Sei raccontini scacchistici
(Fabio Lotti)
[Nota della redazione] Dopo il successo dei “Tre raccontini scacchistici” dell’estate scorsa, il nostro Fabio raddoppia e ci propone sei brevi racconti in preparazione per le serate davanti al camino mentre fuori comincia a far freddo.
Ogni tanto mi diverto a scribacchiare…
L’agognata risposta
Nel gioco per corrispondenza quando ancora non c’era il computer a…
Era contento. Le partite promettevano bene. Le risposte arrivavano abbastanza velocemente per posta. Una settimana, dieci giorni, un tempo accettabile.
Solo una ritardava. Aveva spedito la prima mossa 1.d4 ormai da troppo tempo ma ancora niente. Allora si era buttato a capofitto sulla eventuale linea da seguire. Alla possibile risposta 1… d5 avrebbe proseguito con 2.Af4 che gli piaceva da morire. Di questo sistema aveva studiato tutti i particolari ed era sicuro di poter portare avanti con successo una bella partita. Su 1…Cf6 non c’era alcun dubbio nel continuare con 2.Ag5. Molti storcevano il naso perché spesso all’inizio si cambiava un Alfiere per un Cavallo ma a lui gli equini piacevano un sacco e dopo il cambio ne avrebbe avuti due contro uno. Se invece 1… f5 avrebbe combattuto la sfacciata Olandese con l’altrettanto sfacciata 2.e4 entrando in un bel ginepraio di soluzioni. Insomma mattina e sera era lì davanti alla scacchiera per studiare a fondo tutte le possibili sfaccettature e farla pagare al terribile ritardatario. Ogni giorno, poi, di fronte alla cassetta della posta in fremente attesa…
Finalmente una mattina arrivò. Prese la busta dalla cassetta e l’aprì subito con un profondo sospiro e le mani tremanti. Ed ecco apparire la tanto agognata risposta: 1… Acconcio.

Il permaloso
Sono un tipo permaloso io. Lo sanno tutti. Tutti quelli che mi conoscono. Se uno mi fa uno sgarbo, anche con intento scherzoso, non lo sopporto. Figuriamoci uno sgarbo vero. Con me ha chiuso. Arrivederci e tante grazie nemmeno se mi viene a piangere dietro.
Per il torneo di scacchi della mia città mi ero preparato a puntino. Sere e sere a manovrare i pezzi sulla scacchiera. Praticamente uno stakanovista delle sessantaquattro caselle. Quando mi capitò al terzo turno un pezzo grosso, insomma uno di quelli davanti al quale ci si toglie tanto di cappello. Se uno ce l’ha, si capisce. Avevo il Nero. Niente paura. Con questo colore ho dato certe botte! Bastava informarsi su quale prima mossa facesse il bel tomo e avrei scovato l’antidoto necessario.
Bene, scoprii subito che il bel tomo citato, tra l’altro con un sorrisetto beffardo che gli spuntava presuntuosetto tra le labbra, apriva regolarmente con 1.d4. Mai che si fosse azzardato a tirar fuori altra mossa. Mi buttai a babbo morto sul computer per analizzare gli eventuali suoi seguiti dopo 1…d5, la mia preferita. Qui trovai sempre e soltanto 2.Af4 con seguiti che rientravano tutti immancabilmente nel cosiddetto sistema di Londra. Perfetto. Bastava studiare le linee principali, sceglierne una, approfondirla e il gioco era fatto. Nel senso che, magari non avrei vinto, ma nemmeno perso. Sicuro come il sorgere del sole o il calar della notte, se vi va meglio. E, infatti, al calar della notte ero sempre lì tra il computer e la scacchiera a verificare anche altri impianti rispetto a 2.Af4 che “non si sa mai”, come dice sempre il mio nonno riferito a qualsiasi argomento in cui venga coinvolto.
La mattina dopo un po’ insonnolito, ma preparatissimo e baldanzoso, stringo forte la mano all’avversario per fargli capire di che pasta sono fatto. Con me non si scherza.
Egli ricambia la stretta mollemente e, sempre con il solito sorrisetto da furbetto, effettua 1.f4. Naturalmente 1… Abbandono.
E che ca##o! Sono un tipo permaloso io. Lo sanno tutti.
L’osservatore
Ne ho visti tanti di volti. Di tutte le razze, di tutte le età. Volti di giovani e fanciulle, di uomini e donne. Volti bianchi, neri, gialli, emaciati, smunti, volti pienotti e paffuti. Sono diventato, mio malgrado, un interprete delle loro espressioni, dei più piccoli e impercettibili movimenti che sfuggirebbero ai più.
Ho un punto di osservazione del tutto privilegiato. Praticamente sono le stesse facce a venirmi incontro. Ora tirate e un po’ stravolte dalla concentrazione, i vari tic che sorgono spontanei con un tocco umoristico che spinge al sorriso: smorfie, boccacce, occhi che si aprono e stringono, sguardi diretti e furtivi, gesti ora rapidi e sicuri, ora studiati, ora incerti con la mano che si allunga e ritorna indietro a posare l’indice sulla bocca. Mani messe a cerchio sulla fronte con il faccione proteso in avanti.
Ne ho viste di cotte e di crude. Sorrisi benevoli che si trasformano in ghigni spaventosi, occhi da cerbiatto diventare a poco a poco fessure spietate. All’inizio il volto è per lo più disteso, pronto ad accogliere l’intera umanità, non una ruga superflua, ad eccezione di quelle lasciate dal trascorrere del tempo. Poi, piano piano, si avverte un leggero movimento dei muscoli, certo non visibile all’occhio meno allenato del mio. Una sottile fibrillazione che aumenta con il passare del tempo fino a stravolgere del tutto i lineamenti. Il volto una maschera che riflette i lati più tumultuosi dell’animo umano.
Anche se alcuni cercano in ogni modo di contenersi, di non far trapelare l’ingorgo interno e mostrarsi per ciò che sono al momento: infidi, perversi, maligni. Quelli dei giovani più facili da interpretare, essendo spesso così come si presentano: naturali, aperti, sinceri. Spontanei, insomma, senza quei sotterfugi che si annidano nei più smaliziati. Anche se ogni tanto pronti a nascondere le loro vere emozioni-intenzioni che certi istinti naturali sono difficili da oscurare.
La lotta dei volti è un aspetto importante del mio osservatorio. Ne conosco tutti i trucchi, tutti gli espedienti per mimetizzarsi. Non potete immaginare gli sforzi che fanno. Ma a me non sfuggono.
Non possono sfuggire al Re degli scacchi.

Occhio alla stretta di mano!
La stretta di mano non è nata oggi. Risale alla notte dei tempi quando erano in auge popoli come gli egiziani, gli assiri e i babilonesi. Millanta anni fa. Stretta di mano, oppure dell’avambraccio o del polso tanto per vedere se si nascondesse qualcosa di poco chiaro (leggi pugnale, per esempio), che i greci e i romani si fidavano il giusto fra loro. Comunque, dare la mano è un modo di entrare in contatto con l’altra persona e si può addirittura percepirne la personalità. Sono state catalogate diverse strette di mano che non sto qui a riproporre.
Anche negli scacchi c’è, o ci dovrebbe essere, la stretta di mano all’inizio e alla fine della partita. Occhio che potrebbe risultare importante, direi essenziale, a volte una vera e propria fregatura. Lo spiego con un esempio che mi è capitato ad un torneo. Così, senza farla tanto lunga.
La stretta di mano del mio avversario è flaccida, floscia, quasi molliccia. Mi fa pensare ad un giocatore timoroso. Prendo e mi butto, con il Bianco, nell’assalto dei quattro pedoni nell’Est-indiana. Ora lo concio per le feste e giù a maramaldeggiare sulla scacchiera. Però l’avversario, bene in carne e con la faccia rubizza, sembra fregarsene altamente. Risponde colpo su colpo con una calma serafica e un sorrisetto fra le guancione che non promette niente di buono. Mi lascia sacrificare e poi, zac, mi colpisce all’improvviso. Abbandono.
Ora la stretta di mano finale, prima flaccida e molliccia, è forte e sicura, quasi una scossa. Mi ha fregato. Figlio d’un cane!
Qualcosa rimane
Silenzio. Nella sala del torneo, quando tutti se ne sono andati via. Silenzio. Svaniscono, come per incanto, i ticchettii degli orologi, i bisbigli degli astanti, il piccolo rumore dei pezzi spostati. Silenzio.
Eppure qualcosa rimane. Non so se sia capitato anche a voi. Anzi, ne sono sicuro. Immagini di figure chine sulla scacchiera, qualche volto particolare immerso nell’analisi, qualche momento di eccitazione per una mossa indovinata, il brivido che nasce da uno scontro sempre in bilico, la fibrillazione nell’aria. Magari le prime strette di mano e le ultime a sancire il vincitore e lo sconfitto, il senso di una lotta, di una ricerca, di una scoperta.
Qualcosa rimane. Sicuro. Ricordi del passato, proprio lì, in quella sala ora vuota che riemergono voluttuosi nella nostra memoria con tutto il corredo delle loro vitali sensazioni. Qualcosa che scivola dentro di noi, bella, pulita, sorridente. Quella di far parte di un gruppo unito nell’amore per questo mirabile giuoco, per questa eterna passione per gli scacchi.
Qualcosa rimane.
Un temibile avversario

Ci sediamo al tavolo. Per prima cosa un breve ripasso: colonne, traverse, diagonali, la collocazione dei pezzi e dei pedoni, i loro movimenti, lo scacco, lo scacco matto…Qualche sorriso se tutto va bene e qualche grugnito se qualcosa non torna.
Poi la partita. La scelta, il Bianco o il Nero. Via! L’avversario non sta fermo un attimo sulla sedia. Sembra sia stato morso da una tarantola. Muove con la mano sinistra. E’ mancino e, si sa, i mancini sono estrosi e imprevedibili. Soprattutto se si accorgono che qualcosa non quadra e non va per il verso giusto. Per esempio, se catturo un pedone o un pezzo che non viene subito ricatturato allora mette il muso, mi guarda di sbieco con il volto chino e le braccia conserte. Nel migliore dei casi, altrimenti si alza e se ne va. Un tipetto davvero particolare, una lotta psicologica stressante. Per continuare la partita devo correre subito ai ripari facendomi beccare la Regina da uno stupido, ignobile pedone. L’avversario si rianima, spalanca gli occhioni celesti e incomincia a mulinare pezzi di qua e di là. Prima di muovere quasi sempre uno sguardo di traverso al sottoscritto per verificare la bontà del suo tratto. Lo capisce dal movimento della mia bocca e della espressione contrariata o meno. Intanto continua ad agitarsi sulla sedia e a mettersi a posto i capelli che volteggiano leggeri di qua e di là.
La partita è breve, i miei pezzi sembrano guidati da una mano folle e cieca. Vanno tutti a farsi fo**ere, mentre i suoi circondano il mio povero Re. Tutto sta per finire quando un suo pedone si trasforma inevitabilmente in Regina con nutriti gridolini di gioia che salgono fino al cielo. Allora dopo un paio di mosse arriva la resa. Il mio Re, afferma sicura la bionda e dolce nipotina Jessica, il mio Re non ha più via di scampo, “Vedi nonno, qui non può andare perché c’è la Regina, qui nemmeno perché c’è l’Alfiere e qui neanche perché c’è la Torre. Hai perso.” E via a raccontarlo alla nonna.
Porca vacca!
Fabio Lotti è nato a Poggibonsi (Siena) nel 1946. Laureato in Materie Letterarie, è Maestro per corrispondenza e collaboratore di riviste scacchistiche specializzate. Ha pubblicato vari testi teorici, tra i quali “Il Dragone italiano“, “Gambetti per vincere” e “Guida pratica alle aperture“.
La inesauribile fantasia e l’ironia di Fabio, col tempo, si sta fondendo con un velo di nostalgia e ne viene fuori qualcosa di ancor più coinvolgente. “Qualcosa rimane” mi è piaciuto più di tutti.
Mi sono ritrovato in tanti di questi personaggi,soprattutto il permaloso e il nonno sconfitto. Grande Fabio
Grazie ragazzi! E grazie a Uberto.
Grazie per la tua ironia, inesauribile creatività e la affettuosa e condiscendente resa del Fabio nonno.
Evvai sempre così
Bravo Fabio!
Non perdetevi i libri di Patrizia e https://www.sherlockmagazine.it/ dove potete trovare anche il sottoscritto!
Tutti belli, ma “Qualcosa rimane” è poesia. Bravo Maestro!