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Libri a babordo, tribordo e prua (6)

(Fabio Lotti)
Continuo con questo viaggetto tra le mie letture e i miei ricordi, ora in prima ora in terza persona, dove non mancano certo gli scacchi…


Questa volta mi sono buttato tra le braccia di poemi e poesie cercando di ritrovare certe sensazioni che mi avevano colpito da implume studentello. In primis il Canzoniere del grande Francesco Petrarca saltibeccando (mio conio) in qua e là senza una fissa meta. Preso, soprattutto, dai sonetti e dalle canzoni nelle quali troneggia l’amore disperato per Laura (esistita davvero o idealizzata?).  Come non ricordare le Chiare, fresche et dolci acque o Erano i capei d’oro all’aura sparsi, tanto per citarne un paio!  La poesia di Petrarca ti avvolge tra le spire di un Amore non corrisposto che porta ad un dolore struggente. Un percorso di lettura che coinvolge sin dai primi versi e ti fa capire quanto sia potente questo sentimento che abbiamo dentro di noi. Naturalmente da imberbe studentello tutto quanto mi sembrava piuttosto esagerato. Ma certi libri, certi capolavori, lo dirò sempre, vanno riletti in diversi momenti della nostra vita per coglierne gli aspetti che prima ci erano sfuggiti.

Dal Petrarca, poi, sono passato all’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto che prosegue  la trama dell’Orlando innamorato di M.M.Boiardo. Anche in questo caso saltellando in qua e là soffermandomi soprattutto sulla nota Angelica che colpisce al cuore una serie nutrita di cavalieri fra cui il nostro Orlando innamorato pazzo. Ma lei respingerà gli “attacchi” dei vari pretendenti, beccandosi come marito il musulmano Medoro! Davvero un bel “caratterino”…

E l’Amore sarà ancora al centro di tutte le peripezie vissute dal cavaliere pagano Ruggero e la guerriera cristiana Bradamante. Questa volta con un bel finale suggellato dal loro matrimonio dopo la conversione del suddetto cavaliere. Il tutto, naturalmente, sullo sfondo epico della guerra tra musulmani (saraceni) e cristiani. Per di più contornato da una sorprendente ironia dell’autore che tira al sorriso. Anche questo andrebbe letto e riletto per coglierne certe sfumature.


Carolina Invernizio

Dopo l’Amore mi sono buttato sull’Assassinio. Ovvero sui miei adorabili gialletti. Ecco che cosa scrivevo qualche tempo fa “Stanno ripubblicando Carolina Invernizio. Ciò mi riporta ai tempi della pietra levigata quando ero ragazzino e mi buttavo a corpo morto sul “camioncino” della cultura popolare che veniva periodicamente al mio paese per vedere di sviare la nostra attenzione, almeno per un attimo, dal solito gioco a pallone. E qui trovavo pane per la mia sfrenata fantasia. E tra coloro che me la eccitavano ancora di più c’era proprio la “gallina della letteratura popolare” che a me francamente sembrava una dea. Una dea tenebrosa perché con le sue storie di delitti e di intrighi un po’ di paura me la faceva davvero. Anche se alla fine tiravo un sospiro di sollievo con la scoperta e la punizione dei colpevoli. E poi c’erano quelle poliziotte dilettanti, in un momento assai maschilista, che mi incuriosivano ancor più. Da una parte le ammiravo e dall’altra quasi mi facevano rabbia. Anche io ero impregnato dell’atmosfera del tempo. E poi c’erano…ma sì c’erano quelle giovinette implumi concupite da maschiacci di ogni età che…che…insomma mi conturbavano. A stare ad un critico dei nostri giorni i suoi romanzi sono “tutti di un’illeggibilità senza ombre”. Sarà pur vero ma nella realtà sono stati letti tutti. Ma proprio tutti, tutti. E da parecchi. Ma da parecchi, parecchi.

Sono attratto dalle vite “disgraziate” o quantomeno bizzarre e fuori dalla norma, dalle regole. L’ho già detto e lo ripeto. Scartabellando  tra i  miei libri (con giudizio per la mia asma allergica) mi fermo spesso a leggere e rileggere le vite di Chandler, di Hammett e di Poe. Ultimamente poi vado oltre. Mi sono interessato ad Edwar Bunker, per esempio, un vero e proprio criminale finito addirittura nelle prigioni di San Quentin dove trova il modo di dedicarsi alla scrittura e, almeno in parte, di riscattarsi. Anche dopo morto non ha smesso di scrivere. Voglio dire che ci ha lasciato un libro inedito Stark pubblicato dalla Einaudi che segue la scia degli altri. Dove di solito c’è un tossico, fuorilegge e perdente. Oppure mi viene voglia di stare dietro all’arcinoto James Ellroy segnato dall’alcool, dalla droga e da una vita familiare priva di qualsiasi affetto con la tragica scomparsa prematura della madre. O ancora a Leo Malet orfano a quattro anni, in giro per la Francia, soprattutto a Parigi, dorme sotto i ponti, mille mestieri, l’incontro con la scrittura. Un po’ come Scerbanenco a cui il blog ha dedicato un articolo. E così via. Sadismo? Ammirazione? Invidia? Dovrò farmi psicanalizzare…”


Altra rilettura Le signorine di Concarneau di Georges Simenon, La Stampa 2026.

Praticamente un incredibile viaggio dentro la mente assillata e disorientata del protagonista Jules Guérec. Non si è mai sposato e vive con le sorelle zitelle Francoise e Céline che lo curano e lo assillano come fosse un figlio. Una sera, mentre sta ritornando a casa distratto da mille pensieri (deve giustificare alle sorelle l’ammanco di cinquanta franchi spesi con certe “signorine francesi”…), investe, senza rendersene conto, un ragazzo. Quando conoscerà il suo nome, preso da un vero senso di colpa, decide di aiutare la madre del bambino. Di cui si innamora… Forse un piccolo spiraglio nella sua tormentata vita per liberarsi dalle soffocanti sorelle? Da qui nasceranno ancora nuovi  e assillanti dubbi con un colpo di  scena inaspettato del grande Simenon.

Per quanto riguarda gli scacchi abbiamo Zugzwang mossa obbligata di Ronan Bennett, Ponte alle Grazie 2007.

Ecco che cosa scrissi nel 2018. “Quando vedo o vengo a sapere di un libro che parla di scacchi non me lo lascio scappare. Anche se fosse la ciofeca più ciofeca di questo mondo. E quindi appena ho scoperto in internet dell’esistenza di Zugzwang mossa obbligata di Ronan Bennett, Ponte alle Grazie 2007, l’ho richiesto attraverso la libreria specializzata “Le Due Torri” di Bologna e me lo sono fatto spedire.

“La Rivoluzione è alle porte: San Pietroburgo è una città vitale e travolgente, centro nevralgico di una nazione in bilico sull’orlo di un cambiamento epocale. Qui la cavalleria prova a ricacciare indietro lo spettro del comunismo; l’antisemitismo mostra il suo volto più scellerato; lo zar è l’ago di una bilancia impazzita e un grande torneo di scacchi sta per iniziare: In un giorno di marzo, Gul’ko, rispettabile direttore di giornale, viene assassinato. Cinque giorni dopo il dottor Otto Spethmann, famoso psicanalista freudiano, riceve la visita della polizia. La città è una ragnatela inestricabile di complotti in cui paiono coinvolti tutti: la sua adorata e ribelle figlia; un campione di scacchi in crisi; un virtuoso del violino donnaiolo e spendaccione; una signora dell’alta società tormentata da un incubo ricorrente. Spethmann è molto preoccupato e cerca, armato di una conoscenza profonda dell’animo umano e dei suoi istinti più nascosti, di dipanare il filo oscuro delle relazioni, di comprendere i movimenti che spingono all’azione. Sulla sua scacchiera, disputa una partita reale e una simbolica nel tentativo di organizzare e non farsi travolgere dalle strepitose forze -politiche, storiche ed erotiche- che turbinano intorno a lui.

Dopo un inizio abbastanza interessante poi il romanzo si dimostra per quello che è: un rimpasto raffazzonato di spy-story, di macchinazioni politiche, di amore e sesso, tirato spesso via anche in modo brusco sia dal punto di vista espressivo che della concretezza della trama, con gli scacchi che poi c’entrano e non c’entrano e sembrano tirati in mezzo a forza. Di bello c’è (anzi ci sarebbe se fosse stato sfruttato) il grande torneo di San Pietroburgo del 1914 che vide radunati i migliori giocatori dell’epoca come Lasker, Capablanca e Rubinstein impersonato qui dal povero Rozental tenuto in cura da Spethmann e la partita tra Spethmann-Kopelzon che ricalca la King-Sokolov giocata in Svizzera nel 2000. Ma basta una raccolta di partite decente per rivederla. E si risparmiano i soldi del libro.”

Mi sembrava sinceramente che ci fosse troppa carne al fuoco tra scacchi, antisemitismo, attentati, polizia segreta, cospiratori, psicoanalisi, amori complicati e via di seguito. Una vera esagerazione. Ma  anche il sottoscritto in quel 2018  ha esagerato con una evidente, sgradevole supponenza.

Perdonatemi.


Fabio Lotti è nato a Poggibonsi (Siena) nel 1946. Laureato in Materie Letterarie, è Maestro per corrispondenza e collaboratore di riviste scacchistiche specializzate. Ha pubblicato vari testi teorici, tra i quali “Il Dragone italiano“, “Gambetti per vincere” e “Guida pratica alle aperture“.

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