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Al circolo!

Marshall Chess Club, New York

(Fabio Lotti)
Per cercare di sorridere attraverso l’iperbole, l’ironia e l’autoironia.


“Un locale ampio, spazioso, bene illuminato dai raggi del sole attraverso grandi vetrate prospicienti su freschi giardini; due file perfettamente allineate di tavoli orgogliosi dei loro splendenti panni smeraldini, su cui spiccano scacchiere di color marrone scuro lucidate a puntino con i loro pezzi disposti in superba simmetria e, di lato, gli orologi pronti a segnare il tempo fatale; alle pareti due belle scacchiere murali e, l’una di fronte all’altra, le suggestive gigantografie di Alekhine e Tartakover. Nell’angolo a destra, in fondo alla sala, una moderna, fornitissima biblioteca con i volumi opportunamente catalogati e pronti a saziare l’avido lettore; a sinistra, per calmare un’arsura più naturale, troneggia un minibar provvisto di tutto, mentre più oltre una discreta porticina schiude l’ingresso ai servizi igienici così lindi e puliti che è una gioia soltanto a guardarli. Non manca la luce e nemmeno il riscaldamento dato che l’inverno arriva sempre puntuale. Infine, su un mobile antico disposto nella parte più luminosa e visibile campeggiano i superbi trofei delle mille vittorie…”

Così potrebbe apparire lo svolgimento di un ipotetico tema dall’ipotetico titolo “Il mio circolo di scacchi tra desiderio e realtà” dove qui è stata evidentemente messa a fuoco solo la prima parte. E’ pur vero che l’ipotetico autore si è fatto trascinare un po’ troppo dalla sua esuberante fantasia. Comunque lasciamo pure da parte le enormi vetrate e i lussureggianti giardini, o l’efficace contrasto di colori; togliamo pure le ingombranti scacchiere murali insieme alle gigantografie; facciamo anche a meno della moderna e attrezzata biblioteca e del minibar, che agli occhi di qualcuno potrebbe apparire come un superfluo sfizio borghese; leviamo infine di mezzo i benedetti trofei, dato che non è improbabile che debbano esistere solo nel mondo delle idee pure. Il resto mi sembra che sia alla portata di un desiderio, non voglio dire modesto, ma nemmeno sfrontato, mentre anche questo in realtà fa parte di quel mondo intangibile creato da Platone. In effetti solo i più fortunati giocatori di scacchi possono usufruire di un locale, o per essere più precisi, di una stanza angusta e soffocante dove boccheggiano come pesci fuor d’acqua e la polvere e il disordine regnano incontrastati. Qui non vi sono piccoli bar, né tantomeno servizi igienici, e spesso le smorfie contratte dei volti e lo sguardo disperato degli occhi, non sono dovuti ad una mossa imprevista ed assassina dell’avversario, quanto a ben più concreti bisogni troppo a lungo repressi. Se poi si passa a considerare la situazione di questi disgraziati seguaci della dea Caissa, costretti a convivere a contatto di gomito con una ciurma di individui irrispettosi e vocianti, allora veramente una calda lacrima può rigare il volto più duro e insensibile.

L’aggressivo

Facciamo finta perciò che il superbo mondo platonico scenda per una volta su questa umile terra, ed entriamo pian piano nel nostro luminoso circolo di scacchi, per cogliere sul fatto i suoi abituali frequentatori. Eh, sì vi si aggirano strane creature, la fauna è ben rigogliosa e variegata, ricca di specie e sottospecie…

L’aggressivo, per esempio, gioca le partite “amichevoli” con la stessa grinta dei giocatori di football americano, le mascelle contratte e la bocca digrignante. Pur di non perdere è capace di tutto: fuma in continuazione soffiandoti deliberatamente contro gli occhi, picchietta con le dita ossute sul tavolo con un ritmo frenetico e ossessionante, ora succhia una insopportabile caramella arancione ed è capace, in situazioni ormai irrimediabili, novello Saddam Husseim, di usare le sue micidiali armi chimiche rendendo cianotico l’incauto avversario. Tutti cercano di evitarlo ma la sua innata aggressività riesce sempre a “convincere” qualche timido giocatore costretto a subire le più perfide angherie.

Il ponzatore

Henry Cartier-Bresson

Un’altra creatura temibile, temibilissima non certo per il suo carattere, che può essere il più morbidone di questo mondo, è il “ponzatore” che si cela sotto aspetti diversi e contrastanti. Di solito, però, si presenta come il buon padre di famiglia dalla faccia rotonda e dal rassicurante sorriso. Un essere umano garbato, gentile, pieno di premure. “ Facciamo una partitina? Così, per passare un po’ di tempo. Senza l’assillo dell’orologio che fa sciupare i momenti più belli di questo giuoco. Scelga pure il colore…” sono gli abituali convenevoli. E così  inizia la “partitina” che si trasforma ben presto in un interminabile calvario. Il ponzatore non ha alcun obiettivo se non quello di ponzare, appunto, di almanaccare, congetturare, soppesare e risoppesare. E’ il filosofo degli scacchi, e come ben si sa, per parecchi di questi tipi strampalati lo spazio, ma soprattutto il tempo non esiste. E’ una vuota entità priva di significato. Sin dalla prima mossa si presenta l’antico dilemma “ Essere o non essere? Muovere in e4 o in d4? Oppure…” Il suo volto è di pietra, gli occhi fissi, le mani irrigidite, tutto il corpo e la mente tesi e protesi nel Dubbio e nell’Incertezza. “Dubito, ergo sum” è il suo motto di vita, la sua luminosa certezza. Tutta la partita è un socchiudere gli occhi, uno scuotere lentamente la testa, uno stringere convulso di labbra, un alzarsi e ripiegarsi del busto, un interminabile acconciare i pezzi sulla scacchiera. E’ una posa e un sospiro. Mai un’azione! Il ponzatore non è aggressivo e strafottente ma ugualmente micidiale. Il suo non è un attacco diretto ma un lungo, snervante assedio. Vi prende per stanchezza, per fame. Statene alla larga, se potete!

Il falso modesto

Guardatevi anche dai falsi modesti! Il loro linguaggio è uno dei più subdoli e allettanti che potete immaginare. Una appiccicosa ragnatela di seducenti lamentele “Sa, gioco da poco. Conosco appena le mosse. Non mi prenda in giro se sbaglio. Mah proviamo…” Falso! Completamente falso! Essi conoscono a menadito le più importanti aperture, saltellano agevolmente dalla Grunfeld al Gambetto di Re, si crogiolano al sole di fuoco dell’Est-indiana, sguazzano nel mare magnum della Spagnola, se la ridono, insomma, dei sistemi aperti, chiusi, semichiusi abbottonati o sbottonati che siano. Dopo qualche mossa vi troverete in una situazione disperata, con i vostri pezzi tutti bloccati e i suoi che si divertono punzecchiare il povero monarca fino all’inevitabile matto finale.

Lo scocciatore

“Me ne andavo a spasso per la via sacra
come faccio di solito,
meditando non so più su quali sciocchezze
e tutto immerso in quelle,
quando incontro mi si fa un tale,
che conoscevo soltanto di nome,
m’afferra la mano e…”

…e così inizia una delle giornate più nere mai affrontate da Orazio, il noto poeta latino. Egli ha avuto la sfortuna di imbattersi in uno degli esseri più pericolosi che esista al mondo: lo scocciatore, che non lo molla un passo e lo perseguita per tutta la mattina. Ora questa specie di individuo non solo è riuscito a resistere all’azione devastatrice del tempo e alle insidie velenose dello spazio, ma ha irrobustito il proprio patrimonio genetico proliferando in maniera abnorme e mostruosa. Lo scocciatore non predilige oggi gli spazi aperti e pulsanti di vita, ma quelli più angusti, silenziosi, rispettabili e “sacri” come un circolo di scacchi che si rispetti. Egli è lì per intervenire, consigliare, punzecchiare, ma in maniera più raffinata e civile della sfacciata irruenza dello scocciatore di Orazio senza che dalla sua bocca esca una sola parola. Scivola silenzioso al vostro tavolo da gioco con un impeccabile tempismo, mentre state almanaccando disperatamente su una posizione da infarto, si piazza davanti a voi proprio alle spalle del vostro avversario, segue con partecipato dolore le vostre preoccupazioni, scuote la testa e si morde a sangue le labbra ad ogni tratto per lui “leggero”, vi paralizza con occhiatacce fulminanti se state per toccare un pezzo che non deve essere mosso, arriva a tossicchiare e a deglutire e perfino a gesticolare, per farvi capire che state per cadere in un imperdonabile errore. Se invece avete la rara fortuna (o sfortuna) di seguirlo come un radar nei suoi oscuri disegni allora riceverete un gratificante sorriso di assenso. In ogni caso siete ormai soggiogati dalla sua ferrea volontà, non potete fare a meno di sbirciarlo alzando inconsapevolmente gli occhi, non giocate più voi stessi, la vostra personalità è annullata per sempre. Ogni mossa sarà la sua mossa! L’evoluzione della specie dai tempi di Orazio ha creato questa nuova, insidiosa, strisciante, diabolica razza di scocciatore silenzioso.

Il teorico

Il Giocatore di Scacchi (Alberto Martini)

Eh sì, avere un teorico nel proprio circolo di scacchi è veramente una bella soddisfazione e vale proprio la pena di fare qualche piccolo sacrificio: abbonamenti a riviste che giungono perfino dal Kazakistan di facile e proficua lettura, volumi teorici e dischetti per computer a prezzi stracciati, lampada personale, blocchetti per appunti con relative penne per “ mantenerlo “. E’ una vera e propria macchina pensante, un classificatore preciso, lucido, fotografico delle ramificazioni più contorte, avviluppate e ingarbugliate che possano germogliare dalla rigogliosa e prorompente flora scacchistica. Egli sa con impressionante sicurezza che lì è inevitabile quella mossa per non cadere nel trabocchetto ben mascherato da Gufeld, che là non si deve mangiare quel benedetto pedone per non ritrovarsi nei guai come ha chiaramente dimostrato il nostro lungimirante Porreca, che è perfettamente inutile fare i furbi con quel tratto spocchioso che il noto teorico Keene ha messo ripetutamente in berlina!

E tuttavia questo robot degli scacchi non ama troppo verificare la sua sconfinata dottrina nella banale pratica perché per lui è un abbassarsi ed abbrutirsi nella realtà più trita e, se costretto da gentili e pressanti inviti, alla fine si siederà di fronte a voi con una degnazione piovuta dal cielo e con la faccia più annoiata di questo mondo. E quando ad un certo punto della partita voi deviate, incoscienti, dalla sacra via della Teoria, allora alzerà per un attimo la fronte dalla scacchiera per lanciarvi uno sguardo di commiserata compassione, mentre un impercettibile, doloroso sospiro uscirà dal suo petto. Voi, comunque, non fatevi prendere da un angoscioso senso di inferiorità o di colpa mortale, perché se avete la pazienza di aspettare un paio di mosse vedrete il suo volto lucido e splendente come un eroe dell’antica Grecia assumere sempre più l’aspetto meno imponente e regale di un volgare cocomero e il suo sguardo vagare implorante nell’aria. Insomma la vostra stupida mossa extra teorica lo avrà messo irrimediabilmente nei guai, lo farà alzare dal tavolo sudato come un chirurgo dopo una estenuante operazione e rituffare con l’aria tra l’ebete e il rimbambito nella sua pila di carte per aggiungervi speditamente una nota.

Il blitz

Il blitz è uno dei momenti “particolari” di un circolo di scacchi che si rispetti. Trattasi di un incontro veloce, di cinque minuti, che riunisce solitamente una decina di amici amanti della dea Caissa. Tutti vogliosi, gentili e sorridenti. All’inizio. Perché dopo un po’ la situazione cambia. Lo si può avvertire dal modo in cui i giocatori trattano l’orologio. Si passa dalla circospezione e dalla delicatezza, a colpetti leggeri e vellutati che piano piano diventano più frenetici e incontrollati. Alla fine i poveri segnatempo si devono sorbire delle vere e proprie mazzate da esseri rubicondi che non hanno più nulla di umano. Inevitabili le diatribe. Hai toccato prima l’Alfiere, lo devi muovere…Ma che dici, non l’ho neppure sfiorato. Tu, invece, tocchi sempre qualche pezzo e poi non lo muovi…Non puoi mangiarmi il Re! Non esiste…Sì che posso! A blitz c’è questa regola, se non la sai, studiala. E’ vero, ragazzi?…Ti è cascata la bandierina…No, prima a te…A me? Ma se te l’ho detto prima io che ti è cascata…Ma che c’entra…Ho vinto per il tempo…Un fico secco, ho vinto ma io…Ma falla finita…Non giochi un c…o! Quando perdi incominci ad offendere…Perché te sei carino…

Alla fine, però, come nel film di buoni sentimenti tutto ritorna come prima. Sai, scusa ho sbagliato, avevi ragione tu…No, vedi, è che quando gioco a blitz divento…Lo sai che hai giocato veramente bene…Grazie, ma anche tu non scherzi…Sì, il pezzo l’avevo toccato ma nella foga…Non importa c’è di peggio nella vita…

Che bella famiglia!

Le analisi post-mortem

Chi pensa che una partita a scacchi termini con l’abbandono dell’avversario si sbaglia di grosso. Troppo facile. La vera partita ha inizio, invece, proprio quando sembra finita. Allora, dopo la più o meno cordiale stretta di mano, i due giocatori incominciano la cosiddetta analisi post-mortem che altro non è che una nuova e più affilata contesa. Alla quale partecipa normalmente un buon gruppo di “aficionados” che tifano per l’uno o per l’altro colore. Ha quindi inizio uno dei più eclatanti esempi nella nostra lingua di sfruttamento dell’aborrito periodo ipotetico.

Se io avrei fatto questa mossa…Sì, però, allora io avrei risposto…Ma guarda com’è ridotta la tua posizione nel caso avessi spostato semplicemente il Cavallo in d6…Ma che dici! Come se non mi sarei accorto delle tue intenzioni…Ha ragione lui, il Cavallo in d6 non avrebbe servito a nulla…Però se avrebbe sacrificato quella benedetta Torre in h7 lo vedi che c..o gli avesse fatto!

(Dove appare chiaro quanto diverse siano le idee nel pianeta scacchi e quanto ancora debba essere studiato questo benedetto periodo ipotetico.)

Per cercare di sorridere eh!…


Fabio Lotti è nato a Poggibonsi (Siena) nel 1946. Laureato in Materie Letterarie, è Maestro per corrispondenza e collaboratore di riviste scacchistiche specializzate. Ha pubblicato vari testi teorici, tra i quali “Il Dragone italiano“, “Gambetti per vincere” e “Guida pratica alle aperture“.

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