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Scacchi rivoluzionari

(Claudio Mori)
Nessun compromesso. Vincere o soccombere. Così Mikhail Chigorin (1850 – 1908) affrontava gli avversari Gunsberg, Janisch e quel Steinitz contro il quale su diciassette partite ci fu solo un pareggio, nell’ultima. Così si giocava sulle scacchiere. Così si sarebbe voluto si giocasse a scacchi anche dopo l’Ottobre Rosso, come un’arma della Russia rivoluzionaria nella lotta della classe operaia contro l’imperialismo. Proclamare la purezza ideologica degli scacchi come strumento di elevazione culturale delle masse contro il gioco dei borghesi era come una preghiera serale che ricorda le parole di Fyodor Dostoevskij in Delitto e Castigo: “Siamo tutti idolatri, noi atei”.

Propaganda comunista, Il diavolo e la dea Fortuna

La rivoluzione era solo all’inizio, una violenta promessa di felicità. Sul campo ben falciato della sognata purezza si abbattono vento e tenebre, guerra civile, violenze, carestia. Nel 1925, a Mosca, il quarto congresso dell’Unione generale degli scacchi controllato dal Nikolai Krylenko tenne testardamente il punto sull’ideologia lasciando al primo Torneo internazionale di scacchi il compito di tenerlo sulla propaganda. Nel primo, vero scontro sul campo tra scacchi proletari e borghesi dopo la fine dell’impero zarista si alzò al vento l’effimera bandiera rossa di Efim Bogoljubov (1889 – 1952), l’apostata, come Alexander Alekhine (1892 – 1946) prima di lui.

Congressi e tornei del Soviet scandirono a ritmo annuale la lenta marcia degli scacchi proletari alla conquista delle masse. Registrarono progressi e cadute, entusiasmi e sbandamenti. Difficoltà incredibili nella profondità delle campagne, oppresse dalla collettivizzazione forzata e dalla carestia, dove i tentativi di uomini come Simon Pavlov e Alexander V. Zakharov di diffondere il gioco ottenne risultati condensabili nell’osservazione che quei lavoratori che si erano fatti una partitina dopo pranzo tornavano al lavoro rinvigoriti e vigili, mentre coloro che avevano fatto la pennichella erano più lenti e stanchi. Sul quotidiano La Pravda venne comunque inaugurata una colonna permanente dedicata agli scacchi.

Vladimir Ilych Lenin era morto da un anno, il primo gennaio 1924. Il poeta Vladimir Majakoskij gli dedicò un poema dove recitava:

“[…] Le nostre debolezze erano le sue debolezze,
come noi superava le stesse malattie,
come noi che diciamo: «Il biliardo mi esercita l’occhio”
egli apprezzava il giuoco degli scacchi,
il giuoco degli strateghi.
E dagli scacchi, volgendosi contro il nemico di classe,
mutando in uomini le pedine,
egli fondò l’umanissima dittatura operaia
sopra la torre carceraria del capitale […]

Anche i dissapori internazionali pesavano sugli scacchi. L’adesione allo Shakhintern, l’organizzazione scacchistica internazionale dei lavoratori guidata dai tedeschi, fu un fallimento, una questione tutta politica che vide comunisti contro socialisti e socialdemocratici e che si concluse con la decisione sovietica di uscire dall’organizzazione e di farsene una propria non senza avere prima etichettato gli avversari come “social-fascisti”, parte cioè di quella cospirazione generale volta a dividere il proletariato.

Per il nono anniversario della rivoluzione d’ottobre, nel 1926, la Sezione Scacchi riuscì a combinare un incontro tra Leningrado e Stoccolma su 12 scacchiere. Nessuna squadra sovietica fino a quel momento aveva messo la punta del naso fuori dai confini. La paura della contaminazione con l’ideologia borghese era diventata paranoia. I passaporti vennero concessi solo all’ultimo istante grazie all’intervento del capo del partito di Leningrado Sergei Mironovich Kirov. A guidare la squadra sovietica fu designato Il’in-Zhenevskii (1894 – 1941), il vegetariano dalle guance rosee grazie al quale era iniziata, insieme alla Rivoluzione, anche la grande avventura degli scacchi. In quinta scacchiera c’era Misha Botvinnik (1911 – 1995), quindici anni, quel ragazzino un po’ miope che l’anno prima aveva vinto a Leningrado contro Capablanca in una simultanea, sotto lo sguardo corrucciato della mamma. Botvinnik conseguì una vittoria e un pareggio nella sfida contro Gosta Stoltz, 22 anni, e come premio ottenne un paio di occhiali con montatura in corno e un cappello Borsalino.

L’organizzazione dell’incontro era stata talmente accurata che gli organizzatori sovietici si erano dimenticati di provvedere ai pasti dei giocatori. Rimediò al pasticcio il padre di Botvinnik, tecnico dentista, il quale pagò viaggio e panini al formaggio. Poteva permetterselo visto che abitava in un appartamento di sette stanze, con tanto di cuoca e di domestica, nella strada principale di Leningrado, la Prospettiva Nevsky. Fino a quando non se ne andò con una nobildonna lasciando moglie e due figli a vivere in una stanza lunga dieci metri insieme ad altre sette famiglie. (Andrew Soltis, Soviet Chess 1917 – 1991)

Al settimo campionato del 1931 Botvinnik portò a casa il titolo dopo un drammatico duello contro Nikolai Nikolaevic Riumin (1908 – 1942), il pupillo di Krylenko e l’idolo dei giocatori in erba moscoviti, giusto per mantenere accesa la rivalità con Leningrado. Misha guardava in continuazione l’orologio e muoveva lentamente i pezzi mentre Nikolai non riusciva a trascrivere le mosse tanto gli tremavano le mani. In quei giorni circolò un bollettino giornaliero stampato in diecimila copie.

Era iniziata l’era di Botvinnik e con essa la convinzione del partito di potersi nuovamente confrontare in una competizione internazionale. Accettò la sfida il cecoslovacco Solon Mikhailovich Flohr (1908 – 1983), tra i più forti giocatori in campo, aspirante al titolo mondiale. Le dodici partite vennero giocate nel 1933. Le prime sei nella Sala delle Colonne della casa dei sindacati a Mosca con 1500 posti a sedere. Botvinnik ne uscì malconcio con due punti pieni per Flohr. Le restanti vennero giocate nella Sala Bolshoi del Conservatorio a Leningrado. Qui la situazione si ribaltò con due partite per Botvinnik, la nona e la decima. Ed ecco che Flohr offrì il pareggio prima ancora di sedersi al tavolo della finale. Una mossa strana per Flohr, secondo alcuni più che sospetta. Qualche bel regalo? Comunque Botvinnik, o più probabilmente Krylenko, accettò, al diavolo se era un comportamento borghese. Chigorin non l’avrebbe fatto, sicuramente. Ragion di stato e purezza non vanno d’accordo. “Bravo, hai giocato come un bolscevico” si complimentò Krylenko con Botvinnik durante il ricevimento all’Hotel Astoria.

Scacchisti russi (Archivio di Igor Stomakhin)

Gli scacchi costruiscono sé stessi attraverso il racconto di sé, come ogni civiltà. La predominanza del potere ecclesiastico nel medioevo, ad esempio, ha costruito per secoli racconti in cui gli scacchi erano la rappresentazione della lotta tra il bene e il male. Erano l’affresco di una gerarchia immutabile del potere: chiesa, re, regina, cavalieri, popolo. Così anche la propaganda rivoluzionaria, come quella dei ceti dominanti in altri paesi, racconta ciò che vuole sia narrato.

“Cupi, terribili anni!
Forse è possibile descriverli?”

scriveva però un poeta, Sergej Esenin, nel poema Anna Snegina (vv. 644-645).

Krylenko si sentì abbastanza forte da promuovere nel 1935, dieci anni dopo il primo storico evento di Mosca, un secondo torneo internazionale dove si confrontarono dal 15 febbraio al 15 marzo il meglio del proletariato e della borghesia tra cui una donna, Vera Frantsevna Menchik (1906 – 1944), ceca naturalizzata britannica, incontrastata campionessa mondiale femminile dal 1927, prima donna a competere in tornei maschili. Cinquemila spettatori gremirono gli spazi del Museo delle Belle Arti e i giardini circostanti.

Un solo ordine alla squadra sovietica: nessun pareggio con un giocatore straniero. Ipocrita raccomandazione. Botvinnik contro Rabinovic e Flohr contro Alatortsev in semifinale si aggiustarono per due patte e si ritrovarono ancora una volta davanti alla scacchiera a patteggiare. Le tattiche, gli stratagemmi, gli accomodamenti, una disinvolta elasticità etica borghese avevano rapidamente infettato la purezza rivoluzionaria. Botvinnik tornò a casa con un’auto nuova.

Tanto valeva ripetere l’esperienza l’anno successivo, 1936. Questa volta lo scontro fu tra Botvinnik e il buon amico di Kyrilenko, Capablanca, accompagnato dalla sua compagna Olga Choubaroff, principessa russa emigrata in America. “In quell’occasione i sovietici si aiutarono a vicenda, e il cubano si lamentò con Stalin” raccontò, anni dopo, Olga (Edward Winter, The Genius and the princess, Chesshistory, 2023). Capablanca vinse. A seguire l’evento, nascosto dietro una tenda, c’era Stalin. Il potere, dietro la tenda, si era già fatto tenebra. Ama le ombre.

Il giochetto di combinare le patte si ripeté dal 10 al 28 agosto nel torneo di Nottingham. L’iniziativa fu di Capablanca e Botvinnik non fece obiezioni. Intanto, in quei giorni, a Mosca rivoluzionari e politici russi venivano fucilati con inconsistenti accuse di avere organizzato insieme a Lev Trotsky l’omicidio del Primo segretario del Partito comunista di Leningrado Sergej Kirov e di avere complottato per la soppressione di Joseph Stalin. Kirov, l’uomo che aveva fornito i visti per i passaporti della squadra sovietica di scacchi a Stoccolma. Niente di meglio per avviare la più spaventosa campagna di paura, di sospetti, di terrore che travolse l’Unione Sovietica.

Un entusiastico articolo sulla prima pagina della Pravda del 29 agosto concludeva: “L’Unione sovietica è diventata la classica terra degli scacchi. I famosi maestri dell’Europa occidentale e dell’America guardano con stupore e invidia alla nostra cultura scacchistica. Non vi è nulla come questo negli altri paesi”. In perfetta assonanza con lo slogan di Stalin: “Raggiungere e superare”. Affermare cioè l’economia e la cultura socialista di cui gli scacchi erano parte integrale. Perché i giocatori sovietici non basavano le loro decisioni sui guadagni, come i professionisti occidentali, dal momento che avevano una professione, dunque erano solo degli appassionati che potevano permettersi di giocare cercando la verità e la bellezza anziché il denaro. Ecco lo stile sovietico, una sintesi tra scacchi artistici e scientifici, utilizzati né per il proprio interesse né per l’interesse di poche élites.

La propaganda rivoluzionaria, come quella dei ceti dominanti in altri paesi, racconta ciò che vuole sia narrato. Con i piani quinquennali anche gli scacchi raggiunsero le guance scavate e pelose dei contadini nei kolkhotz, è vero, insieme al controllo sempre più spietato su ogni attività. I grandi tornei distraevano la popolazione dai tanti che sparivano nell’arbitrio totale. Famiglie devastate nella miseria quotidiana e nella tragedia collettiva.

Set di fine anni ‘30 nel campo di lavoro minorile di Berezovsk

Tra le prime vittime ci furono i compositori di problemi e di finali di partita, come se fossero dediti a pratiche esoteriche. Questa attività venne permessa solo se subordinata alla pratica degli scacchi altrimenti, se fine a sé stessa, venne condannata come formalismo. Lazar Borisovich Zalkind (1886 – 1945), eminente economista e leader di questi studiosi fu condannato nel 1931 a otto anni di lavoro nei campi. Arvid Ivanovich Kubbel (1889 – 1938), di fama internazionale, nel 1937 ebbe dieci anni di lavori forzati. Morì durante il viaggio in un campo di prigionia in Siberia. Stessa fine per Mikhail Nikolaevich Platov (1883 – 1938), una composizione del quale, pubblicata nel 1910, era diventata famosa e giudicata “un bellissimo lavoro” anche da Lenin che l’aveva letta su un giornale tedesco. (Michael Hudson, Storming Fortresses: a political history of chess in the soviet Union, 1917 – 1948, 2013)

Scacchi sovietici con la torre-cannone, 1935 circa

Il terrore era una macchina inarrestabile, l’ululato di un treno nella notte. Macinava sospetti, pretesti, gulag e scariche di fucile. Uno dopo l’altro la maggior parte dei problemisti venne arrestata. Sergei Mikhailovich Kaminer (1908 – 1937?), al quale l’amico di gioventù Botvinnik rifiutò di salvare i suoi quaderni di problemi, finì in un gulag nel 1937. Pavel Efimovich Neunyvanko (1897 – 1940), eroe della Guerra civile, fu fucilato. Né si salvò, nel novembre 1941, Mikhail Mikhailovich Barulin (1897 – 1943), chimico, già direttore della sezione composizioni nella rivista di scacchi 64. Formalisti. Anche la splendida frenesia creativa dell’arte era ammutolita, come l’uragano affoga il sole e abbuia la Russia nel realismo socialista.

La poetessa Anna Achmàtova (1889 – 1966) scrisse: Ti hanno condotto via all’alba, ti andavo dietro come ad esequie, nella buia stanza piangevano i bimbi, gocciava il cero sull’altarino. Sulle tue labbra il freddo dell’icona. Un sudore di morte lungo la fronte… Non si scorda! Come le mogli degli strelizzi, ululerò sotto le torri del Cremlino. (1935, La corsa del tempo. Autunno. Mosca). Suo marito Nikolaj Gumilëv, accusato di avere partecipato a un complotto monarchico, era stato fucilato nel 1921. Il loro figlio, Lev, sarà deportato nel 1938 nel lager di Noril’sk. La dannazione della realtà.

Vladimir Mikhailovich Petrovs (1908 – 1943) non era un problemista ma un buon giocatore della Latvia il quale, per avere criticato le condizioni di vita nel suo paese, venne condannato a dieci anni di gulag. Sopravvisse per poco. E poi Petr Nikolaevich Izmailov (1906 – 1937), ingegnere geofisico siberiano, vincitore del primo campionato della Federazione Russa; Konstantin Shukevich-Tretyakov, ardente bolscevico; Shneideman (1907 – 1941), Salmin (1907 – 1938), Spokoinyj (1900 – 1936) … basta guardare le date di morte e capire il loro destini, nati sotto l’impero russo e falciati sotto dittatura staliniana. Fra il luglio 1937 e l’agosto 1938 furono fucilate circa 700.000 persone.

Solo Botvinnik passò immune la bufera, nonostante la famiglia ebrea, nonostante la madre fosse stata una menscevica. Anzi, ebbe il raro privilegio di essere ammesso nel Partito Comunista.

Krylenko, il fondatore della Sezione Scacchi, era stato nominato Commissario alla Giustizia. Ma era venuto anche il suo momento. Un protetto di Stalin lo accusò di interessarsi più delle scalate in montagna, dei viaggi, degli scacchi anziché del suo commissariato. Fu rimosso. Stalin lo chiamò e gli confermò la sua fiducia salvo farlo arrestare qualche ora dopo, gettare nella prigione di Butyrka, torturare, condannare a morte il 29 luglio 1938.

Il’in-Zhenevskii evitò le purghe ma morì a 47 anni un giorno di settembre del 1941 sotto le bombe tedesche durante l’assedio di Leningrado.

Botvinnik, ingegnere elettrico, schivò il militare per la sua “debole vista”. Il segretario del partito di Leningrado gli disse: “Compagno Botvinnik, sarai di nuovo utile al popolo sovietico come giocatore di scacchi”. Diventerà nel 1948 il sesto campione del mondo.

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Dello stesso Autore “Scacchi proletari e borghesi“, blog UnoScacchista, 20 maggio 2025


 

Claudio Mori, giornalista

 

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