale, visse nell’isola ben sette anni, dopo avere lasciato la Russia all’indomani della rivoluzione del 1905, e mise l’abitazione, così come villa “Spinola” (o villa Behering) e villa “Serafina” (oggi villa Pierina) dove abitò successivamente, a disposizione, come veri e propri centri di accoglienza, per un numero sempre crescente di emigranti russi: scrittori più o meno famosi, musicisti, artisti, esuli, con lo scopo di creare una scuola per propagandisti rivoluzionari.
Lenin si era ivi recato per convincere il grande scrittore sovietico, data l’atmosfera troppo “spiritualistica” che Gorkij e Bogdanov vi facevano regnare, che stavano “sbagliando strada”.

Pechkov, ovverosia il giovane Zinovij Sverdlov (1884-1966), rinnegato dal padre e adottato da Gorkij con il suo proprio nome di Peskov, naturalizzato francese nel 1923, appare nella fotografia tra Gorkij e la moglie di Bogdanov.
Pechkov, come il suo nome venne trascritto in Francia, durante la prima guerra mondiale si arruolò come volontario nell’esercito francese, fu ferito gravemente e perdette un braccio e, poi, venne inviato presso l’armata bianca dell’ammiraglio Kolcak, divenendo, in anni successivi, dopo avere raggiunto nel 1941 a Londra De Gaulle, diplomatico e militare di prestigio, generale, cavaliere della Legione d’onore. Conservò sempre un atteggiamento negativo nei confronti della rivoluzione bolscevica.

L’emblematica fotografia è molto importante almeno per un duplice ordine di motivi: è una delle rare che mostra Lenin in esilio e la sola che illustra una fase decisiva della lotta filosofica contro le deviazioni del movimento rivoluzionario.
Nei vari anni la stessa immagine ebbe diversi rimaneggiamenti: scomparve Vladimir Bazarov-Rudnev (che era raffigurato in piedi, dietro a Lenin), figlio del medico curante di Lev Tolstoj e uno dei migliori economisti sovietici, perché condannato nel 1930, nell’ambito dei primi processi staliniani, per attività controrivoluzionarie e deportato insieme a migliaia di economisti, ingegneri e funzionari.
Così come scomparvero, come indesiderabili, dalla stessa fotografia, l’editore Ivan Ladyznikov (seduto, accanto a Lenin), A. Ignatev (seduto, tagliato dall’inquadratura) e Pechkov.
L’avversario di Lenin, certamente meno forte ma che -a giudicare dalla posizione dei pezzi- stava probabilmente vincendo la partita, Bogdanov (morto nel 1928, scrittore, scienziato e filosofo ferocemente contestato nel saggio “Materialismo e empiriocriticismo”), per ovvie ragioni, non potrà mai essere eliminato. In compenso, sarà citato molto raramente nelle didascalie.

I riferimenti sono citati in un bel libro di Vittorio Strada “L’altra rivoluzione” (ed. La Conchiglia, 1994), che racconta, appunto, la “Scuola di Capri” che vide riuniti nell’Isola un gruppo di dissidenti russi, rispetto alle posizioni leniniane, impegnato in una attività didattico-culturale per la creazione di una nuova cultura che, per quanto può sembrare strana, auspicava una nuova e terrena “religione”, destinata a svolgere un ruolo tutt’altro che trascurabile nella storia della rivoluzione russa (bolscevica)”.

Fin qui Gregorio Granata.

Se relativamente alla fotografia non ci sono dubbi sulla autenticità, qualche dubbio permane su un quadretto che raffigura Lenin mentre gioca a scacchi con Hitler. Questo:

Sul retro compare infatti la scritta “Partita di scacchi: Lenin con Hitler – Vienna 1909”.
La partita sarebbe stata giocata nella casa di una importante famiglia ebrea; Lenin era a Vienna da due anni, in fuga dalle autorità russe.
Autrice del quadretto Emma Lowenstramm, che fu maestra di disegno di Hitler durante la sua residenza a Vienna.
Nel 2009 i discendenti di Emma hanno messo all’asta il quadretto, valutato circa 50 mila euro.
Ancora a Vienna, ma qualche anno dopo, nel 1913, sembra che Lenin abbia giocato a scacchi anche con Stalin, che a quanto pare lo batteva regolarmente.

A questo punto passiamo al febbraio 1910 quando Dimitri inviò al fratello un problema da lui composto; c’è una lettera del 17 del mese in cui Lenin gli scrisse:
Caro Dimitri, lo studio che mi hai fatto pervenire ha ravvivato la mia passione per gli scacchi che credevo di avere quasi completamente dimenticata. E’ ormai un anno che non tocco più pezzo, ad eccezione di qualche partita in cui ho … ‘concesso il punto’ agli avversari. Comunque non ho avuto difficoltà a risolvere il tuo problema.”

Vediamolo insieme.

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Dimitri Ulianov, 1910
Il Bianco matta in 2 mosse

1.♖d6!

Minaccia 2. ♖e6#

Ovviamente gli impegni politici distolsero almeno in parte Lenin dal gioco, e tuttavia la grande passione di Lenin per gli scacchi si concretizzò quando dopo la Rivoluzione di Ottobre del 1917 su sua indicazione l’Unione Sovietica lanciò un piano quinquennale per diffondere il gioco fra il popolo e farlo diventare attività di massa grazie ai suoi valori educativi.

Lo slogan “Diamo gli scacchi ai lavoratori” diede forte impulso al movimento scacchistico: dal punto di vista ideologico, del resto, gli scacchi non avevano connotazioni di classe e offrivano un passatempo ‘virtuoso’ ad un enorme numero di persone che nel tempo libero non sapevano cosa fare e spesso lo passavano a bere ed ubriacarsi.
Il ‘piano’ ebbe successo e in pochi anni il numero dei tesserati crebbe vorticosamente: già nel 1925 la progressiva diffusione degli scacchi fu testimoniata dal grande interesse suscitato dal Torneo di Mosca, che portò alla realizzazione del famoso film-documentario ‘La febbre degli scacchi’ del regista Vsevolod Pudovkin.

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