(Claudio Mori)
Il 26 luglio 1533 a Cajamarca gli spagnoli misero vigliaccamente a morte, tra gli spasmi della luna e un’estorta conversione al cattolicesimo, il XIII e ultimo imperatore Inca, Atahualpa, giocatore di scacchi suo malgrado. Atahualpa era nato a Cusco, nel Perù meridionale, la capitale, l’ombelico del mondo, e un’incerta anagrafe l’aveva registrato nell’anno 1497.
Al comando di Francisco Pizarro erano scesi da tre brigantini nelle paludi del nord, presso Tumbes, città lastricata d’oro e d’argento, centosei fanti vestiti di ferro, 62 cavalieri, trentasette cavalli, 4 cannoni, 12 archibugi. Era gennaio, 1531. La corsa alle enormi ricchezze del Perù richiamava insaziabili conquistadores.
Il 15 novembre 1532 Atahualpa venne catturato alle terme di Cajamarca, su un altopiano andino, e imprigionato. Le sue guardie reali e le scorte disarmate, impaurite, intrappolate nella piazza del paese vennero annientate a migliaia dagli squadroni guidati da Hernando de Soto, Sebastiàn de Benalcázar e Hernando Pizarro in un coro di cannonate.
Un braccio si allunga per un tocco quasi impercettibile, un soffio di vento sulle foglie, al braccio davanti a lui che, simile alla proboscide di un elefante africano, sospende due dita sopra il Cavallo bianco di una misera scacchiera.
Canaglie. Criminali impuniti che mettevano in atto le opere del Signore a modo loro. I capitani Hernando de Soto, Juan de Rada, Francisco de Chavez, Blas de Atienza e il tesoriere reale Alonso de Riquelme, insieme a qualche altro soldato assonnato si riunivano ogni pomeriggio nella prigione rettangolare di Atahualpa. Ammazzavano il tempo saturi di fumo e di alcol. Giocavano a scacchi su due tavoli sgangherati di legno, in attesa che il tempo e la cupidigia ammazzassero un popolo e riempissero lentamente la stanza di una prigionia in un tesoro di ori, argenti, diamanti, il prezzo bugiardo del riscatto del re.
I soli si facevano sera, le notti interminabili. Nove mesi. Atahualpa assisteva a tutto ciò nella sua imponente solitudine, i ricordi che lo tormentavano senza essere invitati. Un giovane stanco sino allo sfinimento alla vista dei carcerieri giocare a scacchi in lunghi pomeriggi con quei pezzi strani, così diversi dai piccoli oggetti rituali d’argilla del suo popolo, da quelli che a primavera festeggiavano la fertilità. Così diversi dal suo gioco di caccia su una tavola di pietra, il Taptana, un puma contro dodici pecore. Un lento veleno che dalla curiosità iniziale diventava assimilazione al gioco di potere del nemico.
Ad agosto, una lettera dell’avvocato Gaspar de Espinosa al comandante Francisco de Cobos, segretario di stato e uomo forte di re Carlo I riferiva: successo dell’incursione e Atahualpa sotto controllo.
Nove mesi di una partita impari, in cui anche gli scacchi sono come un’opera teatrale, come un sinistro palcoscenico che rappresenta alla perfezione i valori e la cultura repressiva della Spagna imperiale.
Isabella la Cattolica aveva riarmato le navi per la riconquista cristiana del mondo e già dal 1475 era stata incoronata anche negli scacchi come la Regina con lo scettro e con la spada che si muove a tutto campo, vale a dire l’invenzione di nuove regole del gioco lasciata in versi da tre poeti valenciani sulle pagine di Schacs d’amor. È così che gli scacchi penetrano in profondità, si mescolano anche al sangue degli strati popolari, ai loro modi di dire.
Ora siamo al regno di Carlo I e di Papa Clemente VII e gli scacchi sbarcati con i conquistatori sono quelli nuovi, in uso dagli inizi del 1500, mentre in Europa si giocava ancora con le vecchie regole. Un paradosso.
Pedrarias Dàvila, l’Ira di Dio, il brutale fondatore di Panama, consumava le ore sulla scacchiera giocando e scommettendo contro chiunque. Morì nel 1531, governatore del Nicaragua.
E Francisco de Carvajal, il demone delle Ande, militare presso i fratelli Pizarro, secondo il cronista e scrittore dell’epoca Inca Gargilaso “era un uomo così esperto nella guerra e così abile in essa che sapeva in quanti passaggi avrebbe dovuto uccidere il suo avversario, come sa un grande giocatore di scacchi quando gioca con un principiante”. Canaglie.
Il braccio appena sfiorato da Atahualpa è quello di Hernando de Soto. Dall’altra parte della scacchiera il volto del tesoriere Riquelme si fa smorfia. Freme perché la partita è sospesa come il destino dell’impero Inca. Freme perché vuole che l’oro accumulato nella stanza sia diviso tra le parti.
Quel braccio inca teso al braccio spagnolo segna l’esatto momento dello sbriciolamento di una cultura millenaria fagocitata da quella dei conquistadores. Lo scontro tra due mondi passa attraverso piccole scacchiere disegnate rozzamente su legni appoggiati a tavoli provvisori.
Dio muove il giocatore e il giocatore muove il pezzo
Quale Dio, dietro Dio, dà inizio alla trama?
Di polvere, tempo, sogni e agonia?
(Jorge Luis Borges, Antologia poetica)
Don Alonso Enriquez de Guzman, ammiraglio, vincitore di molte battaglie navali, arrivò in Perù nel 1534 e racconta che Atahualpa “imparò a giocare a scacchi guardando le partite disputate dalle guardie”, aggiungendo che “era dotato di notevole intelligenza e impressionò vivamente gli Spagnoli per la rapidità con cui apprese gli scacchi e la abilità che poi dimostrò nel gioco”. Don Alonso scrive anche che “ben presto Atahualpa fu in grado di battere non solo tutte le guardie, ma anche il capitano, che per questo lo prese in odio”.
Il tocco precario di Atahualpa sul braccio di de Soto è leggero come il posarsi di una farfalla, la straziata dolcezza di una frase disincarnata.
No, capitano, no… la Torre!
Atahualpa è un esiliato, la ferocia spagnola lo ha soggiogato. De Soto allontana la mano sospesa sul Cavallo bianco, spinge la Torre e sconfigge Riquelme. La giornata è luminosa e asciutta. I colibrì si posano sui fiori rosso sangue delle cantute, come una madre che abbraccia il figlio.
In un cortometraggio co-diretto da Jimmy Entraigües e Iván García, Pizarro esorta il re inca al brivido di una scommessa sull’esito di una partita.
Atahualpa: Domani, mio padre, Inti, il grande signore Sole, sorgerà illuminando il mio popolo. Io sarò con lui. Domani mi risveglierò vivo. Riuscirà il tuo gioco a battere l’alba?
Pizarro: Scommetti sull’alba? (Risate) Ebbene sì!
Il colonialismo è l’altra faccia della modernità. L’alba di Atahualpa è quella di insurrezioni a venire contro la dominazione spagnola da parte di generazioni non ancora nate. Il re inca è l’icona di un immaginario collettivo.
Dopo l’esecuzione di Atahualpa, Pizarro diede le insegne imperiali a suo fratello Manco, un ragazzo di diciotto anni che in meno di due anni si ribellò, rase al suolo Cusco, si rifugiò nella foresta amazzonica fondando uno stato Inca e morì assassinato da disertori spagnoli mentre giocava a scacchi. L’oro aveva indotto quei banditi a tradirsi e a maledirsi l’un l’altro per la spartizione del bottino. Uomini minuscoli. Solo macelleria.
Diego de Almagro era il più anziano tra i conquistatori non legati a Pizarro. Nel conflitto tra i Pizarristi e gli Almagristi, Manco prestò alcuni servigi a questi ultimi e, dopo la rovina e la sconfitta di Almagro il Giovane, dodici o quindici dei vinti, tra cui i capitani Diego Méndez e Gómez Peréz, trovarono rifugio presso l’Inca, che aveva stabilito la sua corte a Vilcapampa.
Nella Relación de Inca Atahualpa y de don Francisco Pizarro, un manoscritto redatto intorno al 1535 da Juan de Betanzos, che accompagnò Pizarro nella conquista degli Incas, e che sposò una delle vedove di Atahualpa, vi sono interviste con gli Incas sopravvissuti.
Betanzos racconta che Méndez, Pérez e quattro o cinque dei loro compagni si divertivano giocando a bocce e a scacchi. Manco imparò da loro.
– È troppo tardi per quel trucco, imbroglione.
È Gòmez Pérez che protesta. Stava sfidando Manco, mentre Diego Méndez e altri tre capi tribù dagli occhi porcini assistevano annoiati. L’arrocco eseguito dall’inca non era consentito dalle regole del gioco, secondo Pérez. Manco alzò le spalle.
– Guarda, Capitano, cosa si è inventato questo sporco indiano! – disse allora Pérez a Méndez.
“Allora l’Inca alzò la mano e schiaffeggiò lo spagnolo”, scrive il cronista anonimo il cui manoscritto compare nel volume VIII dei documenti inediti conservati nell’archivio delle Indie. “Quest’ultimo afferrò il pugnale e lo pugnalò due volte, uccidendolo sul colpo. Gli indiani si vendicarono e fecero a pezzi l’assassino e tutti gli spagnoli che si trovavano nella provincia di Vilcapampa.”
Ruy Lopez de Segura, sacerdote, il migliore giocatore spagnolo dell’epoca, si recò in Perù il 12 ottobre 1570 per incontrare suo fratello Alonso, stando al Catalogo dei passeggeri diretti alle Indie. È dubbio se mai mise davvero piede sulla nave. Comunque era certamente in Spagna quando nel 1575 Filippo II lo invitò a corte, a Madrid, per assistere a un confronto contro il suo eterno rivale italiano Leonardo di Bona, detto il Puttino, nato a Cutro, in Calabria, l’anno dell’assassinio di Atahualpa. La scuola italiana di scacchi trionfò. Leonardo piegò Lopez prima di arrendersi al veleno a Taranto, Puglia, nel 1578. Per invidia, pare.
Dalla parte opposta del continente americano, due secoli dopo, nel 1787, Beniamino Franklin, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, scrisse: “Gli Spagnoli hanno diffuso il gioco degli scacchi nelle loro provincie dell’America… Recenti studi hanno permesso di individuare alcuni fra i più illustri discepoli ammaestrati negli scacchi dagli Spagnoli. Fra questi spicca il nome di Atahualpa, l’infelice principe Inca.”
No, capitano, no… la Torre!
Dello stesso Autore:
Gli scacchi dell’Inquisitore Pedro de Arbués , blog UnoScacchista, 14 giugno 2023.
Claudio Mori, giornalista
