Site icon Uno Scacchista

Ma davvero era peggio del cheating?

(Riccardo Moneta)
“Lo so, dovrei lavorare invece di cercare dei fessi da imbrogliare, ma non posso, perché nella vita ci sono più fessi che datori di lavoro”. E’ una battuta pronunciata da Totò (Antonio De Curtis) nel film “Totòtruffa 1962”, dal quale è tratta l’immagine qui sopra.

Quindi oggi parliamo di imbroglioni, bari. Cheating è una parola in uso negli scacchi non da troppi anni. Una volta in Italia si diceva “barare”. E i sistemi per barare negli scacchi erano altri, ovviamente di altri tempi. Ma l’obiettivo era sempre quello: ottenere risultati con metodi indipendenti dalla propria forza e capacità. Purtroppo l’animo umano è incorreggibile e non c’è troppo da meravigliarsi se qualcuno si è abbassato ad utilizzare simili mezzucci o se qualcun altro ha pagato o pagherebbe soldoni pur di mettere le mani su un agognato titolo o traguardo.

Nella notte dei tempi si presentarono i bari negli scacchi. Forse (ma solo forse) il primo è stato il sultano Suleiman; pare che costui stesse giocando contro un ‘non vedente’ quando, trovandosi in chiara difficoltà, tolse una torre nemica dalla scacchiera approfittando dell’handicap del suo povero avversario.

Un altro insuperabile imbroglione è stato l’americano George Nelson Treysman,  attivo quasi esclusivamente a New York fra il 1936 e il 1939, detto “il re dei giocatori da caffè”: una volta, durante una partita blitz, arroccò prendendo a prestito una torre dal tavolino accanto! Si dice che il furbacchione non abbia mai letto un libro di scacchi in vita sua, eppure giunse terzo, alla pari con Reuben Fine, in una finale di campionato statunitense (New York 1938). Come ci sarà riuscito?

Non si creda che simili furfanterie siano accadute e accadano solo in partite amichevoli o nei bar: accadono perfino alle Olimpiadi! Da sottolineare è il caso delle Olimpiadi tenutesi a Dubai nel 1986 e vinte dall’Unione Sovietica con mezzo punto di vantaggio sull’Inghilterra. Determinante per quel risultato fu la sconfitta degli inglesi (0,5-3,5) contro la Spagna, peraltro poi giunta staccatissima: durante la partita fra Illescas e Nunn, l’allenatore spagnolo Georgadze, grande maestro russo, si avvicinò appositamente e lentamente alla scacchiera commentando a voce abbastanza alta la posizione … Illescas seguì i consigli e … Nunn perse la partita!

Invece alle Olimpiadi di scacchi di Khanty Mansiysk (Russia, 2010) un giocatore francese, Sebastian Feller, ricevette suggerimenti gestuali dal proprio capitano, Arnaud Hauchard, il quale era collegato con un amico che in Francia seguiva le partite in diretta e le sottoponeva ad analisi. Ma qui si trattava già di moderno cheating o di qualcosa di molto simile.

Qualcuno, poi, potrebbe ricordare le famose accuse di Bobby Fischer dopo il Torneo dei Candidati svoltosi a Curacao nel 1962, accuse rivolte ai sovietici di far patte rapide tra di loro o di perdere appositamente determinate partite per avvantaggiare altri connazionali. Fischer indicò le 12 patte (12 su 12) nelle partite tra Geller, Keres e Petrosian. A Curacao erano ben 5 (su 8) i giocatori sovietici, la maggioranza. Successivamente il regolamento venne modificato dalla FIDE.

Qui apro (come mio promemoria più che altro, perdonatemi) una piccola parentesi per un tema sul quale occorrerà tornare in quanto sempre di attualità: per designare lo sfidante del Campione del mondo è preferibile la soluzione “torneo di Candidati” o la soluzione “Match dei Candidati”?. Nel 1980 (come riportato in un numero de “L’Italia Scacchistica”) furono interpellati i migliori giocatori dell’epoca. Queste furono le loro risposte: per il match si espressero Ljubojevic, Hort e Larsen; per il torneo erano invece Tal, Timman, Ivkov, Andersson, Kavalek, Kurajica e Najdorf; per Polugaevsky e Gligoric entrambi i sistemi avevano lati buoni e meno buoni. Karpov, più riservato, non si espresse. A mio parere non andava e non va bene nessuno dei due sistemi. Ne ho già parlato e ne riparleremo.

Torniamo al tema del post e, a proposito di Curacao 1962, ad un’altra storia, che mostrerebbe come fra gli stessi sovietici non fossero mancati alcuni colpi bassi. A quel tempo sapete che si usava “andare in busta” dopo la quarantesima mossa, il che era il preludio di lunghe analisi notturne da parte dei contendenti per individuare, alla ripresa del gioco, le linee migliori. E non solo dei “contendenti”!

La moglie di Tigran Petrosian, Rona Yakovlevna Avinezar, che sarebbe poi divenuta celebre per aver preso a schiaffi il GM Alexei Suetin, uno dei “secondi” del marito, fu capace di organizzare a Curacao una “notte di analisi” con alcuni GM per aiutare lo statunitense Pal Benko a vincere la sua partita contro un altro sovietico (ma estone) Paul Keres, che era in lotta per il successo finale proprio con Petrosian. Benko accettò di buon grado, vinse il giorno dopo quel finale e Petrosian vinse quel torneo con mezzo punto in più di Keres e Geller. Fu quella l’unica vittoria di Benko contro Keres in tutti i loro incontri (16, con 9 vittorie per l’estone e 6 patte), ma, purtroppo per Keres, fu anche la partita più importante insieme ad un’altra sua sconfitta, subìta ad opera del cecoslovacco Miroslav Filip all’ultimo turno del Torneo dei Candidati di Amsterdam 1956. Chissà se anche Filip avrà avuto un qualche “aiutino” da qualcuno!

G.M. Pal Benko (1928-2019)
Tigran Petrosian in famiglia, Mosca 1967 (foto di Y. V. Abramochkin)

Paul Keres, insomma, ha sempre fallito negli ultimi turni il matchball decisivo, oltre a non aver avuto qualche Santo in Paradiso. E qualche Santo mancò anche a Viktor Korchnoi, che nella sfida contro Anatoly Karpov perduta a Manila nel 1978 individuò ad un certo punto il suo nemico numero uno nell’ipnotista sovietico Zukar, seduto fra il pubblico a fissarlo costantemente e contro il quale sfoderò degli occhiali da sole specchiati che rimasero celebri.

Sono almeno 20 anni che la FIDE sta provando a far inserire dal CIO gli scacchi fra gli sport olimpici. Ma è necessario, prima, che siano sgombrate tutte le nuvole di irregolarità dal cielo degli scacchi. Oggi, purtroppo, la lotta contro il “doping elettronico” non è ancora vinta e lo stesso Magnus Carlsen ce lo ricorda: “le misure adottate fin qui non sono bastate”. Non a torto qualcuno rimpiange i tempi della “signora Petrosian” o del dottor Zukar di Karpov …, i tempi degli indimenticabili Totò e Nino Taranto…, quando si barava, sì, ma almeno si sorrideva!

Exit mobile version