Quattro chiacchiere con Enrico Paoli – Conclusione

(Riccardo M.)
Riprendiamo e concludiamo la pubblicazione della mia chiacchierata del 1982 con il Maestro Enrico Paoli. Quell’anno uscì su “Zeitnot”; l’ intervista fu poi riportata (febbraio 2013) anche sul Blog “Soloscacchi”. Chi non avesse letto la prima parte può trovarla in questo post di “UnoScacchista”.

[Nella foto, tratta dall’Italia Scacchistica, Paoli, sulla destra, analizza assieme, tra gli altri, a Oscar Bonivento]

Z.: Visto che lei ha accennato all’attuale campione del mondo, mi dice quali sono stati i tre più forti giocatori di sempre?

Paoli: Al primo io metterei senz’altro Fischer. So che Petrosjan non sarebbe d’accordo con me. Una volta ho avuto con lui una lunga discussione in proposito. Petrosjan sosteneva che Fischer non ha fatto altro che migliorare idee di altri, e che il più grande di sempre era stato Botvinnik. Io non nego che Botvinnik sia stato grande, ma Fischer ha rivitalizzato varianti che erano cadute in disuso o messe in un archivio. E poi, dove si trova nella storia un match in cui uno dei due vince 6 a 0 ed il perdente è un grande maestro del valore di un Tajmanov o di un Larsen? E’ vero che quel sistema è crudele perché chi perde una partita è poi costretto a giocare per vincere la successiva, e magari per forzare finisce per perdere. Comunque nella storia del gioco, cominciando da Morphy, non esiste nessun altro che possa vantare simili vittorie. Perciò io dico Fischer, sicuramente. E dopo di lui piazzerei Alekhine e Lasker.

Z.: Qui è il momento di porle la mia domanda preferita: riuscirà un giorno un calcolatore a battere il campione del mondo?

Paoli: No, no! Botvinnik è di questo avviso, ma secondo me è impossibile. E’ impossibile perché il calcolatore è l’imbecille più veloce del mondo. No, no! Io dico che è impossibile.

Z.: E secondo lei chi emergerà, dai prossimi tornei interzonali, come sfidante di Karpov?

Paoli: Come si può fare un pronostico? Vede, anche Timman, che è uno dei più accreditati, passa da un primo posto ad un risultato deludente. E questo perché avviene? Lo sa? Perché oggi i professionisti più forti hanno una disgrazia: sono costretti a giocare sempre, in quanto ogni volta che saltano un torneo è un guadagno perduto. Anche questi famosi matches hanno perciò un valore relativo. Karpov sarebbe in ogni caso sempre il favorito, perché sta lì ad aspettare mentre gli altri si massacrano per arrivare fino a lui. Non mi riferisco al match di Merano, che è apparso una burletta: vedere Korchnoj studiare 80 minuti alla nona mossa per fare Af8-e7 è stata una cosa pietosa. Ae7 era una mossa di sviluppo che avrebbe fatto chiunque, sprecando due minuti al massimo. Ma si parlava di sfidanti. Beh, ci sono i soliti, ho detto di Timman, poi in primo piano Kasparov, che in Russia è considerato il successore di Karpov. In Occidente ci sono giocatori in gamba, sì, ma io direi che è più facile trovare futuri campioni nella massa di milioni di scacchisti che esistono in URSS.

Z.: Mi pare di aver capito, dalle sue parole, che l’attuale sistema adottato dalla FIDE per la designazione dello sfidante al titolo mondiale non incontri troppo il suo favore. Vero?

Paoli: Sì, infatti penso che la cosa migliore sarebbe quella di abolire codesti matches e ritornare ad un Torneo di Campionato. Guardiamo ad esempio il match Polugaevsky-Mecking del 1977: con una sola partita vinta su 12, Polugaevsky è entrato in semifinale. Non è mica tanto giusto. Io vedrei molto meglio un supertorneo a doppio girone fra gli otto o dieci più forti giocatori del mondo.

Z.: Ma i tornei all’italiana non favorirebbero eventuali giochi di squadra? Mi sembra che vennero aboliti per questo motivo.

Paoli: Per evitare ciò si potrebbero forse ammettere non più di due giocatori della stessa nazione. Dirò di più: fra questi otto o dieci io metterei anche il campione del mondo. Non è giusto, ripeto, che i suoi avversari si scannino tra loro mentre il campione li aspetta al varco dopo essersi ben studiato e analizzato il gioco del suo possibile sfidante. Per determinare il campione del mondo non c’è una soluzione più giusta del torneo all’italiana.

Z.: In ogni caso, lei non crede che l’enorme approfondimento della teoria delle aperture stia un po’ inaridendo il gioco e deprimendo la fantasia?

Paoli: Questo no, perché l’apertura conta fino ad un certo punto. Quello che conta è il mediogioco. E’ qui, l’ho scritto mille volte, il vero banco di prova per un giocatore. E qui che ci sono due o tre idee che si vedono subito ed altre tre o quattro che sono nascoste. Il grande giocatore sa trovare tra quelle nascoste, e non fra quelle che si vedono, quella che secondo lui è la migliore. Purtroppo il giudizio della posizione è il tallone di Achille anche di parecchi grandi maestri.

Z.: A suo parere, quindi, è opportuno giocare la fase di apertura piuttosto velocemente?

Paoli: Se lei non conosce l’apertura fino almeno alla ventesima mossa, certamente no. Ricordo un episodio rimasto famoso, protagonista il grande maestro Matanovic, che affrontava a Bucarest un giocatore a lui inferiore e di cui non ricordo il nome. Questi si è avventurato in una variante sbagliata della difesa Francese, analizzata già su “Shakhmaty”. Ma Matanovic non conosceva quelle analisi e, pur trovando sulla scacchiera tutte le mosse giuste, finì terribilmente in ritardo di tempo e gli cadde la bandierina. Allora, dico io, sarebbe stato meglio non trovarle, le mosse giuste, ma vincere.

Z.: A proposito di tempo, il gioco lampo e semi-lampo è un utile allenamento?

Paoli: No. Io sono d’accordo con Fischer, che disse che il gioco lampo è la morte degli scacchi. Eppure Fischer, badate bene, era uno che “lampo” metteva sotto chiunque. Ma non perché si allenava a giocare lampo, semplicemente perché era uno che vedeva sempre, prima degli altri, la mossa giusta.

Z.: Insomma, Maestro Paoli, cosa sono gli Scacchi?

Paoli: E’ stata già data una risposta soddisfacente a questa domanda: sono arte, e allora dobbiamo guardare ad Alekhine, sono sport, e allora dobbiamo guardare a Fischer, sono scienza, e allora dobbiamo guardare verso Lasker.

Z.: Eppure, come abbiamo detto prima, c’è chi pone in dubbio l’aspetto sportivo degli scacchi.

Paoli: Come si fa a dire che gli scacchi non sono uno sport? Secondo me, invece, sono uno sport per eccellenza. L’ex presidente della FSI Miliani diceva che “il cervello è il re dei muscoli”.

Z.: Qual’ è la qualità basilare del giocatore di scacchi?

Paoli: L’analisi.

Z.: L’elemento nervoso ha una sua importanza?

Paoli: Beh, certo, certo. Hubner lo ha dimostrato. E’ chiaro che chi ha nervi fragili non può giocare a scacchi. Ricordo che nel 1951, durante il torneo di Vienna, la notte non dormivo. Ma ero molto giovane e in forze, e riuscii a vincere lo stesso quel torneo. A Trencianske Teplice, nel 1949, ero a colloquio con Foltys, un bravissimo maestro internazionale cecoslovacco, purtroppo morto di cancro nel 1952. Gli confessai che di notte non riuscivo a prender sonno e che non volevo assumere sonniferi, temendo di non essere poi abbastanza lucido davanti alla scacchiera. Foltys mi disse: “Si ricordi, la cosa più importante per uno scacchista è dormire”. Si dice, ad esempio, che Portisch e Larsen dormano, durante i tornei, anche dieci ore. A questo proposito ho un aneddoto da raccontare. Sa che Szabo trova sempre una scusa, ogni volta che perde una partita? Eh, infatti Blackburne diceva ”non ho mai avuto la fortuna di battere un giocatore sano”. Ebbene, al maestro internazionale ungherese Flesch, celebre per il suo record di partite alla cieca, era da poche settimane nato un figlio. Un giorno ci disse “Questo bambino diventerà il più grande giocatore di scacchi al mondo”. Perché? “Perché piange come Szabo e dorme come Portisch”.

(A questo punto della nostra lunga conversazione, che si svolgeva nella sala analisi del Torneo internazionale del Banco di Roma del 1982, mi accorsi che la presenza di Paoli aveva attirato l’attenzione di molti presenti. E fra questi c’era la redazione di “Zeitnot” al completo. Franco e Catello, accaniti “postal challenger”, non potevano mancare di toccare questo argomento).

Z.: Cosa pensa del gioco per corrispondenza?

Paoli: E’ eccellente, quando però non intervengano fattori estranei. Eccellente perché facilita uno studio completo, quindi è particolarmente utile per l’analisi del mediogioco.

(Interviene qui uno spettatore, evidentemente alle prime armi): E quali libri si sente di consigliare ai principianti?

Paoli: Beh, tra quelli che sono attualmente in commercio in Italia sono validi il vecchio “Padulli”, il “Cillo/Luppi”. Ai principianti consiglio in particolare di studiare due o tre aperture e di giocare sempre quelle. Per il centro partita, un libro che consiglio a tutti è “Difesa e contrattacco” di Tibor Florian. E poi i miei, naturalmente. Vorrei aggiungere una cosa. Mi piacerebbe che i giovani cominciassero a dedicarsi un poco anche alla composizione e agli studi, un terreno che in Italia è oggi, purtroppo, alquanto trascurato.

(Ancora da altro spettatore): Secondo lei è più giusto giocare con lo stile romantico di un tempo o con lo stile così scientifico di oggi?

Paoli: Ma no, non esiste nessuno stile romantico. Lei vince una partita in stile romantico solo se il suo avversario gioca male. Ho già scritto da qualche parte che “non esistono combinazioni se il tuo avversario gioca correttamente”. Sa cosa diceva Keres? “Per avere delle chances, bisogna dare delle chances”. Pertanto lei deve rasentare il rischio e, nel rischio, cioè nella bagarre, lei deve saper trovare il bandolo della matassa. In conclusione, se lei vuole vincere in stile romantico, deve sapere che rischia seriamente di perdere.

(Insiste lo spettatore, non pienamente convinto): Allora lei ritiene che quel bel gioco di una volta era soltanto una moda?

Paoli: Il fatto è che una volta non esisteva tanta tecnica, non si conosceva l’arte della difesa. Ecco perché si vedevano i Re passeggiare al centro della scacchiera. Poi giunse Lasker, professore di filosofia, che ha applicato la filosofia anche agli scacchi. Lui era tanto bravo da indurre gli avversari a sbilanciarsi e quindi a batterli. Ma Lasker aveva sempre un punto fermo, ad esempio una casa che costituiva il perno della sua difesa.

(L’ultima mia domanda tocca invece l’argomento che probabilmente più sta a cuore a Enrico Paoli: il torneo di Capodanno, il “suo” torneo).

Z.: Maestro Paoli, un suo grandissimo merito è stato quello di aver inventato e realizzato, per larga parte da solo, il Torneo di Reggio Emilia, già arrivato alla ventiquattresima edizione. La comune preoccupazione è questa: il Torneo di Capodanno continuerà anche quando lei non se la sentirà più di offrire tutto il suo apporto?

Paoli: Quella di organizzare tutti gli anni questa manifestazione è stata effettivamente una difficile impresa, e quando morirò io rischierà di morire anche il Torneo di Reggio. Fra poco avrò 75 anni, e la prossima sarà comunque l’ultima edizione da me organizzata. Forse, ora che ho reso noto ciò, qualcuno si muoverà. Sarebbe davvero una cosa idiota [1] lasciar morire questo torneo, anche perché adesso gode finalmente di sostanziali aiuti da parte di banche e di enti diversi. Io ho parlato con molta chiarezza e sincerità a coloro che in questi ultimi anni mi sono stati vicini: “Ormai sono vecchio, la fatica mi ammazza. Tutto quel lavoro massacrante, che ho fatto finora, non lo potrò più fare. Se volete continuare, giovani, io vi assicuro, finché sarò vivo, tutti i miei consigli e la mia assistenza”.”


Queste ultime parole non erano semplicemente un modo di dire, una cortesia vuota: Enrico Paoli si tuffava con sincero entusiasmo e generosità su ogni iniziativa che lui vedeva in grado di contribuire alla diffusione e alla crescita del gioco. Un po’ il contrario di quanto normalmente succede ai giorni nostri. Lui, ad esempio, divenne uno dei collaboratori fissi [2] , anzi il più importante, della nostra pubblicazione bimestrale “Zeitnot” (1982-1985).

Grazie, grande Maestro Enrico.


[1] Il Torneo di Reggio Emilia è morto nel 2011. Dal 2012 non vi si gioca più. Sì, è stata proprio “una cosa idiota” lasciar morire questo torneo dopo 54 anni consecutivi.

[2] Su “UnoScacchista” potrete prossimamente leggere tutti quei suoi lavori già usciti su “Zeitnot”.

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