(Uberto Delprato)
Tra i grandi nomi degli scacchi internazionali, quello di Julio Ernesto Granda Zúñiga occupa un posto del tutto particolare. Primo Grande Maestro della storia del Perù, titolo conquistato a soli 19 anni nel 1986, Granda è considerato uno dei talenti naturali più puri e anticonformisti dello scacchismo mondiale. La sua parabola umana e professionale non si misura soltanto in vittorie e trofei, ma nel legame indissolubile con la sua terra d’origine e in una visione del gioco profonda, lontana dagli schemi convenzionali.
Dalle origini rurali ai vertici mondiali
Nato a Camaná, una fertile valle agricola nella regione di Arequipa, Granda cresce in una famiglia contadina priva di grandi mezzi. Il suo avvicinamento al “nobil gioco” avviene quasi per caso: nel 1972, l’eco del match tra Bobby Fischer e Boris Spassky spinge il padre ad acquistare una scacchiera per i figli. Tra tutti, il piccolissimo Julio dimostra un’inclinazione immediata e strabiliante.
Il ritiro agonistico e la vita da “pedone”
Nonostante i successi e i molti viaggi intorno al mondo, Granda ha sempre mantenuto un profondo distacco dal fascino effimero della notorietà. Nel 1998, in seguito a una parentesi politica poco felice e a un momento di forte stanchezza personale, decise improvvisamente di ritirarsi dagli scacchi agonisti per ritornare alla terra. Come ha raccontato rievocando le ragioni del suo addio temporaneo durato ben quattro anni:
«Mi dedicai all’agricoltura, il che fu abbastanza duro. Ho pochissima terra e dovevo affittarne un po’. Qualcuno da quelle parti mi disse: “Sei campione di scacchi e ora sei il pedone della tua fattoria”. Ebbene, credo che quell’esperienza sia stata molto positiva perché non l’avevo mai vissuta. Avevo vissuto in una nuvola, in una fantasia, viaggiando sempre per gli scacchi».
Soltanto nel 2002, richiamato dalla Federazione e spinto dalle difficoltà economiche dovute a una brutta annata agricola, Granda accettò di ritornare agli scacchi agonistici. E lo ha fatto con ottimi risultati, come visto, tanto che a metà 2016, a 49 anni, ha sfiorato l’ingresso nel club 2700+, arrivando a un Elo di 2699.
“Se un produttore di Hollywood scoprisse la sua vita,
probabilmente ne girerebbe un film da Oscar”
(Leontxo Garcia)
Di questa sua “seconda giovinezza” mi piace mostrarvi la sua bella vittoria contro Anish Giri (all’epoca Elo 2756) nella Bundesliga 2016/17.
Una filosofia di gioco “alla peruviana”: intuizione e comprensione profonda
L’elemento più distintivo di Julio Granda risiede nel suo approccio teorico o, per meglio dire, nella sua assenza. In un’era in cui gli scacchisti professionisti trascorrono ore a mandare a memoria le varianti teoriche guidati dai vari motori, Granda ha sempre detto di non aver praticamente studiato la teoria delle aperture. L’unico testo di formazione che cita con affetto è il terzo volume del “Tratado General de Ajedrez” di Roberto Grau. Per il resto, il suo stile si è nutrito quasi esclusivamente di intuizione pura, creatività, memoria visiva e capacità di adattarsi alla posizione, secondo quello stile che lui stesso definisce “alla peruviana”.
Nel suo percorso di maturazione, la concezione stessa del gioco ha subito un’evoluzione filosofica. Come ha spesso dichiarato, se inizialmente considerava gli scacchi semplicemente come una competizione o un passatempo, con l’esperienza ha compreso la necessità di andare oltre la pura tecnica delle mosse. Spiegando il senso del suo primo libro pedagogico “Guía para ser un maestro de ajedrez”, Granda esprime chiaramente questa visione:
«Con tutte le informazioni che abbiamo a disposizione ora, non c’è più bisogno di spiegare ai bambini il movimento dei pezzi. Quello possono impararlo con relativa facilità. Questa è una guida per bambini che sanno già muoverli e che vogliono capire di più. Dico sempre che una cosa è saper muovere i pezzi, e un’altra è capire gli scacchi».
A questa riflessione fa eco quanto confidato al portale “Somos Periodismo” riflettendo sul proprio passato:
«Prima vedevo gli scacchi sempre e solo come un gioco. Ora mi rendo conto che sono molto di più, possono persino avere connotazioni filosofiche. Nel sollievo e nella pace degli anni del mio ritiro in campagna, vedo gli scacchi come una parte ineludibile della mia vita».
Per lui, la bellezza di una partita non risiede nella precisione robotica della sequenza calcolata, ma nell’affiorare di un’idea nascosta: una mossa di pedone apparentemente insignificante, il cui senso profondo si svela soltanto cinque o sei mosse più tardi.
Il ponte verso le nuove generazioni
Oggi, lontano dal ritmo frenetico dei tornei del passato, Granda osserva con lucidità l’evoluzione degli scacchi moderni. Riconosce che l’avvento di Internet e dei motori di calcolo ha velocizzato enormemente l’apprendimento, permettendo l’emergere di prodigi precocissimi in grado di giocare con una precisione impeccabile. Ciononostante, rivendica con forza il valore umano, relazionale e pedagogico del gioco.
