Site icon Uno Scacchista *Edizione 10 Anni*

Pezzettini scacchistici

Opera di Kirill Shanin

(Fabio Lotti)
Fra i tanti elogi scritti diverso tempo fa vorrei far conoscere questi ai lettori del nostro bellissimo blog. Per cercare di sorridere…


W la Cappella!

Intanto la cappella è democratica, non si rinchiude in se stessa in un luogo e in un tempo ben definito e circoscritto. Appartiene a tutti e, ieri come oggi, la si può trovare nelle bettole più infime e nei più nobili castelli, sorge spontanea dalle mani del più pirla come da quelle del Grande Maestro. Ci unisce, ci accomuna, ci affratella, ci democratizza, appunto.

La cappella si può intuire sia sulla scacchiera se, come spettatori, siamo bravi a riconoscerla, che sulla faccia del cappellante (scusate il neologismo). Quando il cappellante se ne accorge, subito dopo averla creata, o appena l’avversario gliela sbatte sotto il muso.

Le sue reazioni possono essere molteplici: vampate e rossori improvvisi sul volto, tremori, sguardi rivolti al cielo, stropicciamento assurdo delle mani, tossicchiamenti ripetuti e insistenti, oppure tentativi disperati di rimanere impassibili con i nervi tesi che schioccano da tutte le parti ecc…Quando questi sintomi si presentano tutti insieme il quadro non si discosta di molto da quello dell’ infarto.

Reazioni ben visibili provengono anche dal cappellato (è brutta ma mi è venuta così), ovvero da chi riceve, come dono piovuto dal cielo, la cappella: sorrisetti a stento trattenuti, sorrisetti maligni, occhietti spalancati per la meraviglia, sospiro profondo di soddisfazione. Dopo l’abituale stretta di mano troverete, però, nel cappellato tutta quella comprensione e quell’affetto che non avete mai ricevuto in vita vostra, nemmeno dalla madre e dal padre più teneri e amorosi: altra stretta, questa volta contrita, di mano, pacche sulle spalle e tutta una serie standardizzata di pelose bugie che infilo una dietro l’altra senza punteggiatura e insomma su via non te la prendere una svista succede a tutti certo che sarebbe stata una bella partita anche io sai quante cappelle e partite perse andiamo a berci qualcosa gli scacchi sono così che ci vuoi fare una volta a me l’altra a te…A questo punto il cappellante fa di solito buon viso a cattivo gioco (vedete come il modo di dire ci stia qui a fagiolo), sfodera una corazza di impassibilità di fronte al suo dolore e viva gli scacchi che fanno tutti amici. Lo sfogo arriva quasi sempre al chiuso del gabinetto dove il cappellante fa una visitina non troppo educata e gentile a tutti i santi del paradiso.

La cappella appare talvolta come il classico dono sceso dal cielo per terminare una partita indecente da ogni punto di vista, forse addirittura come la mossa più bella che fa tirare un sospiro di sollievo agli stessi pezzi incazzati neri, che un Dio ce lo devono avere pure loro.

La cappella è spesso una formidabile ragione di difesa della nostra incapacità scacchistica, ci soccorre, ci viene in aiuto, ci ripara da sicure critiche sul nostro gioco. In fondo, voglio dire, abbiamo fatto una cappella, altrimenti te lo avremmo fatta vedere!

La cappella serve a tirarci fuori diversi libri come ha fatto il nostro Paolo Bagnoli.

La cappella ha una sua dignità, una sua gradualità artistica. Insomma esistono cappelle e cappelle. C’è quella banaluccia e scontata che fa perdere un pedone o un pezzo in situazione difficile e c’è quella fantastica, il cappellone michelangiolesco in una posizione vinta e stravinta dove alla mossa successiva si prende tranquillamente matto. Tra l’altro un matto semplice semplice che vedrebbe pure un bambino. Allora lo scoramento del cappellante e la gioia repressa del cappellato si uniscono in un formidabile abbraccio. Le due facce sono lì ad immortalare il fatidico evento circondate dallo stupore delle facce degli spettatori. Un quadretto da fotografare e appendere sulla parete più luminosa della vostra casa a dimostrazione delle molteplici e variegate espressioni dell’animo umano.

La cappella fa parte del gioco. Anzi, è parte fondamentale del gioco stesso. Serve a ricordarci che non siamo computer, che siamo uomini con le nostre capacità e le nostre debolezze. Serve anche, in definitiva, dopo avere mugugnato di brutto, a strapparci un sorriso. Se poi è forzato, pazienza.

E allora W la Cappella!


Partita Blitz, cartolina in litografia (A. Fässer, Bern)

W la Schiappa!

In una società basata sul successo il perdente non ha spazio, trascurato e relegato in un angolo, se non ridicolizzato. A volte ci si dimentica perfino del secondo, figuriamoci dell’ultimo. Voglio dire in tutti gli sport, in tutti i giuochi. Eppure il perdente, ovvero la Schiappa, svolge un ruolo fondamentale nella società. Senza volare troppo in alto prendiamo gli scacchi. E constatiamo allora l’importanza, il valore del suddetto.

Al dunque. Il nostro torneo sta andando male. Eufemismo, diciamo che fa schifo. Abbiamo perso con il Bianco in una variante del pedone avvelenato della Siciliana che sapevamo a memoria. A memoria! E poi quel bischero del nostro avversario l’ha sciupata con una mossa che non c’entrava per niente. Così ci ha mandato in confusione e… e insomma è finita male. Anche con il Nero mazzolata in testa da un tizio, tra l’altro poco simpatico, un muso da topo che sembrava fiutasse il formaggio sulla scacchiera e non la smetteva di tirar su col naso in qua e là. E dire che abbiamo messo in pratica l’idea di quel babbeo di un toscanaccio che ha scritto qualche libercolo sulle aperture! (seguono accidenti vari). Altre batoste successive per le solite sviste in posizioni vincenti (succede sempre così).

Ergo morale a pezzi, groppo in gola, con l’assillo del ritorno a casa, o meglio al circolo e gli amici a prenderti in giro (peggio che incontrare La Russa in una notte buia e tempestosa). Ma ecco, miracolo, la Schiappa venirti in soccorso. Non la riconosciamo subito che il dono del Signore può presentarsi benissimo sotto sembianze del giovanottone rubicondo, del fighetto occhialuto o del buon padre di famiglia dall’aspetto cordiale. Ma se aspettiamo qualche mossa eccolo svelarsi in tutta la sua sorprendente generosità, offrendoci pure l’occasione di un meraviglioso sacrificio di Regina da mostrare urbi et orbi. Alla fine sospiro di sollievo, forte stretta di mano da parte nostra, quasi un abbraccio seguito da un quasi istintivo bacio con la lingua in bocca. La schiappa ci ha ridato vita e coraggio.

E allora W la Schiappa!

P.S. E’ chiaro che ognuno di noi è Schiappa di un altro più forte.


Lo scocciatore, cartolina in litografia (A. Fässer, Bern)

W il  Bravone!

Eccolo, arriva! Arriva lui, il Bravone, e tutti al circolo a fremere e  a lanciare strani segnali, mentre stanno giocando le loro partite. Spesso a blitz che il tempo lungo logora. A chi toccherà il Bravone? Questa è la domanda angosciosa che pulsa nelle loro menti e batte nei loro cuori. Ecco che il Bravone si aggira silenzioso tra i tavoli da gioco, si ferma un attimo, poi riparte, si riferma, si sposta ancora…Un brivido sembra percorrere l’intera sala. Si è fermato! Proprio davanti ai due giocatori che più lo temono. E hanno impiantato una Est-indiana che il Bravone conosce a memoria. Quando si dice il maledetto destino…

La partita continua, le mosse si fanno più concitate mentre il Bravone segue le evoluzioni, aprendo e chiudendo gli occhi con un sorrisetto che non promette niente di buono. Fino alla fine della partita quando entra in scena come all’aprirsi di un sipario. Lì quella mossa del Bianco non poteva andare via, troppo debole, troppo remissiva; là quella mossa del Nero troppo facilona, troppo ottimistica. Bisogna conoscere bene gli schemi dell’Est-indiana altrimenti si rischia di fare una figura cacina da ambo le parti. E qui una sfilza di citazioni tratte dai testi teorici. Bisogna leggere, bisogna studiare!

Poi il Bravone lascia il tavolo per andare dagli altri fino a quando, dopo la solita stressante litania di commenti, viene invitato ad una amichevole sfida. Così, per passare il tempo e imparare qualcosa da lui. La partita ha inizio e allora sul volto del Bravone si stampa la solita espressione del sorrisetto spocchioso unita ad un muovere sciolto dei pezzi sulla scacchiera. Conosce tutto a menadito, via, non c’è che dire. E’ bravo il Bravone. Ma ad un certo punto qualcosa non quadra. L’avversario ha deviato dai sacri testi e allora il sorrisetto spocchioso lascia via libera ad un alzarsi ed abbassarsi frenetico delle ciglia, ad uno spasmodico stringersi delle labbra, ad un rossore porporino che si spande sulle guance fino all’ultima terrea espressione di desolante, inaspettata meraviglia. Il Bravone ha perso. Con somma gioia di tutto il circolo.

E allora W il Bravone!

Anche perché qualche volta è stato interpretato magnificamente da noi stessi…


W la Sconfitta!

Intanto bisogna sfatare il luogo comune che le sconfitte siano sempre male accette. Soprattutto da parte di chi è abituato a vincere sempre. Napoleone Bonaparte, per esempio, non ne poteva più delle vittorie (gli costarono un’ulcera allo stomaco) e le ultime ricerche d’archivio hanno dimostrato che, dopo la disfatta di Waterloo, abbia esclamato Finalement!, abbracciando e baciando i suoi nemici (vedi un po’ come viene manipolata la storia). Lo stesso dicasi per altri numerosi condottieri che andarono proprio a cercarsela in modo da dare un taglio netto alla litania di demoralizzanti successi (dopo un po’ vengono a noia).

D’accordo, ho scherzato, le sconfitte fanno solo girare le palle. Però ce ne sono alcune, almeno in campo scacchistico, che riescono a tirare su gli animi più cupi. Parlo delle sconfitte degli altri che rendono meno dolorose le nostre sconfitte. Se ha perso lui così bravo…Soprattutto se gli “altri” risultano essere quei tizi  che hanno a lungo sbeffeggiato il nostro stupido gioco. Allora vederli impalliditi e sudati durante l’ultima fase della partita funesta, le labbra tremolanti, il naso rosso, il sorrisetto da ebete stampato sul volto con l’ultima flaccida stretta di mano a sancire l’amara capitolazione, costituiscono per noi fonte di gaudioso risarcimento.

E allora… W la Sconfitta!


Partita sospesa, cartolina in litografia (A. Fässer, Bern)

W il Pedone!

Sulla scacchiera fa un po’ di tenerezza. Lui, così piccolo e nero (mi ricorda la pubblicità di Calimero), ma anche bianco è lo stesso, in confronto ai pezzi blasonati come il Re e la Regina, le possenti Torri, i dinamici Alfieri e gli agili Cavalli che manco lo salutano. Vederlo arrancare di un sol passo (d’accordo all’inizio può farne due per puro spirito di carità cristiana) con i suoi compagni di sventura lungo una estenuante colonna provoca una stretta al cuore.

Misero pedone buttato allo sbaraglio, sacrificato quasi sempre da menti miopicamente perverse e assassine, magari sin dall’inizio con gli sciagurati gambetti, lasciato solo durante la furia della battaglia, costretto spesso a ritrovarsi su un’”isola” deserta lontano da tutto e da tutti, circondato dalle falangi nemiche come un bambino indifeso. Impossibile, poi, non intenerirsi di quello doppiato, preso di mira dall’astuto avversario per la sua intrinseca debolezza, che se ne sta rannicchiato e tremante aspettando l’inevitabile fine!

Fortunatamente tra tante tristezze c’è una luce di speranza: il pedone libero che, tutto silenzioso e circospetto, cerca di non dare nell’occhio, scruta intorno con mente vigile, avanza, si ferma, avanza di nuovo tra mischie furiose e cavalli volanti per raggiungere l’agognato momento del riscatto: l’ottava traversa! Allora con una trasformazione degna della bolgia dei ladri potrà vendicarsi di tutte le passate angherie, di tutte le passate umiliazioni.

E poi, se mi permettete, c’è pure il pedone umano, quello che se ne va a piedi e rischia sempre di essere messo sotto da qualche automobilista ubriaco. Magari anche sulle strisce.

E dunque un grido liberatorio esce spontaneo dal nostro petto…

W il Pedone!


Fabio Lotti è nato a Poggibonsi (Siena) nel 1946. Laureato in Materie Letterarie, è Maestro per corrispondenza e collaboratore di riviste scacchistiche specializzate. Ha pubblicato vari testi teorici, tra i quali “Il Dragone italiano“, “Gambetti per vincere” e “Guida pratica alle aperture“.

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