(Antonio Monteleone)
Eccoci a parlare di una delle colonne portanti dello scacchismo italiano negli anni Sessanta – Novanta: Stefano Tatai.
Alto, longilineo, distinto, sempre ben vestito in giacca e cravatta (almeno così lo ricordo in quei tornei) e grandi occhiali come andavano di moda all’epoca. Di famiglia di origini ungheresi, fu per ben dodici volte Campione Italiano Assoluto e per nove volte Campione Italiano a squadre.
Sono sincero, io l’ho sempre un poco sottovalutato e nel dualismo che c’era con il nostro GM Nazionale, ho sempre parteggiato per quest’ultimo. Non so, sarà stata la mia giovane età, ma fu quasi naturale sposare la causa del giocatore estroso, combattivo e irruento che si contrapponeva ad un giocatore più tecnico, posato e ben preparato teoricamente. Era come rivedere la rivalità tra Nimzowitsch e Tarrasch, con la fantasia che si contrapponeva alla logica e ai dogmi. E per me Mariotti era l’equivalente di Nimzowitsch e non potevo non tifare per lui.
Diciamo anche che il Tatai che ho conosciuto in questi tornei, era già un poco avanti con l’età e sicuramente aveva passato i suoi momenti migliori, ma era pur sempre un giocatore di tutto rispetto. E in questi tornei inseguì invano quel titolo di GM che gli avrebbe dato la giusta collocazione nel panorama scacchistico mondiale.
Fu una presenza costante in questi Tornei del Banco di Roma e l’unico a partecipare a tutte e undici le edizioni, con alterne fortune. Rappresentò insieme a Mariotti, l’indimenticato Zichichi e a Toth, il gruppo di giocatori titolati che rimase per anni il meglio di quanto lo scacchismo italiano riuscì a proporre, con Sergio che spiccava per il titolo di GM che lo rese, ancora per diverso tempo, l’unico italiano ad averlo raggiunto.
Eppure, arrivò diverse volte vicino al raggiungimento della agognata Norma di GM, che in questi tornei, quelli a dieci giocatori e nove turni, era fissata a 6,5 punti. Come arrivò ad un soffio dall’ELO necessario per il titolo oltre al raggiungimento delle norme, fissato a 2500 punti e lui si fermò a 2495!
E che lo valesse quel titolo, lo dimostra questa partita giocata contro uno dei più forti giocatori sovietici dell’epoca.
Bella prova, vero? Però a questi livelli ciò che conta è la continuità dei risultati e in quella seconda edizione del torneo, Vaganian vinse con 8 punti su 11, appaiato a Mikalchisin secondo per spareggio tecnico, mentre il nostro Tatai si piazzò a metà classifica con 5,5 punti.
I migliori tornei da lui disputati, furono il settimo e l’ottavo, rispettivamente del 1982 e del 1984, dove arrivò terzo dietro a Pinter, unica sconfitta, e Toth, e poi secondo solo per spareggio tecnico appaiato in testa a Sax a sei punti e solo a mezzo punto dalla norma di GM. Anche qui, per ironia della sorte, l’unico a sbarrargli la strada fu il solito Pinter, in una partita dove in posizione pari, Tatai fece un grosso errore che consegnò la vittoria al forte GM ungherese.
La seguente vittoria, conseguita nella fase finale del torneo, fu la quarta ottenuta in quella che sarà la migliore performance di Tatai in questa serie di Tornei del Banco di Roma.
Con questa vittoria del penultimo turno, Tatai si ritrovava a dover giocare un ultimo turno decisivo, per la vittoria del torneo e per il raggiungimento della Norma di GM.
L’impresa non era facile, perché doveva affrontare il coetaneo GM Edmar Mednis di Nero e, conoscendo il suo stile, sicuramente non l’avrebbe fatto attaccando all’arma bianca.
Che delusione! Patta dopo una ventina di mosse una partita che sarebbe dovuta finire Re contro Re!
Tatai si accontentò del pareggio e, obiettivamente, nella posizione in cui questi venne concordato, il vantaggio era nelle mani del Bianco. Ma tutti ci saremmo aspettati una battaglia all’ultimo sangue per raggiungere l’ambita Norma, battaglia che in realtà neanche iniziò.
Questo fatto fece ancora di più maturare in me, oramai non più ragazzino, il pensiero che: “Sì, è un giocatore forte, uno tra i migliori italiani, però…”. Quel però un poco ingeneroso che non riconosceva la sua storia, collocandolo sempre un poco più indietro rispetto ad altri giocatori che quel titolo di GM l’avevano raggiunto.
Eppure, oltre ai successi casalinghi, lui rappresentò l’Italia in ben nove Olimpiadi, giocando sempre in prima scacchiera con esclusione delle Olimpiadi di Nizza del 1974, dove quella scacchiera fu appannaggio del suo eterno rivale, il GM Sergio Mariotti. E in totale vinse ben 43 partite, record italiano, su 120 giocate realizzando un 58% di score, risultato decisamente niente male.
Per non parlare, poi, dei suoi “scalpi” di fortissimi giocatori quali Larsen, Timman, Hort, Ljubojevic, Najdorf , Kavalek e Beliavsky. Insomma, questi risultati con questi avversari, non si raggiungono per caso.
Un gentleman di altri tempi, una vera e proprio leggenda scacchistica italiana che continuò a tenere a bada le giovani leve vincendo, dopo quel fatidico e bel torneo del 1984, ancora quattro Campionati Italiani, di cui l’ultimo a Reggio Emilia nel 1994 a ben cinquantasei anni!
E, a questo punto, non mi rimane che chiedere venia per aver sempre poco considerato un professionista che, con i risultati, ha dimostrato di essere stato un forte giocatore che ha calcato le scene scacchistiche per più di quarant’anni ad alti livelli, facendo la storia degli scacchi in Italia.
