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Bridge, un rivitalizzante divertimento

(Renato Tribuiani)
L’associazione degli sport della mente (IMSA, International Mind Sport Association, con sede a Parigi), tutela quattro discipline mentali degne d’essere definite sport: il GO, la dama, gli scacchi, il bridge. Le prime due contano un numero consistente e insospettato di tesserati, ma gli scacchi e il bridge sono considerati, per riconoscimento unanime, data l’enorme popolarità e diffusione, gli sport emblematici della mente.

Degli scacchi, ormai entrati a far parte dei programmi scolastici a tutti i livelli, si continua ad esaltare l’alto valore educativo della pratica di gioco. Il pedagogo e scacchista inglese Richard James ha provato ad elencare alcuni benefici:

… e molto altro ancora (capitolo 10 del popolarissimo manuale “The right way to play chess” di David Pritchard).

Ho sottoposto tale lista all’esame di un pedagogo bridgista, il professor Luciano Prosperi, il quale non ha riscontrato differenze salienti al confronto della pratica del bridge, ormai concorrenziale anche nella scuola.

Riporto un paio di illustri testimonianze che sintetizzano tale convincimento:

Somerset Maugham (nella precedente foto): “Ho avuto la mia vita, vorrei che i bambini imparassero il bridge, come una cosa ovvia, come comunemente si fa con la danza. Alla fine esso sarà più utile per loro;tu puoi giocare a bridge più a lungo possibile, sedendo a un tavolo giocando una carta dopo l’altra. Infatti, quando ogni cosa perde importanza, sport, amore, ambizione, il bridge rimane l’unico conforto e divertimento”. (pag 42 di “Advanced bridge” di David Bird)

Bill Gates

Gates, il fondatore di Microsoft, dice:
Il bridge è un gioco che potete praticare ad ogni età. Se lo imparate da giovane, avrete divertimento per il resto della vostra vita. Poche attività sportive raggiungono la profondità e ricchezza del bridge” (pag.95 di “Advanced bridge” di David Bird).
Bill Gates ha anche partecipato ai campionati mondiali di bridge a Toronto nel 2001.

Aspetti sportivo-agonistici

Fondamentalmente diversi sono gli aspetti sportivo-agonistici delle due discipline benemerite. Innanzitutto gli scacchi, hanno caratteristiche prettamente individuali, mentre la necessaria partnership colloca il bridge tra gli sport collettivi.

In pratica avrebbero una funzione complementare, se non fossero entrambi privi della componente fisico-motoria, necessaria per una globale formazione della persona.Ciò rende incompatibile la loro pratica contemporanea, a meno che non si accetti un terzo carico sportivo di tipo motorio…
Durante gli anni, ho incontrato numerosi ex scacchisti, che, dopo aver trepidato per gli scacchi, hanno dirottato decisamente verso il bridge: durante gli “anni ruggenti” si avverte imperioso il richiamo di uno sport hard come gli scacchi, per poi gradualmente, in età matura, ripiegare verso uno sport “soft” ( non mi risulta aver mai riscontrato un percorso inverso).

Gli scacchi, negli ultimi vent’anni, hanno beneficiato dell’attenzione delle Scienze medico- sportive applicate, soprattutto per quanto riguarda i meccanismi molecolari e cognitivi del funzionamento della memoria. Recettori metabotropici, sistemi dei secondi messaggeri (adenosina monofosfato ciclico cAMP) sono sotto la lente dei ricercatori per spiegare il ruolo del patrimonio genetico dei fuoriclasse della scacchiera. L’allenamento intensivo, l’accurata preparazione psicologica e fisica, affidati a collaudati specialisti, esaltano ancor più le doti innate dei campioni.

Infine, per diventare davvero bravi in qualcosa, occorre essere altamente motivati.
Le motivazioni negli scacchi, oltre al divertimento intrinseco, godono di numerosi alleati, non tutti dai connotati amichevoli (d’altronde, secondo Kasparov, il gioco degli scacchi è il più violento che esista, visto il proverbiale “killer instinct“ di Fischer.)
Persino la “Paura”, una delle forti emozioni di base, che durante la partita aleggia come il sentimento di minaccia latente di subire un improvviso e inatteso matto, alla stregua della trepidazione e insieme di eccitazione di cui soffrono i giocatori e i tifosi sottoposti all’emozione, ormai abolita, del “golden goal” o “sudden death“, viene esaltata.

Nel bridge, un mare generalmente tranquillo, la gara si svolge per la stragrande maggioranza, attraverso gare a coppie di tipo “Mitchell”.
18 o 21 smazzate vengono giocate sui tavoli a cui siedono le coppie Nord-Sud e Est-Ovest. Per quanto avversari, il confronto è indiretto: la classifica si basa sul confronto con le altre coppie della propria linea che giocano negli altri tavoli.

Si intuisce come l’atmosfera a tutti i tavoli sia fortemente rilassata e persino gioviale.
L’impegno di gioco è variabile: si può fungere da “morto”. con l’obbligo dell’inanità; si può essere in difesa e almeno una volta su quattro fungere da “dichiarante”, con il compito di giocare la mano alla guisa di una combinazione scacchistica.

L’atmosfera bridgistica dispone alla socialità ed alla cordialità. Soprattutto per questo è ben accetta dal mondo femminile, che la predilige di gran lunga a quella solipsistica, a volte cupa, degli scacchi.
Non è certamente mia intenzione ipotizzare contrasti tra le due fascinose discipline, ma di valutare con giudizio l’indirizzo delle proprie contingenti motivazioni.

Personalmente …

… personalmente ho allietato la mia intera vita praticando questi due sport, entrambi profondamente amati. Nel 2017, ormai ultra settantenne, ho concluso la fase ‘Scacchi’ con la vittoria in un impegnativo torneo la cui potente motivazione accessoria era di dimostrare (come Korchnoj) l’integrità cognitiva degli anziani; poi, la decisa svolta verso il Bridge, con cui rinnovo, tre volte a settimana, un rivitalizzante divertimento.

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