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Il miracolo Norvegia non è solo Carlsen, ed è un insegnamento di vita e di buona politica

Johannes Høsflot Klaebo

(Riccardo Moneta)
Colui che vedete nell’immagine sotto il titolo è Johannes Høsflot Klaebo, vincitore di 5 ori su 5 gare disputate alle recenti Olimpiadi della neve di Milano/Cortina. Klaebo, del quale si nota più di una vaga somiglianza con l’eroe norvegese degli scacchi Magnus Carlsen, ha con questi successi ampiamente superato (11 ori, un argento e un bronzo) il record della celebre fondista connazionale Marit Bjorgen (8 ori, 4 argento e un bronzo).

Guardando la splendida cerimonia di chiusura che ha avuto luogo il 22 febbraio a Verona (bellissima città dove peraltro non nevica quasi mai), seguivo le immagini della premiazione della 50 km. di fondo, disputata sulla pista di Tesero e che ha visto tre norvegesi ai primi tre posti; ho voluto un poco approfondire per comprendere alcune ragioni di tutti questi successi della Norvegia.

Ora, è bensì vero che alle Olimpiadi invernali le nazionali che concorrono ad alto livello sono un gruppetto relativamente ristretto, ristretto cioè a quei territori che più godono di  montagne, di neve e ghiaccio, quindi di tradizioni e di piste e attrezzature idonee a tali sport: Canada, Stati Uniti, Svezia, Francia, Italia, Austria, Svizzera e pochi altri. Ed è altrettanto vero che, rispetto alle Olimpadi invernali di 50 o 100 anni fa, si è avuto nel frattempo un proliferare di gare e specialità che hanno fatto aumentare considerevolmente il numero di medaglie assegnate. Sulla neve la tradizione della Norvegia è di lunga data e vanta campioni celeberrimi quali Ole Einar Bjorndalen e Bjorn Daehlie, Akse Lund Svindal e Petter Northug, Kjetil André Aamodt e Johannes Thingnes Bø, infine la già citata supercampionessa Marit Bjorgen. Ma in questi ultimi 10 – 15 anni i colori norvegesi hanno avuto una vera e propria esplosione, che a Milano/Cortina si è concretizzata in ben 41 medaglie, di cui 18 d’oro (erano state 16 nel 2022).

E’ anche vero che il movimento sportivo norvegese è ormai andato affermandosi poderosamente ben oltre gli sport della neve. Ad esempio nel calcio la Norvegia inflisse all’Italia una batosta il 6 giugno del 2025, un sonoro 3 a 0 che ebbe una replica in novembre, quando in casa, a San Siro, gli azzurri vennero umiliati da un incredibile 4 a 1. Il suo centravanti Erling Haaland (3 gol in tutto in quelle due partite) è considerato tra i più forti attaccanti al mondo e altri calciatori sono di eccellente livello quali il capitano dell’Arsenal Martin Ødegaard.

Erling Haaland, foto Lise Aserud/NTB

Nell’atletica, disciplina prettamente estiva, sono emersi di recente campioni di grande levatura quali Karsten Warholm, primatista mondiale sui 400 metri ostacoli, Jakob Ingebrigtsen, oro olimpico a Parigi sui 1500 metri e a Tokyo sui 5000, Markus Rooth, campione olimpico a Parigi 2024 nel decathlon; ma la tradizione nel settore ha radici lontane, basti ricordare Grete Waitz (1953 – 2011), campionessa mondiale di maratona. E poi c’è il tennista Casper Ruud, tre volte finalista in tornei del Grande Slam. E non dimentichiamo la squadra di pallamano femminile, campione olimpica anch’essa, e ancora il golfista Viktor Hovland.

Karsten Warholm in una foto Colombo/FIDAL

Più di tutti sorprendente è stato forse il trionfo norvegese nel beach volley, uno sport che fortemente richiama spiagge sabbiose e sole, trionfo ottenuto grazie ad Anders Mol e Christian Sorum, campioni mondiali (a Roma 2022) e olimpici (a  Tokyo 2020).

Come si spiegano tanti successi nello sport da parte di un Paese che ha appena 5 milioni e mezzo di abitanti, ovvero meno della decima parte di quelli dell’Italia (che sono 59 milioni)?

In un recente articolo a firma di Francesco Pietrella su “La Gazzetta dello Sport” si legge: “… Dietro la Norvegia pigliatutto in ogni sport … c’è una filosofia capace di tracciarne il percorso. Si chiama “friluftsliv”. Significa “vita all’aria aperta”. Il primo a parlarne fu Henrik Ibsen, il poeta più importante del Paese sepolto al cimitero di Var Frelsers, come Edvard Munch. Se la Norvegia dice la sua in quasi tutti gli sport il merito è anche di questa parolina magica. Di un modo di vivere che si ricollega alla natura e ai suoi benefici: rilassarsi, aprire la mente, connettersi e ricaricarsi. Anche grazie allo sport... “.

Ma di certo la “vita all’aria aperta”, per quanto apprezzabilissima e condivisibile, non basta da sola a spiegare il fenomeno Norvegia. Le precedenti osservazioni debbono essere necessariamente integrate con altre di natura organizzativa, sociale e politica che ritengo siano state molto ben rappresentate in un altro articolo, apparso su “L’Avvenire” a firma di Jacopo Serrone. Mi piace riportarne qui la parte più significativa:

Per trovare la risposta bisogna tornare indietro di circa quarant’anni: dal 1987 infatti la ‘Norwegian olympic and paralympic committee and confederation of sports’ (Nif) ha redatto la propria ‘Carta dei diritti dei bambini nello sport’ (‘Bestemmelser om barneidrett’), anticipando i principi della Convenzione Onu sui Diritti del fanciullo del 1989. La Carta norvegese promuove esperienze sportive positive, la gratuità dei servizi sportivi, incoraggiando la multidisciplinarietà.

Come sottolinea Inge Andersen, Segretario Generale della Confederazione Norvegese per tredici anni, ‘l’esposizione a diverse discipline sportive stimola abilità motorie diverse e ne alimenta lo sviluppo’.

In tutto il Paese non sono ammessi campionati nazionali under 13, né la stesura di classifiche al termine di eventi sportivi. E se le gare prevedono una premiazione deve essere garantita una medaglia per tutti i partecipanti. ‘L’ossessione per le gare e i risultati non deve mai prevalere sul divertimento e sulla salute dei bambini’, spiega Andersen. Il sistema norvegese punta sulla partecipazione universale, non sulla ricerca del talento precoce.

Le scuole integrano l’educazione fisica scolastica con attività extracurricolari offerte dalle società sportive: circa il 90% dei bambini dai 6 ai 12 anni pratica sport. Per fare un confronto diretto, l’Italia si colloca all’ultimo posto tra i Paesi più sedentari dell’area Ocse, con circa il 90% dei bambini e adolescenti che non pratica sufficiente attività sportiva”.

Immagino che Magnus Carlsen condivida la filosofia e le scelte effettuate dal suo Paese. Personalmente mi auguro che tali princìpi possano un giorno trovare largo spazio e applicazione anche nell’universo scacchistico: ‘l’ossessione per le gare e i risultati” dei tornei di scacchi non dovrebbero mai prevalere sul divertimento, l’ossessione per il punteggio Elo dovrebbe essere cancellata attraverso una profonda e seria revisione del suo utilizzo.

Magnus Carlsen, foto Lennart Ootes

E ciò dovrebbe valere non solo per i bambini ma a qualsiasi età: un giocatore di 50, 60 o 70 e più anni dev’essere incentivato a divertirsi ancora, per sempre, e per divertirsi ancora non dovrebbe essergli posta ‘l’ansia da prestazione’, non dovrebbe, a fine di ogni torneo, lagnarsi o soffrire per aver lasciato sul terreno 10, 20 o 30 dei suoi inutili punti Elo.

Il punteggio Elo è un mostro che dovrebbe essere mantenuto, magari in altre forme, per i soli giocatori professionisti e (parzialmente o completamente) eliminato per tutti gli altri, per tutti coloro che nel gioco degli scacchi sperano di trovare ogni giorno soltanto un passatempo unico, un incomparabile piacere e un eccezionale divertimento.

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