(Antonio Monteleone)
“The Crown Prince of Chess”, ecco come venne soprannominato il grande Paul Keres, uno tra i più forti giocatori a non essere mai divenuto Campione del Mondo nella storia degli Scacchi, che calcò le scene poco prima della metà del secolo scorso giocando ad altissimi livelli fino alla sua dipartita da questo mondo.
Un soprannome dovuto a quell’essere stato sempre tanto vicino all’obiettivo, mai però raggiunto per un soffio. Keres partecipò a ben otto Tornei dei Candidati, arrivando secondo a quattro di essi! Alla domanda sul perché non fosse mai diventato Campione del Mondo, lui rispose: “Sono stato sfortunato, come il mio Paese.”
Elegante, sia nel portamento che alla scacchiera, di bella presenza e dal gioco preciso e cristallino, è stato l’incarnazione dell’eterno secondo riscuotendo la mia simpatia, perché per predisposizione ho sempre parteggiato per i cosiddetti “perdenti” e in generale per quelli considerati più deboli, ai quali il destino (o il Fato?) sembra aver sempre eretto un muro invalicabile.
Le domande, poi, sono sempre le stesse: “Ma perché ad alcuni sembra che le strade siano sempre aperte e facilmente percorribili mentre per altri le stesse sono spesso impraticabili e senza uscita?”; “Perché ad alcuni va sempre tutto bene e ad altri si parano davanti ostacoli insormontabili ad un passo dell’obiettivo?”. E a Keres, qualche accadimento non decisamente favorevole ha condizionato la sua carriera scacchistica in maniera quasi beffarda, facendolo arrivare più di una volta vicino alla meta agognata e allontanandolo inesorabilmente da questa senza permettergli di raggiungerla.
È stato il più forte giocatore da torneo della sua epoca, vinse quattro Campionati dell’Estonia e tre Campionati dell’Unione Sovietica, partecipò a dieci Olimpiadi vincendo dodici ori di cui cinque individuali. Nel suo tabellino ci sono le vittorie con ben nove Campioni del Mondo e su un totale di 1980 partite giocate (di quelle pervenute, ma sembra ne siano andate perse circa cinquecento), ha conseguito 988 vittorie, 192 sconfitte e 800 patte con uno stratosferico 70% di score. Insomma, vittorie su vittorie che rendono quel “perdenti” sopra accennato, nel suo caso, un vero e proprio ossimoro!
Gli eterni secondi, coloro che con le loro gesta hanno entusiasmato tifosi di tutte le nazioni ma che non hanno mai raggiunto la vetta. Triste destino per i nostri parametri, ma lo è poi veramente? A me viene in mente la similitudine con l’Olanda di Cruijff che dominò negli anni Settanta con il suo innovativo “Calcio Totale”, ma che alla fine non vinse nulla. Squadra che segnò un’epoca e che è rimasta nella storia più di altre che i titoli di Campione del Mondo o d’Europa li raggiunsero. E Keres, per me, negli Scacchi fu quello che l’Olanda rappresentò nel calcio.
Gioco brillante, aggressivo e inventivo, con idee che hanno precorso i tempi, come con l’attacco all’arma bianca contro la Difesa Siciliana Scheveningen che ha preso il suo nome.
Un esempio a dir poco scoppiettante delle possibilità a disposizione del Bianco insite nella posizione, e di come deve essere attenta la difesa del Nero in questi casi.
Di Nero, poi, eccolo dare vita al Sistema Keres nella Chigorin della Partita Spagnola, introdotto nel Torneo dei Candidati di Curaçao nel 1962 e utilizzato per ben quattro volte, due contro Tal e due contro Fischer, totalizzando un fantastico tre su quattro!
Bella vittoria di Keres, ma bisogna riconoscere che Tal in quel periodo non stava in forma, cosa dovuta per lo più al suo precario stato di salute che rese necessario un suo ricovero all’ospedale durante lo svolgimento del torneo. Famosa la foto di Fischer giovanissimo che lo va a trovare e che li raffigura mentre giocano una partita con una scacchiera portatile posta sul letto di degenza.
Grande prova di un giovanissimo Fischer che comincia a impensierire seriamente gli scacchisti sovietici. Non sarà questo il momento buono che si concretizzerà però una decina di anni dopo.
Tal non era quello dei tempi migliori, ma Keres non si è tirato indietro nell’affrontare le complicazioni, costringendo di nuovo all’abbandono il “Mago di Riga”.
Questo torneo sarà uno tra i più amari per Keres, perché arriverà secondo per solo mezzo punto da Petrosjan che s’involerà alla conquista del Titolo.
E la nemesi si compirà al penultimo turno, quando incapperà in una sconfitta contro un coriaceo Pal Benko che aveva sempre sconfitto nei sette incontri precedenti e contro il quale non aveva mai perso. Capito? Sette vittorie consecutive e nella partita più importante che, con una vittoria, gli avrebbe permesso di andare in testa al torneo e forse vincerlo, incredibilmente non solo non riesce a pareggiare ma addirittura finisce con il perdere! Non trovate qualcosa di strano in tutto questo?
Si racconta che Petrosjan abbia aiutato lo statunitense nelle analisi della partita sospesa contro di Keres, dove aveva un vantaggio nel finale! Un sovietico che dà manforte a uno statunitense per sconfiggere un altro sovietico: scena da film d’intrighi, complotti e inganni!
Nell’ultimo turno, infine, si verificò l’incontro tra il più vecchio del torneo, Keres, contro il più giovane, Fischer. Questa volta il veterano non riuscirà a piegare la resistenza del giovanissimo scacchista statunitense, che strapperà un mezzo punto e lo condannerà a bere l’amaro calice destinato ai secondi classificati. A volte il destino è veramente beffardo.
E lo è stato di più nel momento in cui Keres, ancora giovanissimo, conseguì una vittoria importantissima al Torneo di Avro nel 1938, considerato a tutti gli effetti un Torneo dei Candidati non ufficiale, dal quale sarebbe emerso il nome dello sfidante dell’allora Campione del Mondo, Alexander Alekhine. Un torneo a doppio girone all’italiana dove emerse da uno stuolo di fortissimi avversari, quali Botvinnik, lo stesso Alekhine, Euwe, Capablanca e un inaspettato Fine che gli contese il primo posto arrivando secondo solo per spareggio tecnico e realizzando ben sei vittorie che non furono però sufficienti per quella finale, a causa di tre sconfitte che dimostrarono in ogni caso il suo spirito combattivo.
Tutto sembrava pronto ma il Destino, o il Fato, o la Storia con il suo corso degli avvenimenti spesso imprevedibile, implacabile e misterioso, si frapposero a sbarrare la strada a un giovane ventiduenne che sembrava inarrestabile e che avrebbe avuto ottime possibilità di sconfiggere un Alekhine avviato oramai verso la cinquantina e sicuramente in fase calante, ma pur sempre un osso duro da rosicchiare. Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale fece sprofondare il mondo in un incubo con un’intera generazione di giovani che scomparse e fra loro anche molti scacchisti.
Alekhine morì subito dopo la fine di questa guerra in maniera mai completamente chiarita, l’Estonia venne riannessa alla Unione Sovietica e Keres si ritrovò in pericolo per aver partecipato a dei tornei organizzati dal Regime Nazista durante l’occupazione della sua nazione nel periodo 1941-1944.
Un Estone, che alcuni avevano figurato come un collaborazionista dell’odiato nemico, rischiava di essere spedito in Siberia o, peggio, una condanna a morte per collusione con detto Regime e quale traditore.
Pericolo scampato grazie all’intervento del Partito Comunista estone, di un alto politico sovietico e, si racconta, anche con l’intervento di Botvinnik in suo favore. Sicuramente un personaggio scacchisticamente importante ma, per l’establishment sovietico, da tenere sempre sott’occhio e da controllare.
Con questo presupposto prese parte al torneo del 1948 dal quale sarebbe dovuto emergere il Campione del Mondo e sul quale si sono spesi fiumi d’inchiostro. Ognuno può costruirsi la propria verità, tanto gli scenari sono aperti a qualsiasi interpretazione visto che niente di definitivo è mai emerso chiaramente, ma se è vero quanto detto da Botvinnik che era arrivato un ordine dalle alte sfere, sembra su diretta richiesta addirittura di Stalin, che bisognava fare di tutto perché lo stesso Botvinnik vincesse il Titolo, allora appare chiaro come Keres non avesse avuto alcuna chance di vittoria finale.
Insomma, sei nel pieno della tua forza scacchistica e un evento tragico di portata mondiale ti toglie le tue legittime speranze rimandando il tuo appuntamento con la storia ad un altro momento, poi la tua nazione viene occupata da altre più grandi, aggressive e potenti militarmente, e alla fine ti ritrovi a giocare un Mondiale dove vieni guardato con sospetto dall’Establishment dell’ultimo occupante, che ha annesso la tua nazione alla sua, e dove si spera (e qualcosina in più) che tu non vinca perché non espressione del potere come chi è stato scelto quale predestinato. E alla fine ti ritrovi a lottare per quello che avevi sognato, ben sapendo che, pur sembrando l’obiettivo così vicino, non avrai la possibilità di conquistarlo. E intanto il tempo passa, tu sei sempre meno giovane e il tuo obiettivo si allontana sempre di più, fino a diventare irraggiungibile.
Diciamo anche, però, che la sua epoca fu attraversata da grandissimi giocatori, quali il citato Botvinnik, Smyslov, Tal, Petrosjan, Spassky e Fischer di cui solo i primi due, in realtà, suoi coetanei (Botvinnik aveva cinque anni di più e Smyslov cinque di meno) e il tempo che scorreva non giocava a suo favore viste le altre giovani leve che avanzavano inesorabilmente e, alla fine, tutti i nomi sopra menzionati raggiunsero l’ambito titolo e lui no.
Tra le sue partite, una che m’impressionò particolarmente fu quella giocata contro Hort, il fortissimo GM cecoslovacco all’epoca uno dei più forti giocatori in assoluto.
Partita non esente da errori, ma che dà l’idea di quanto Keres fosse pronto a gettarsi nelle complicazioni senza timori.
Keres continuò ad essere uno dei più forti giocatori da torneo fino al fatale anno 1975.
Ma allora, perché non riuscì a diventare Campione del Mondo?
Qui le ipotesi sono state tante e, togliendo quelle di cospirazioni e ostacoli politici vari, così si sono espressi alcuni dei più rilevanti scacchisti, e non solo, dell’epoca (testi tratti e tradotti dal libro “Keres move by move”, autore Zenón Franco, casa editrice Everyman Chess, anno 2017):
- Mihail Botvinnik : “In un altro momento Paul sarebbe probabilmente diventato campione del mondo… Cosa gli è mancato per raggiungere la vetta degli scacchi? Penso che nei momenti critici a Paul sia mancata la forza di carattere. Quando si è trovato sotto una grande pressione, ha semplicemente giocato al di sotto delle sue capacità.”
- Samuel Reshevsky: “Credo che Keres abbia fallito in questo senso perché gli mancava l’istinto omicida. Era una persona troppo mite per dare tutto per sconfiggere i suoi avversari. Prendeva tutto, compresi gli scacchi, con filosofia.”
- Viktor Korchnoi: paragonandolo al suo caso, disse che se Keres fosse emigrato ad ovest, sarebbe riuscito a diventare campione del mondo.
- Maria Keres moglie di Paul: non era d’accordo con quanto detto da Korchnoi. Lei credeva, come Reshevsky, che Keres non avesse “l’istinto omicida” o, per dirla in un altro modo, “Keres non era spietato verso sé stesso, o verso gli altri, come lo era Botvinnik.”
- Boris Spassky: “So per esperienza personale che per raggiungere la vetta devi pensare solo all’obiettivo. Devi dimenticare tutto il resto al mondo, buttare via tutto ciò che è superfluo, altrimenti sei spacciato. Come potrebbe Keres dimenticare tutto il resto?”
- Jan Timman: “Per diventare campione del mondo devi essere in grado di trovare una combinazione ideale di durezza di carattere e disciplina. Keres aveva la disciplina, ma per il resto era un uomo così gentile che falliva per un pelo ogni volta.”
- Paul Keres: Lo stesso Keres ha detto di sé stesso di aver avuto sfortuna, e di non essere mai stato “nel posto giusto al momento giusto”.
Che dire, a me la figura e la storia di Keres mi hanno sempre trasferito un qualcosa di epico. Sembra simile a quella di Ulisse, con in vista la sua amata Itaca e con forze esterne a ricacciarlo in alto mare per non fargli raggiungere la sua meta. Ecco, sembra quasi che, per rimanere in ambiti mitologici, il Fato avesse già deciso che quel titolo sarebbe stato per lui tanto vicino e in realtà lontano, tanto lontano e irraggiungibile, come per un divertimento “lassù” di qualche dio dispettoso.
Però, quasi come forma di ricompensa, gli è stata mantenuta la sua grande forza di gioco e gli è stata data la possibilità di ottenere dei risultati che solo i Campioni possono avere e raggiungere e, per ironia della sorte, a lui Estone ha dato l’enorme piacere di conquistare per ben tre volte il Titolo di Campione dell’Unione Sovietica! Un dio dispettoso ma, alla fine, anche magnanimo!
Un personaggio del genere non poteva non diventare una sorta di eroe nazionale in Estonia, con tanto di banconote, monete e francobolli con la sua effige, e con un museo con una sua statua di cera in grandezza naturale a Tallin.
Certo, il Destino è stato di nuovo beffardo con lui, portandolo via troppo presto dopo un suo ultimo, ennesimo, successo ottenuto in un torneo a Vancouver nel 1975, all’età di cinquantanove anni, che per i nostri tempi è considerata essere ancora come giovane (forse più appropriato il termine “matura”), e riservandogli però quella che oggi è chiamata “La morte dei giusti”.
PS: tutte le foto in bianco e nero sono state prese e modificate dal libro “Paul Keres – Photographs and games” della casa editrice Paide, anno 1995.
