(Riccardo Moneta)
Strano personaggio è il Grande Maestro Lev Osipovic Alburt, nato a Orenburg (Russia) nel 1945 e vissuto da giovane a Odessa (Ucraina), dove vinse tre volte il campionato nazionale (1972 – 1974 e 1976). In una intervista fattagli da una giornalista russa nel 2015, alla domanda se si fosse mai pentito di qualche scelta nella sua vita, egli rispose: “Sì, di aver giocato l’Alekhine contro Karpov, avrei dovuto giocare la Siciliana”.
Forse Margherita Sumarokova intendeva riferirsi ad altro, ovvero alla fuga dall’URSS nel giugno del 1979. In un articolo pubblicato sul “The Guardian” nel 2016, lo stesso Alburt riepilogava la sua vita. Il titolo dell’articolo era: “Ero un disertore sovietico. Gli scacchi erano la mia porta verso la libertà”, con sottotitolo “Fuggire in America è sempre stato il mio sogno. Diventare un grande maestro di scacchi mi ha permesso di farlo”. E Alburt diventò GM nel 1977.
Talvolta sulla scacchiera l’Alburt faceva il Kasparov, come nel caso di questo bel sacrificio di Donna:
Lev Alburt – Mark Hebden
Hastings 1984
(diagramma dopo il tratto n. 34 del Nero … Td8-d7)
Sul ‘The Guardian’, nell’articolo sopra citato, Alburt raccontò di come, da bambino, gli insegnanti vivevano nel terrore che qualche ragazzino facesse un gesto maleducato davanti alla statua di Stalin, nel cortile della scuola, di come poi aveva seguito con apprensione e speranza i fatti di Ungheria nel 1956, e di come, tanto tempo dopo, preparò la fuga dall’URSS: “Non sono un eroe. Non ho osato combattere il regime sovietico dall’interno… dovevo andare in America”.
E così, quel giorno del 1979, sceso dal volo Aeroflot giunto a Colonia, dove la compagine sovietica doveva partecipare a un evento a squadre, la Coppa dei Campioni d’Europa, Alburt lasciò gli altri, prese un taxi e si presentò alla polizia (questo almeno fu il suo racconto). “Un mese dopo ero all’aeroporto John F. Kennedy. Tutti i miei averi entravano in una piccola borsa; avevo 80 dollari in tasca. Dovevo vincere tornei per guadagnarmi da vivere dignitosamente. Presto, ero il numero 1 degli scacchisti statunitensi”.
Confessò che durante il viaggio in aereo, per un attimo aveva riflettuto sul significato dell’abbandono di famiglia e amici, ma che gli bastò aprire una copia della “Pravda” per fugare ogni dubbio. Pare che la squadra sovietica, al ritorno dalla Germania, sia stata presa d’assalto dai funzionari del partito. Smyslov parlò, abbastana imbarazzato: “Che devo dire? Alburt era un tipo demoniaco, da lui ci si poteva aspettare di tutto”.
Al suo arrivo a New York, Alburt fu per diversi mesi aiutato dal suo ex allenatore, lo scacchista e giornalista ucraino Michael Faynberg. Già nel 1980 giocò in prima scacchiera per gli USA alle Olimpiadi di Malta. Avrebbe vinto tre volte il campionato statunitese (1984, 1985 e 1990) e fatto parte della United States Chess Federation dal 1985 al 1988. Si dimise quando si accorse che la Federazione USA non voleva fare abbastanza per propagandare gli scacchi. Per un sovietico che era vissuto 24 anni in URSS la propaganda era evidentemente tanto, se non tutto. Del resto lui si è sempre definito “un conservatore”, e conservò a lungo la Russia nel cuore, a parte Stalin e i compagni comunisti, e tuttora la conserva, suppongo.
Curiosamente, ma in fondo non tanto, Alburt si è sempre sentito di avere quasi una doppia nazionalità: “Sono culturalmente sia russo che americano”, è solito dire; e ricordava come parecchi comportamenti di russi e americani fossero affini tra loro e ben distanti dalle abitudini europee: “…a differenza degli europei, sia i pedoni russi sia quelli americani attraversano la strada con il rosso! Questo è solo un esempio tra tanti”. Strano esempio davvero! Forse quei pedoni si dimenticano della presa “en passant”?
Ormai Lev Alburt aveva tutto dagli scacchi negli USA: oltre ad essere stato a lungo il ‘numero uno’ statunitense, poteva contare sulle sue apprezzate attività didattiche e sui proventi dei numerosi libri, circa una ventina complessivamente finora nella sua carriera. Lev scrive un po’ di tutto, ma uno dei suoi primi lavori (coautore Eric Schiller) è stato “The Alekhine for the Tournament Player”, del 1985. Nella prefazione già affiora il suo particolare modo di fare nei rapporti sociali: egli riconosce (‘we are indebted to their efforts for a good deal of analysis…’) di aver tratto gran parte del contenuto dalle precedenti due opere sull’Alekhine, quelle celeberrime di Vlastimil Hort e di Vladimir Baguirov (quest’ultima tradotta anche in italiano), ma nello stesso tempo ci teneva a sottolineare che parecchie considerazioni e varianti indicate dal cecoslovacco Hort e dal sovietico-lettone Baguirov non le condivideva troppo. Lui è un russo-americano, perbacco!
Opere più recenti e molto note di Alburt sono: “World Chess Championship: Karjakin – Carlsen” (con J.Crumiller e V.Kramnik) e “The Comprensive Chess Course”, con Roman Pelts. Lev cura anche la popolare rubrica “Back to Basics” sulla rivista ‘Chess Life’.
“… come molti giocatori, io non sono un idealista. Sono un pragmatico e vedo la mia vita come una partita a scacchi, quando tutto è sulla scacchiera: quella è la mia posizione, quello è il mio obiettivo, e l’unica domanda è come la giocherei”.
Alburt ricordava poi i giorni successivi al 21 agosto del 1991, cioè al crollo dell’URSS, il suo rilasciare conseguenti interviste e il suo consultarsi continuo con gli amici dissidenti russo-americani, fra i quali Garry Kasparov.
Da quel giorno però le strade di pensiero di Kasparov e di Alburt ebbero a divergere radicalmente: Kasparov restò sempre dubbioso e vigile, e poi ferocemente critico nei confronti del regime instaurato da Vladimir Putin, che ovviamente non è possibile definire una democrazia; Alburt invece si riaccostò del tutto alla nuova Russia e ne diede dimostrazione in diverse interviste; in quella del 2015 con la Sumarokova si può leggere, tra le altre cose: “… quando Eltsin nominò Putin primo ministro nel 1999 e divenne chiaro che aveva scelto Putin come suo successore, dissi ai miei amici che questo era un bene per la Russia e l’America. Permettetemi di ricordarvi che dopo gli attacchi dell’11/9, Vladimir Putin fu il primo a chiamare Bush per offrirgli aiuto…” E, più avanti: “D’altro canto, ci sono molti politici russi che hanno suscitato grande interesse tra gli americani: Sergei Lavrov, che ha vissuto negli Stati Uniti; Arkady Dvorkovich, appassionato di scacchi, che ha studiato qui e parla inglese senza accento, e lo stesso Kirsan Ilyumzhinov”.
E traspariva una certa freddezza nei confronti di Kasparov: “A proposito delle ultime elezioni, sapevo che Kirsan Ilyumzhinov avrebbe vinto. Con tutto il rispetto per Garry Kasparov (avevo parlato con lui in quel periodo e gli avevo augurato successo) a mio parere non aveva ancora superato il suo ardore e il suo fervore giovanile. Queste caratteristiche non lo avrebbero mai aiutato a ricoprire la carica di presidente della FIDE”.
“Mi sento abbastanza a mio agio con la mia vita in generale e non ho alcun desiderio di cambiare nulla. Inoltre, io, come molti giocatori, non sono un idealista. Sono un pragmatico e vedo la mia vita come una partita a scacchi, quando tutto è sulla scacchiera: quella è la mia posizione, quello è il mio obiettivo, e l’unica domanda è come la giocherei…”
Sono passati diversi anni da quelle riflessioni; tanti accadimenti, per lo più tragici, sono nel frattempo intervenuti nel mondo. I conservatori, pragmatici, alla Alburt, in genere sopravvivono bene, mentre gli idealisti cadono spesso dal settimo piano o con l’aereo, oppure s’imbattono nel Novičok. Chissà se nel frattempo Lev Alburt, che è un bravissimo G.M. ma che, per sua ammissione, non è certo mai stato un eroe, avrà riflettuto abbastanza su certi sacrifici e su certe … combinazioni ‘speciali’?
