(Uberto D.)
Quando David Bowie scrisse “Space Oddity” nel lontano 1969 voleva raccontare la solitudine, la sensazione di non poter far nulla per cambiare il proprio futuro, di sentirsi trasportato in un “barattolo di latta” fino a lasciarsi andare e non comunicare più. Il testo evocativo e la costruzione quasi teatrale della canzone l’hanno resa un classico senzatempo, ma in questi giorni di isolamento forzato mi è sembrata una sorta di metafora delle nostre vite attuali.
“Il pianeta Terra è blu, e non c’è niente che io possa fare” conclude David, citando quello che disse Yury Gagarin, primo uomo a vedere la Terra dall’esterno (“La Terra è blu“), ma anche suggerendo che il pianeta è triste (“blue” in inglese significa anche questo).
Guardando la foto di apertura del post (NASA, foto di Victor Zelentsov), che ritrae gli austronauti Tom Marshburn (a sinistra) e Chris Hadfield (a destra) in momento di relax a Baikonur (Kazakistan), mi sono ricordato di una particolarissima versione di “Space Oddity” cantata davvero dallo spazio. Ecco come Chris Hadfield, dal suo spazioso “barattolo di latta” ci mostra il mondo da un particolare punto di vista.
Nonostante l’atmosfera affascinante e straniante della canzone (da cui il titolo) e del video, non sono d’accordo che non ci sia niente che possiamo fare. Possiamo fare molto: per noi, per chi nasce e cresce adesso e per ricordare chi ci ha lasciato. Tutto questo siamo noi, con la nostra natura di esseri umani sociali, solidali e fiduciosi.
