(Riccardo M.)
Più di una volta mi è capitato, parlando con amici, di dire che avevo iniziato ad interessarmi di scacchi e ad amarli in quanto gli scacchi sono un “gioco democratico”. Lo scorso anno uscì qui un mio post dal titolo “Morte degli scacchi e delle democrazie”. Avevo pensato di voler tornare sull’argomento “democrazia”, in una forma un po’ diversa. Avevo pensato ad esempio di soffermarmi sugli uomini politici che in Italia giocano o hanno giocato a scacchi; ma pare che siano pochissimi, uno degli ultimi mi sembra sia stato Amintore Fanfani, che oggi non tutti forse ricordano. Ho accantonato l’idea, per ora, in favore di qualcosa di più attuale e generale.
Il rapporto fra scacchi e democrazia è stato già oggetto di osservazione in particolare da parte del nostro amico Giangiuseppe Pili, che in un post pubblicato anni fa sul Blog “SoloScacchi” così si esprimeva:
“ …. gli scacchi sono un gioco profondamente democratico. Essi, infatti, non guardano in faccia a nessuno: al potente come al miserabile pongono la stessa sfida intellettuale e la vittoria non dipende né dall’economia, né dalla cultura ma dall’abilità intrinseca. Questo fattore evidenzia da sempre una delle esigenze dell’Occidente: quella di mediare tra l’autoarchia dei migliori (aristocrazia, nobiltà, tecnocrati) e l’esigenza della massa. Gli scacchi, dunque, sono stati (e sono tutt’ora) uno strumento che abbatte la distanza tra le classi sociali e diminuisce i conflitti di classe per riportare lo scontro su un piano propriamente ludico e culturale allo stesso tempo”.
Bene, però consentitemi ora di deporre momentaneamente gli scacchi nel cassetto e far sorvolare la scacchiera da alcune riflessioni sulla democrazia.
Allora, che cosa è quella che chiamiamo “democrazia”? Partiamo in modo elementare dalla Enciclopedia Treccani, dove si legge che “il termine democrazia compare per la prima volta in Erodoto e sta per, traducendo letteralmente dal greco: potere (kratos) del popolo (demos)”.
“Governo del popolo”, quindi. Ma si è davvero mai visto nella storia un governo del popolo? Nella stessa Treccani, tra l’altro, si legge anche che “ … l’esperienza storica insegna che a ideali smisurati corrispondono sempre catastrofi pratiche”.
Il dibattito sulla democrazia, sulle democrazie, va avanti da secoli, interminabile, affascinante, mai conclusivo perché la democrazia è in effetti qualcosa di incompiuto, di plasmabile, oggetto di visioni diverse e a volte anche di fenomenali abbagli e, purtroppo, di tristi speculazioni. Provo qui ad affrontare brevemente il tema, esponendo il mio punto di vista, anche se nei limiti di un piccolo spazio che ovviamente non può pretendere di esaurirne, se non in minima parte, gli aspetti principali.
Una cosa certa è anzitutto che la democrazia è l’antitesi di concetti quali “totalitarismo” e “dittatura” e che si è andata via via affermando, almeno in Europa, soprattutto (ma non solo) nella seconda metà del secolo scorso. Tuttavia la democrazia, che 30 o 40 anni fa appariva senza avversari, oggi ha alcuni nemici, più o meno occulti. Lo sappiamo.
Fra i nemici che più oggi insidiano la democrazia si annovera il populismo. E credo pure che sia incontestabile affermare che tale nemico sia interno, e non esterno, alla democrazia, e che dunque è generato dalla democrazia stessa. La democrazia è portatrice essa stessa, pertanto, di germi pericolosi.
Il populismo è quel fenomeno, sorto in Russia ma nello scorso secolo prevalentemente apparso in Sud America, che ha raccolto e canalizzato la (peraltro legittima) protesta sociale contro le distorsioni delle élites democratiche al potere, contro la corruzione, la globalizzazione dei mercati, contro la cosiddetta “casta”, ovvero contro tutte quelle categorie di persone che, anche se non elette, nell’ombra o meno, ricoprono o svolgono, da “esperti”, ruoli-chiave a fianco o dietro dei vari governi e, in specie, nel mondo della finanza, delle banche e dell’economia.
Curiosamente poi (ma non troppo), laddove alcuni di questi movimenti populisti sono arrivati fino al governo, abbiamo veduto come anche loro si siano poi avvalsi dell’opera di esperti tecnocrati non eletti, di quelle élites, cioè, che si sono rivelate necessarie per la modernizzazione di un Paese, per la sua crescita e prosperità, fino ad essere in pratica quasi insostituibili e che invece rischiano spesso di diventare uno dei capri espiatori in pasto all’indistinto malessere popolare. Scrive bene Yves Meny nella sua recente (marzo 2019) “Democrazia ma non troppo” che “il ruolo della democrazia non è di mettere da parte coloro che sanno, ma di utilizzare al meglio le loro competenze sotto il controllo di coloro che il popolo ha eletto“.
Ai giorni nostri, la rivoluzione tecnologica rappresentata da internet e dai social ha contribuito alla crescita e alla esplosione di tali movimenti popul-sovranisti e alla diffusa diffidenza, se non odio, della gente comune verso le caste e verso l’esperienza e la competenza in genere, sovente uniti all’invocazione di (inesistenti) teorie “del complotto“. Ma la protesta, la diffidenza, la rabbia e l’odio, per quanto seducenti, purificatori e non antidemocratici di per sé, non sono in genere portatori di programmi concreti di ampio respiro, né di progetti alternativi al sistema, né di un’ideologia capace di sovrapporsi a quella degli avversari che vorrebbero sostituire, né quasi mai di specifiche valide competenze e, quindi, non possono che, alle estreme conseguenze, contribuire al rischio di un indebolimento o abbattimento dei sistemi democratici e alla loro sostituzione con quelli totalitari.
A volte, nelle democrazie più mature, i movimenti populisti hanno fortunatamente vita breve oppure compiono una curiosa metamorfosi finendo pian piano con l’accettare e poi farsi coinvolgere e inglobare da quello stesso sistema che all’origine avrebbero voluto abbattere. In ciò sono il Parlamento e la Costituzione che di solito rivestono un ruolo fondamentale di argini e difensori della rappresentanza democratica.
Tutto ciò dimostra comunque che la democrazia è sempre imperfetta in quanto contiene sempre i germi di qualcosa (come appunto il populismo) che la può anche uccidere. Come, ad esempio, si è rischiato e si rischia dopo le recenti elezioni “primarie” in Argentina. E non solo là.
Ci si può chiedere se sia vera democrazia quella che consente al popolo di scegliere di favorire attraverso il voto (magari inconsapevolmente) una quasi-dittatura al posto della democrazia medesima. Io non credo che lo sia proprio del tutto, se vogliamo essere difensori dei princìpi che sono alla base della democrazia, ovvero: rispetto della dignità umana e dei diritti umani (diritto di voto e diritti delle minoranze), cittadini intesi come “attori politici”, limiti temporali per chi gestisce la cosa pubblica, frazionamento e decentramento del potere, e poi uguaglianza, equità economica e fiscale, pluralismo, solidarietà, parità tra donne e uomini, salvaguardia delle minoranze, presunzione d’innocenza, welfare eccetera.
A proposito di welfare, questo principio non è mai riuscito ad affermarsi completamente negli Stati Uniti, e non troppi anni or sono fallì l’istituzione della sanità pubblica nonostante i tentativi del presidente Obama. Eppure gli USA, dove oggi alcuni giuristi pare mettano in discussione perfino la presunzione d’innocenza (caposaldo di ogni Stato di diritto) si vantano di essere una democrazia …. Ma allora quante democrazie diverse esistono in pratica? E fino a che punto il liberalismo deve individuarsi come un ostacolo alla democrazia?
E’ fondamentale sottolineare che la democrazia come tale (“sovranità del popolo”, un popolo che -ricordiamolo- non esiste tuttavia come soggetto politico) non è mai nei fatti compiutamente realizzata; è sempre limitata, circoscritta. E’ del resto proprio l’articolo 1 della nostra Costituzione a recitare che ” ….. la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Ad esempio, oggi chi ha 16 anni non può votare in Italia (e magari è già campione del mondo di nuoto o di scacchi). E’ giusto questo o no? Beh, è semplicemente uno dei paletti della nostra democrazia, che esclude chi ha 16 anni dal “popolo” inteso come partecipante alla vita democratica. Paiono delle indispensabili regole, sulle quali vigila in Italia anzitutto la Corte Costituzionale, ma che mai dovremmo considerare come immodificabili. Tutt’altro.
La democrazia in effetti dev’essere soprattutto intesa e vista come un’aspirazione, una meravigliosa aspirazione, una tendenza, una difficile costruzione in eterno perfezionamento. Di conseguenza le costituzioni democratiche debbono per forza essere considerate in continua evoluzione, in continuo adattamento alle nuove facce della società, in un perfezionamento incessante, senza fine. La loro assoluta rigidità sarebbe un rischio per il sopravvivere stesso della democrazia. O forse noi pensiamo che la bellissima Costituzione italiana, scritta nel 1947, potrà essere pressoché identica anche nel 2047 o nel 2147? Non penso proprio che lo sarà, pur se determinati fondanti princìpi di una democrazia resistono fin dagli anni di Erodoto e resisteranno ancora a lungo.
Parimenti, elastico e non rigido deve essere il nostro individuale pensiero e giudizio, che dovrebbe sempre sapersi adattare, scevro da pregiudizi, alle mutate realtà. Faccio un immaginario esempio. L’uomo politico “X” non pareva, fino al 2025, un pericolo per la democrazia? Nel 2026 sembra che l’uomo politico “X” lo sia? Ebbene, è del tutto indifferente sapere se “X” non ci pareva fino al 2025 (o addirittura fino a pochi giorni prima) un pericolo perché non lo avevamo valutato bene noi o perché è stato lui ad essersi vestito nel frattempo di ideali e fini politici diversi da quelli iniziali. Ciò che conta è che il pensiero e l’azione, nel nostro piccolo, sappia adattarsi nel 2026 a detto cambiamento (reale o percepito), e saper assumere determinazioni diverse (finanche opposte) a quelle che avremmo assunto nel 2025, senza perciò essere tacciati di incoerenza, trasformismo o altro: “solo i morti e gli stupidi non cambiano mai opinione”, scriveva nell’800 il diplomatico statunitense James Russell Lowell.
E’ poi un errore esiziale ritenere che la democrazia si possa concretizzare soltanto nell’esercizio del diritto di voto, aspetto essenziale ma di per sé abbastanza limitativo. Esistono oggi alcuni Paesi, anche in Europa (si pensi a Russia e Turchia), per i quali resta piuttosto difficile parlare di democrazia, pur avendo (apparentemente) i loro governanti ottenuto la legittimità attraverso un voto popolare.
La democrazia, se vuole sopravvivere, ha invece bisogno di un’arma e di un obiettivo fondamentale: di saper creare le condizioni affinché tutti (o il più possibile delle persone, di ogni età e provenienza) abbiano accesso alle informazioni che consentano poi, col voto e non soltanto col voto, di far prevalere le idee e i programmi più consoni alle aspirazioni stesse della democrazia e al suo definitivo successo. Finché tale aspirazione e tali condizioni non si saranno compiutamente, o almeno parzialmente, realizzate, l’intervento singolo del popolo su temi basilari per la democrazia potrebbe rischiare di significare la fine stessa (=suicidio) delle democrazie.
“La democrazia” -scriveva nel 1835 il filosofo e politologo francese Alexis de Tocqueville– “è il potere di un popolo informato”. E Victor Hugo confermava: “l’unico pericolo sociale è l’ignoranza”.
Alla base di queste indispensabili condizioni/informazioni c’è fondamentalmente la crescita culturale di un popolo. E’ stato molto triste leggere in questi giorni un report dal quale emerge che in Italia “….è analfabeta funzionale un adolescente su tre“. Triste e assai preoccupante, in quanto è piuttosto facile aizzare contro le istituzioni democratiche un popolo di ignoranti.
Pertanto occorre un serio intervento sulla scuola e sui giovani, occorre investire su attività che (come gli scacchi) aiutino a sviluppare la ragione e la lealtà, l’accettazione dell’uguaglianza e il respingimento delle disuguaglianze, il rispetto per il diverso, la conoscenza della storia e il tramandarsi della memoria; occorre più partecipazione e meno individualismo, occorre il rafforzamento di strutture di socializzazione politica che oggi paiono gravemente indebolite (lo sono i partiti medesimi) o sopraffatte dalle nuove formidabili e distorsive tecniche di diffusione del pensiero e degli slogan (“fake news”).
Occorre oggi saper comprendere e valutare i fatti e non lasciarsi suggestionare dalla presentazione che dei fatti danno artatamente e platealmente alcuni furbi personaggi politici. Occorre, insomma, combattere e sconfiggere quell’ignoranza che Platone definiva “la più difficile da trattare fra tutte le bestie selvagge”.
Occorre, ancora, che fra rappresentanza politica (che resterà sempre inevitabile) e rappresentati si crei di nuovo stabilmente un filo diretto, solido e continuo, e non un contatto occasionale nei soli momenti delle elezioni, quando a prendere il sopravvento è di solito la propaganda più bassa e brutale. Ciò, beninteso, evitando che le scelte dei rappresentati entrino in conflitto con quelle dei rappresentanti, scavalcandole.
La cosa non è semplice, considerando la crescente sfiducia (anche in Italia) dei cittadini nella politica e nei partiti. Ricordiamoci che le “mosse” dei cittadini sullo scacchiere politico mondiale contano (anche quando non sembra) assai più di tutte quelle di campioni di scacchi, quali Carlsen o Caruana, messe insieme, e che certe scelte possono essere determinanti, in un senso o nell’altro, per le sorti felici o infelici di una nazione e di un popolo…. per le sorti della Democrazia.
E’ in ogni caso presto per scrivere la parola “abbandono”, ed è difficile giudicare se oggi stiano meglio i colori bianchi o i colori neri … Ma dobbiamo continuare a lottare.
Bibliografia essenziale:
- Alexis de Tocqueville “La democrazia in America” (1835)
- Giovanni Sartori “La democrazia in 30 lezioni” (Mondadori 2009)
- Sabino Cassese “Il popolo e i suoi rappresentanti” (Storia e letteratura 2019)
- Sabino Cassese “La svolta, dialoghi sulla politica che cambia” (il Mulino 2019)
- Yves Mény “Popolo ma non troppo, il malinteso democratico” (il Mulino, 2019)
