(Alessandro Colosimo [Zenone])
“La sera in cui Bobby non scese a giocare” (Guanda, 2026) è l’ultimo romanzo di Mayra Montero, scrittrice e giornalista di origine cubana-portoricana, figlia dello scrittore ed attore comico Manuel Montero, molto noto nei Paesi del centro America. Vi dico subito che il protagonista del romanzo non sono gli Scacchi ma l’Amore, declinato in molte sue forme: sentimentale, passionale, erotica. Gli Scacchi sono un pretesto, ma anch’essi una forma di Amore assoluto.
Oltre alla ragazzina e a Bobby, tra i protagonisti, c’è una famiglia di orologiai, vissuti da sempre in mezzo agli Scacchi per la passione smisurata del padre per questo gioco. Uno dei figli, Mario, si invaghisce della vera Regina, la mamma di Fischer, un amore fisico che divampa in un attimo, il cui ricordo dura, per l’orologiaio, tutta la vita.
Per Miriam e Mario la vita brucia velocissima, tra quello che avrebbe potuto essere e ciò che invece è stato, in un eterno ricordo. Due linee temporali del racconto che si incontreranno. Storie che si dipanano, tristi e malinconiche, partendo dalla Cuba degli anni ’60, tra il cambiamento di governo, con l’arrivo di Fidel Castro al potere, e la triste realtà della Guerra Fredda, tra i primi grandi successi di Bobby Fischer ed il Match del Secolo del ’72, in Islanda.
A mio parere una prova di grande scrittura, che non può non ricordare quella dei grandi scrittori dell’America Latina, con cui vengono descritti, oltre ai due protagonisti, perfettamente tratteggiati, così come i loro ambiti familiari complessi, anche psicologicamente, avvenimenti e personaggi scacchistici reali, come Tal, amico di Fischer ragazzino, “dipinto” magnificamente nella sua voglia di autodistruzione personale, ma non scacchistica.
Poco più di duecentosessanta pagine da leggere con grande calma, lasciandoci coinvolgere dal racconto: sedendoci vicino a Miriam, osservandola nella stanza di casa sua o dell’albergo dove incontra Bobby, o osservando Mario, con malinconia ed empatia, nella sua bottega.
Alla fine ci sarà un passaggio di testimone tra i fallimenti dell’ormai anziano orologiaio e la vita che si apre davanti alla ancora giovane ragazza, quando dice di Mario che: “Non mi fece pena, anzi, mi diede coraggio (…) quel regno del dolore non sarebbe stato il mio”.
Tutto questo accadrà quando domenica 16 luglio 1972 Fischer deciderà di iniziare a giocare davvero il suo match a Reykjavik, dopo aver letto un telegramma.
Nato nel 1965, ligure di nascita e viareggino di adozione, ho conosciuto gli scacchi grazie a mio padre. 1^ categoria Nazionale (ho ripreso da poco a giocare dopo lunghissima inattività) e Istruttore di Base della FSI, ho sempre unito gli scarsi risultati agonistici al mio amore per la scrittura.
