(Riccardo Moneta)
Michael Johnson, l’atleta statunitense grande campione sui 200 e 400 metri piani, affermava che “la mente è assolutamente fondamentale nel raggiungimento dei risultati, anche per gli atleti. La psicologia nello sport è una parte molto piccola, ma è estremamente importante ad altissimo livello, quando si fanno i record e si vincono o perdono le gare a volte per millesimi di secondo”.
Chi va a cercare in rete il nome di Nikolaj Krogius, si accorge che al suo fianco non è scritto “grande maestro di scacchi”, bensì “psicologo”. E’ comprensibile, perché Krogius, che di scacchi s’intendeva e molto, scrisse nella sua vita una ventina di libri e oltre 150 articoli sulla psicologia negli scacchi. Di lui abbiamo già parlato nell’articolo “Krogius conta 91 case“.
Dobbiamo anzitutto ricordare che Nikolaj, che era nato il 22 luglio del 1930 a Saratov, città russa sul Volga, oggi non è più con noi: si è spento in un’altra stagione (il 14 luglio 2022, all’età di 91 anni) e in un altro continente, a New York dove con la sua famiglia (la moglie Irina Gordeeva, due figlie e quattro nipoti) si era trasferito nel 1998.
Curioso come le nostre vite siano a volte segnate da episodi apparentemente minimali: durante la seconda guerra un soldato dell’Armata Rossa che passava a Saratov chiese al ragazzino Nikolaj se avesse un pacchetto di sigarette, lo avrebbe scambiato con una scacchierina tascabile. E così il ragazzo imparò il gioco, dopo aver mostrato a casa la scacchierina al nonno, che era un medico e che poi gli avrebbe regalato un volumetto scritto da Bogoljubov. Non tutte le fonti, per la verità, sono concordi su tali particolari.
Negli anni ’50 il ragazzo ebbe l’opportunità, contestualmente agli studi, di approfondire gli scacchi presso l’accademia di un noto allenatore sovietico, Nikolaj Aratovsky. E nel 1964, vincendo a Sochi il Memorial Chigorin, conquistò il titolo di Grande Maestro. Il sito Chessmetrics lo inseriva per il 1967 al 18° posto delle classifiche mondiali.
Sul finire degli anni ’60 Krogius divenne uno degli allenatori di Spassky, che affiancò nei matches contro Petrosjan prima e Fischer poi. Oltre alla sua bravura di giocatore, furono soprattutto la sua laurea e i suoi studi nel ramo della psicologia a farlo scegliere dalla Federazione sovietica per l’equipe di Boris Spassky nel celebre match del 1972 con Bobby Fischer. Già nel 1967 venne pubblicato in Saratov “Uomini e scacchi”.
Tra il 1970 e il 1980 lavorò, prima come professore e poi come rettore, alla facoltà di Psicologia di Saratov. Dopo il ’72 i suoi impegni lo costrinsero a trascurare assai il gioco attivo. Fu vicepresidente e poi presidente, fino al 1990, della Federscacchi sovietica. Intanto, nel 1981, si era trasferito da Saratov a Mosca, essendo stato scelto come rappresentante degli scacchi nel Comitato Centrale dello Sport sovietico.
Nel 1984 era il capitano della squadra dell’URSS nella sfida di Londra fra URSS e Resto del Mondo. Nel 1987 ebbe un infarto, smise di giocare ma non abbandonò il lavoro e nel 1990 era nello staff di Karpov per il match mondiale di quest’ultimo contro Kasparov. Conduceva delle rubriche di scacchi su alcune pubblicazioni e tornò perfino alle competizioni: tra l’altro nel 1993 vinse, alla pari con Taimanov, il torneo per il Campionato del mondo senior, mancando il titolo solo per ‘spareggio tecnico’.
Krogius scrisse nel 2001 con Lev Alburt e pubblicò a New York un libro di successo, che vinse anche il premio come ‘miglior libro dell’anno’: “Just the Facts! Winning Endgame Knowledge in One Volume”.
Nel 2011 raccolse le sue memorie nel volume “Scacchi, il gioco e la vita”.
Le sue opere più apprezzate restano però quelle, più datate, attinenti i temi della psicologia: di “Psicologia negli scacchi” si ebbero nel mondo, tra il 1976 e il 1991, sette edizioni pubblicate in lingua inglese e ben dodici in lingua tedesca, ma il libro fu pubblicato anche in Argentina, Spagna e Jugoslavia. Altre sue opere di quegli anni riguardarono più genericamente l’analisi del comportamento umano in situazioni di forte stress mentale.
In diversi scritti, particolarmente interessanti per chi (come me) seguì giorno per giorno quel match con tutti i suoi risvolti, Nikolaj Krogius accennò all’ esperienza avuta in occasione del “match del secolo” del 1972. Il focus del racconto di Nikolaj è sul punto che Boris Spassky, prim’ancora di perdere sulla scacchiera, aveva già irrimediabilmente perduto la ‘battaglia delle menti’. Egli ricorda come dall’americano partirono una serie di richieste e come, una per una, Spassky cedeva di fronte a tutte. Al terzo turno Fischer chiese di giocare in una stanza sul retro, anziché sul palco principale di fronte al pubblico. E Spassky acconsentì. “Ma ciò era nella sua natura”, sottolineava Krogius. E così, mentre Krogius si sforzava invano di indurre il connazionale a resistere alle pressioni di Fischer, “Spassky non riusciva a convincersi a farlo. Ha ceduto e così, gradualmente ma inevitabilmente, perdeva sotto l’aspetto psicologico della lotta”.
Nell’analisi della personalità e del gioco di alcuni campioni del secolo scorso, Krogius pone in rilievo come determinate valutazioni erano del tutto assenti, ad esempio, in Capablanca ma non in Emanuel Lasker. Sul campione tedesco così si espresse:
“Lasker fu il primo a comprendere che, dietro la vita dei pezzi, c’è l’individuo con il suo carattere e che non si possono sviscerare i segreti della lotta scacchistica se si prescinde dalla psicologia, dalle predisposizioni e dalle caratteristiche della persona. Lasker ritenne che gli scacchi fossero soprattutto una lotta fra due personalità, due menti (‘sulla scacchiera combattono uomini e non pezzi di legno’). Egli studiò le inclinazioni e il carattere dei suoi avversari per giocare talvolta non la mossa migliore ma quella che per essi fosse la meno gradevole …. Curiosa fu, una volta, una considerazione di Lasker su Janovsky, questa: ‘Janovsky, nel suo gioco, rivela il desiderio di proseguire la partita, anche quando essa è largamente per lui vinta; ciò fa sì che può finire col perderla’ …. Insomma, Lasker riuscì a portare l’attenzione della critica su questo aspetto: lo stile del giocatore riflette il carattere della persona …. Per la verità, già prima di Lasker, il maestro francese Jule Arnous de Rivière aveva affermato che ‘il carattere, il temperamento e la personalità di uno scacchista si possono riconoscere attraverso il suo stile di gioco’. Ma questo parere del giocatore francese non fu dimostrato e quindi passò inosservato”.
La forza della psicologia nel gioco degli scacchi trovò ovviamente in uno psicologo come Krogius un paladino ideale, uno dei più noti in campo internazionale dopo quel Rueben Fine che nel suo famoso libro “La psicologia del giocatore di scacchi” analizzò le partite di Morphy, Steinitz, Lasker, Capablanca, Alekhine, Euwe, Botvinnik ed altri, attribuendo la loro abilità nel gioco al ruolo svolto da quelli che chiamò “impulsi repressi”.
Non è da dimenticare qui nemmeno uno dei primi contributi storici intorno al tema oggetto di questo post. E’ quello del maestro e psicologo lituano Benjamin Blumenfeld (1884-1947, inventore dell’omonimo gambetto: 1.d4 Cf6 2.c4 c5 3.d5 e6 4.Cf3 b5), il quale mise sotto osservazione il pensiero del giocatore di scacchi sotto l’aspetto dell’emotività e della tensione volitiva, considerando che la mossa (ovvero l’azione) non è che il risultato di emozioni e tensioni (il pensiero).
Interessante è un episodio richiamato nei suoi lavori da Krogius. Negli anni ’70 uno studioso cecoslovacco, Cherny, inventò e mise in opera un sistema che (si disse) aveva l’obiettivo di verificare in un gruppo di giovani giocatori l’influenza positiva di certi impulsi psicologici. Ebbene, scrisse in proposito Krogius: “E’ curioso notare che questi esperimenti, alcuni anni addietro, avevano predetto il grande avvenire di Vlastimil Hort come Maestro di scacchi, nonostante egli fosse da giovane considerato uno degli scacchisti meno promettenti tra quanti erano stati esaminati”.
Nikolaj Krogius, in conclusione, è stato tra i più validi studiosi del mondo scacchistico ad averci ricordato, con convinzione e competenza diretta, come “non si può fare affidamento su un successo sportivo se si tralasciano i fattori psicologici”.
