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Parliamo ancora de “La Nuova Rivista degli Scacchi”

(Adolivio Capece)
Tempo fa ho letto l’interessante post del livornese Alessandro Rizzacasa che racconta la storia della «Nuova Rivista degli scacchi» (1875-1903: NUOVA RIVISTA DEGLI SCACCHI“).
Mi ha incuriosito il fatto che si tratta di una storia di 150 anni fa (in realtà qualcosa di più dato che si tratta di fine 1875 e inizio 1876), con la possibilità quindi di parlarne in occasione del 150’ anniversario.

Scrive Rizzacasa nell’incipit del suo post: “Nel 1875 nasce a Livorno un periodico che per primo saprà raccogliere l’interesse e tirare le fila dello scacchismo italiano riunendo l’attività di coloro che nel nostro Paese si dedicavano al gioco, gettando così le sue autentiche fondamenta future.

Diciamo subito che il primo fascicolo era datato 1° settembre 1875 ma che i primi quattro numeri furono definiti ‘di prova’, praticamente dei ‘numeri zero’, che dovevano servire per capire quale sarebbe stata l’accoglienza da parte degli scacchisti italiani e per capire se si sarebbe trovato un numero sufficiente di abbonati per proseguire (cosa che avvenne).

Penso sia interessante stralciare dal primo fascicolo quella che allora fu presentata come ‘Introduzione’ e che oggi sarebbe definita sicuramente ‘Editoriale’.

Firmata ‘la Direzione’ fu quasi certamente scritta da Amerigo Seghieri, che possiamo considerare il Direttore. Leggiamo.

“Il nobile giuoco degli scacchi è coltivato con amore presso tutti i popoli civili, ed in Europa, come in America, molti giornali ne seguono lo svolgimento progressivo. Soltanto in Italia, dove dapprima fiorì mirabilmente e dove ebbe norme e teorico insegnamento, se ne trascurò poi lo studio; onde avvenne che i primi diventarono ultimi.
Andate così in oblio le vecchie tradizioni /…/ per conseguenza opere e periodici scacchistici non videro la luce tra noi. /…/ I tentativi fatti da alcuni rimasero del tutto vani; ed è veramente da deplorarsi che la Rivista degli scacchi fondata dall’illustre Serafino Dubois non attecchisse, perché a quest’ora noi pure avremmo un periodico autorevole e non saremmo tanto indietro al paragone con gli stranieri.

Ma nei primordi del rinnovamento nazionale, fra il rimbombo dei cannoni, fra le commozioni suscitate da eventi meravigliosi, fra le vive agitazioni durate sino all’acquisto di Roma, le menti troppo erano invase ed affaticate dalle grandi questioni politiche; e forse per questo, più che per ogni altro motivo, il tentativo fatto dal sig. Dubois venne a fallire. /…/
Ma recentemente abbiamo potuto osservare con quanta sollecitudine si studiavano da moltissimi Italiani i problemi che pubblicava L’ ’Emporio Pittoresco’ di Milano. /…/ Che cosa ci vuole pertanto per far prosperare un periodico speciale ? /…/
Nelle riunioni dei dilettanti livornesi tutti convenivano che si poteva pubblicare un tal periodico con speranza di buona riuscita. Per altro nessuno prendeva la iniziativa. Dobbiamo al nostro egregio amico Luca G. Mimbelli se dalle parole siamo venuti ora ai fatti e se il desiderio comune si è convertito in realtà.”


Facciamo una pausa per scoprire qualcosa di più su ’Emporio Pittoresco’ e su Luca G. Mimbelli.

Per “Emporio Pittoresco rimandiamo qualcosa al post di Riccardo Moneta del 2019 “L’Emporio Pittoresco

Qui ricordo solo che fu fondato nel 1864, che durò per oltre trent’anni e rappresentò uno dei più letti e fortunati settimanali “istruttivi e di amena lettura”. Con il numero del 4 febbraio 1874, iniziò, forse per la prima volta in Italia, la pubblicazione di una rubrica scacchistica. All’inizio veniva pubblicato solo un problema, pochi mesi più avanti anche qualche notizia.
La rubrica era firmata con la sigla “P.C.”, che identificava il professor Pompeo Castelfranco, appassionato socio della neo-costituita Società Scacchistica Milanese. L’iniziativa resistette neppure due anni, cioè fino al 3 gennaio 1874, quando uscì l’ultimo problema.

Passiamo ora a Luca G. Mimbelli, del quale non si trovano notizie sul ‘Dizionario Enciclopedico’ di Chicco e Porreca e solo pochissimi accenni su ‘Storia degli Scacchi in Italia’ di Chicco e Rosino, che ci dice che ‘fu Presidente del Congresso che nel 1878 organizzò il torneo di Livorno ancora con le vecchie regole italiane’.

Le notizie le ho trovate grazie a due post pubblicati su Uno Scacchista nel 2019 e 2023 a firma ancora di Alessandro Rizzacasa, quello ricordato in apertura (“1875-1903: NUOVA RIVISTA DEGLI SCACCHI“) e poi “La questione delle regole italiane: brevi cenni storici speculativi.

Luca Giovanni Mimbelli, appartenente ad una ricchissima famiglia di commercianti di cereali, mise a disposizione la somma necessaria ad allestire la rivista che raccolse attorno a sé molti personaggi di grande livello sociale nella Livorno dell’epoca e molti nomi illustri sparsi per lo Stivale.

Era cugino del proprietario della bellissima Villa omonima, attuale sede del “Museo Civico G. Fattori” di Livorno. La villa non apparteneva al ramo familiare di Luca G. Mimbelli, essendone proprietario lo zio, ma dà la misura, essendo tutti i Mimbelli impegnati in vari, numerosi e profittevoli commerci, primo fra tutti quello di granaglie, della forza economico-finanziaria della famiglia.

Bene, riprendiamo la lettura della Introduzione.

“Egli (Mimbelli – NdA) ci ha detto: ‘Pubblichiamo il giornale /…/ Se veramente gli Italiani per fermo proposito non vogliono rimanere indietro a tutti gli altri popoli, riusciremo facilmente. Se poi saremo abbandonati sul più bello, e ci mancherà affatto il favore degli scacchisti, potremo almeno consolarci ripetendo: Et voluisse sat est.
/…/  Avendo l’adesione di molti egregi cultori degli scacchi, primo fra i quali per tempo e per merito il nostro Serafino Dubois /…/ raccogliemmo già un numero non scarso di abbuonati per il primo quadrimestre. /…/
Dobbiamo adesso avvertire che il nostro periodico si stampa in Livorno perché qui è sorta la iniziativa per la sua pubblicazione. /…/ Poi perché sappia ognuno che il giornale non vien fuori per soddisfare all’ambizione di oscuri dilettanti, sibbene per dare un impulso al rifiorire del giuoco in Italia, seguendone i progressi, dei quali ci danno continua riprova i giornali stranieri.”

A questo punto venne esposto il programma con quello che la Rivista avrebbe offerto.
E in conclusione vennero toccati due degli argomenti che allora erano tra i più dibattuti: la scaccografia e la raffigurazione dell’Alfiere.
Ricordiamo che la discussione sull’adottare la notazione algebrica (1.e4,e5  2.Cf3, Cc6 ecc) o mantenere quella descrittiva (1.P4R,P4R  2.CR3AR,CD3AD  ecc…) andò avanti per molti numeri della Rivista, ma la medesima cosa avvenne un po’ in tutta Europa.

Torniamo ancora a leggere.

Per quanto concerne la indicazione delle mosse, o scaccografia, saremmo stati disposti ad adottare quella di Filippo Stamma /…/
Per altro, i più tra coloro che abbiamo interrogato in proposito opinarono che l’antico sistema sia più intellegibile per la generalità dei giuocatori; e ad essa ci attenemmo.”

Intorno poi al segno da adottarsi per indicare nei diagrammi l’ Alfiere, abbiamo ricevuto varii consigli. Certo non potevamo valerci della bizzarra testolina colla quale i francesi indicano il Fou o della mitra che serve agl’inglesi per il Bishop. Ma l’aquila che compare nei diagrammi dell’ Emporio pittoresco o nel Puttino non faceva troppo bella figura: o anco se fatta un po’ meglio non sarebbe il simbolo migliore di ciò che era destinata a rappresentare. /…/
Dall’egregio sig. avv. Centurini di Genova ci fu suggerito di sostituire all’aquila la testa di un milite romano con l’elmo e ci parve che la sua proposta fosse buona.
Se non che, per considerazioni che qui sarebbe troppo lungo esporre, abbiamo creduto di doverla modificare un poco, adoperando, invece del galeato milite romano, un elmo con visiera, di foggia medioevale, ed abbiamo già avuto la approvazione di tutti coloro ai quali ne tenemmo proposito.
Autore del disegno è stato il nostro collaboratore G. De Medina, e ci duole che l’incisore dei punzoni non lo abbia con maggiore esattezza riprodotto”.

Il pezzo è titolato ‘Ai nostri associati’.

Passiamo ora, e con ciò concludiamo, all’ultimo numero del 1875, il fascicolo numero 4, datato 1° dicembre.

“L’accoglienza fatta al nostro periodico in Italia e fuori è stata molto più benevola di quel che potevamo aspettarci ed essendo già superate le previsioni dei più ottimisti fra i promotori, siamo lieti di poter annunziare che, ove non ci venga a mancare inopinatamente il favore sin qui dimostratoci da dilettanti italiani, può ritenersi ormai non solo assicurata la continuazione della Rivista (in grassetto nel testo originale – NdA), ma aperto anche l’adito a progressivi miglioramenti.

Intanto facciamo noto che d’ora innanzi ciascun fascicolo della Rivista consisterà in 28 pagine anziché di 24, e non solo non verrà per questo alterata quella relativa mitezza del prezzo di associazione, la quale ha contribuito al felice successo della nostra impresa, ma lo diminuiremo per gli associati annui.
Dichiariamo già che nessun pensiero di speculazione ci indusse a pubblicare questo giornale. Siamo dilettanti cui rincresceva che l’Italia non avesse un periodico esclusivamente scacchistico, e ci adoperammo per colmare questa deplorata lacuna, senz’ombra di pecuniario interesse”.

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