(UnoScacchista)
Esistono molti quadri di matto ma, onestamente, nessuno è più noto e spettacolare del cosiddetto “matto affogato”. Esatto, quel matto in cui il Re riceve uno scacco da un impertinente Cavallo e non può muovere a causa dell’impedimento causato dai propri pezzi. Qualcosa di claustrofobico che meriterebbe di esistere solo nei peggiori incubi e che invece si vede spesso nelle raccolte di combinazioni (anche se raramente sulla scacchiera).
Questa sensazione di soffocamento del Re mattato è resa, metaforicamente, dal nome che convenzionalmente è stato dato a quello che, in realtà, fu inizialmente chiamato “Matto di Lucena”, visto che fu descritto per la prima volta da Luis Ramirez Lucena nel 1497 nel suo libro “Repetición de Amores e Arte de Axedrez“. Il buon Philidor lo riprese poi nel 1700, tanto che questo matto viene talvolta chiamato anche “Matto di Philidor”.
In effetti, in tutte le lingue questo matto viene reso con una parola che significa “soffocato”: Smothered Mate in inglese, Mat à l’étouffée in francese, Ersticktes Matt in tedesco, Mate de la coz in spagnolo, Stikmat in olandese, Mate Sufocado in portoghese, Спёртый мат in russo e così via. L’unica eccezione sembra essere proprio l’italiano, dove si usa il termine “affogato” ad indicare la mancanza di aria. Viene da chiedersi per quale motivo anche da noi non si chiami “Matto soffocato” come sembrerebbe logico.
Orbene, leggendo un articolo scritto nel 1930 dal prof. Attilio Falchetto per la rivista milanese “Il Secolo XX“, questa domanda sembra aver avuto una risposta. Il motivo è caratteristico di molte attribuzioni di nomi alle varianti degli scacchi: una descrizione immaginifica che viene ricordata facilmente e diventa, rapidamente, il nome ufficiale.
Nel 1930 venne organizzato a Sanremo uno dei più importanti tornei dell’anno e sicuramente tra i più importanti giocati in Italia nel secolo scorso. Parteciparono quasi tutti i giocatori più forti del mondo: Alexander Alekhine, Aaron Nimzowitsch, Efim Bogoljubov, Akiba Rubinstein, Rudolf Spielmann, Savelij Tartakover, Géza Maróczy, Milan Vidmar, Edgar Colle, Hans Kmoch, Frederick Yates, Carl Ahues, Roberto Grau, Mario Monticelli, Massimiliano Romi, e José Joaquín Araiza Muñoz. Mancavano solamente Lasker, non attivo in quel periodo, Capablanca, nei confronti del quale Alekhine poneva sempre una sorta di veto (a meno di un compenso raddoppiato!) ed Euwe, sempre impegnato con l’insegnamento.
Dopo la fine del torneo, approfittando di una pausa prima della sua partecipazione al torneo di Nizza, il Maestro ungherese Géza Maróczy accettò l’invito ad una visita ai Laghetti di Badalucco formati dalla Fiumara di Taggia non lontano da Sanremo. Assieme a lui e ad altri due appassionati non identificati, c’era anche il prof. Falchetto, che fu anche primo segretario della Società Scacchistica Savonese e che riportò nell’articolo citato un curioso episodio.
Durante la permanenza sulle spiagge di uno dei laghetti, allietata da un bel sole mediterraneo, fu tirata fuori l’immancabile scacchiera e il maestro magiaro accettò di buon grado di giocare contro uno dei partecipanti. Come si vede nella foto in apertura del post, la scacchiera non poteva di certo galleggiare quindi ci fu chi si prestò a mantenerla a pelo d’acqua. Quando la partita terminò con lo spettacolare “Matto di Lucena”, il giocatore sconfitto rovesciò platealmente il suo Re che finì in acqua e poi sul fondo del torrente.
Qualcuno commentò scherzosamente che il Re del nero era “affogato” e questa battuta finì per essere riportata nell’articolo pubblicato su “Il Secolo XX“. Da lì l’immagine del Re che, invece di “soffocare”, viene “affogato” colpì la fantasia dei lettori e, prima lentamente, poi inesorabilmente, la definizione ufficiale del matto diventò “Matto affogato”.
La storia delle parole e dei nomi è sempre ricca di sorprese!
[AGGIORNAMENTO DEL 2 APRILE]
Un Re che finisce sott’acqua e “affoga” è sicuramente sospetto se la storia viene narrata il primo di Aprile, e in effetti… tutto puzza di pesce 🙂
Tutti gli antefatti di questo post sono veri, tranne la gita ai Laghetti di Badalucco (che però esistono davvero) e il motivo per cui in italiano si parla di “matto affogato”, che rimane un piccolo mistero.
La foto (vera anche se “invecchiata” artificalmente) ritrae ben altri protagonisti, in un altro luogo ed in un altro anno.
