(P. Marconi)
Raymond Queneau, nel suo “Technique du roman” (tecnica del romanzo), paragona la struttura del suo romanzo a una partita a scacchi, un gioco che gli era familiare e che aveva praticato.
Secondo Queneau “Non è ammissibile lasciare che i personaggi di un romanzo si dimenino come degli omuncoli sfuggiti dai loro vasi rotti, invece di considerarli come pezzi su una scacchiera, con la sequenza delle mosse che costituisce la concatenazione tra i capitoli, e lo scacco matto finale la vittoria dell’autore.”
La sua amicizia con François Le Lionnais, figura di assoluto rilievo nella cultura scacchistica, aveva dato inizio all’Oulipo (OUvroir de LIttérature POtentielle – Officina di letteratura potenziale), collaborazione feconda di idee, produzioni letterarie e contaminazioni.
Una delle provocazioni geniali di Queneau furono gli “Esercizi di stile”, ovvero 99 interpretazioni, con stili e punti di vista diversi, di un banale episodio di vita quotidiana, che l’autore descrive così (traduzione di Umberto Eco, uno dei membri di Oulipo):
Sulla S, in un’ora di traffico. Un tipo di circa ventisei anni, cappello floscio con una cordicella al posto del nastro, collo troppo lungo, come se glielo avessero tirato. La gente scende. Il tizio in questione si arrabbia con un vicino. Gli rimprovera di spingerlo ogni volta che passa qualcuno. Tono lamentoso, con pretese di cattiveria. Non appena vede un posto libero, vi si butta. Due ore piú tardi lo incontro alla Cour de Rome, davanti alla Gare Saint-Lazare. È con un amico che gli dice: «Dovresti far mettere un bottone in piú al soprabito». Gli fa vedere dove (alla sciancratura) e perché.
A partire da questo spunto, ho voluto cimentarmi nel mio “Esercizio di stile” scacchistico.
Sabato pomeriggio. Ero sulla S, la linea bianca e nera che attraversa la città.
Eravamo appena partiti dal capolinea, con i 64 sedili occupati solo per metà, quando uno spilungone, con un collo da cavallo ed un cappello floscio bianco, saltò in avanti, posizionandosi con protervia davanti a un contadino in maglia nera, sostenendo che quest’ultimo lo urtava!
Un altro contadino si fece avanti, cercando di fermare il giovanotto, senza peraltro riuscirci. Un pazzo, con uno strano copricapo a punta, si spostò di fianco per infilarsi tra di loro, ritrovandosi però inchiodato dallo sguardo severo di una donna in lutto stretto.
La situazione a centro vettura si era fatta complessa: c’erano pedoni che non riuscivano a salire, mentre altri, en passant, venivano spintonati e fatti scendere a forza.
Due uomini panciuti, spaparanzati come dei re ai lati della vettura, si arroccarono sui sedili in fondo senza trovare opposizione.
Una robusta signora in bianco, con torreggiante cappellino in organza, si mosse verso il centro per scendere alla traversa di Cour de Rome, ma rimase molto sorpresa nel vedere le bandiere vicino all’orologio della fermata.
Eravamo ormai arrivati al capolinea e tutti si affannavano qua e là cercando una buona posizione per evitare un matto che continuava a minacciare tutti.
E lo spilungone dal collo di cavallo? In un lampo era sceso a St. Lazare per cambiare il suo cappotto sdrucito con uno cui non mancassero bottoni e prepararsi, così, ad un’altra corsa sulla S.
Così come Queneau suggeriva infinite interpretazioni di uno stesso brano, anche gli scacchi, partendo da una posizione nota e con regole fisse, permettono di creare infinite variazioni. Non possiamo quindi dire che ogni nostra partita è un personale “esercizio di stile”?
