Uno Scacchista *Edizione 10 Anni*

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

Una partita d’autore

(Tristano Gargiulo)
Samuel Beckett era un appassionato di scacchi, e due sue opere sono esplicita testimonianza di questa passione. La più nota è la pièce teatrale Finale di partita: fu lo stesso drammaturgo a spiegare che Endgame (originariamente Fin de partie, perché Beckett in quegli anni scriveva in francese, che egli stesso poi traduceva in inglese) doveva essere inteso come termine scacchistico in senso stretto. Ma è ancora controversa ed enigmatica la loro presenza, non più che metaforica, nell’azione scenica. Gli scacchi giocati sono invece rilevanti nel romanzo Murphy. Tra i due testi intercorrono circa vent’anni: Murphy è stato pubblicato nel 1938, Endgame nel 1957. Di entrambi Uno Scacchista si è già occupato (A. Capece, Samuel Beckett, 17 luglio 2021).

Samuel Beckett con il suo cane Murphy e il suo gatto Watt

Il protagonista di Murphy è un personaggio difficile da definire. Con un carattere affetto da problemi di irresolutezza e di incomunicabilità, che lo portano ad affrontare in modo solipsistico le sue giornate e i conflitti della sua mente, trova un ambiente a sé più consono nella Magione Maddalena della Misericordia Mentale (Magdalen Mental Mercyseat), dove si impiega come infermiere per le continue sollecitazioni della sua amante Celia a trovare un lavoro.

All’interno di tale istituto si svolge l’intera seconda parte del romanzo: qui Murphy sperimenta una vita apparentemente più rasserenata «nella credenza di avere finalmente trovato i suoi consanguinei». Il successo che riscuote fra i pazienti psichiatrici di cui si prende cura lo gratifica al punto che è dispiaciuto quando, al termine della giornata, è costretto a lasciare le corsie. Ciò «significava che niente di meno di una psicosi coi fiocchi avrebbe potuto consumare quello sciopero che era la sua vita». Tra gli ospiti della struttura, Murphy sente la maggiore affinità con il signor Endon, «il più carino e docile rimbambito di tutto l’istituto», dalla cui psicosi, «così limpida e imperturbabile», si sente irresistibilmente attratto. Siccome «l’unica frivolezza che si concedeva il signor Endon» erano gli scacchi, i due cominciano a giocare interminabili partite, che, condotte con «strategie degne di un Fabio Massimo», spesso senza neanche una cattura, durano tutto il giorno e terminano apparentemente senza un vincitore.

Un punto di svolta della storia avviene nel capitolo 11, dove una sera (a differenza dalle solite partite diurne) Murphy e il signor Endon giocano quella che sarà la loro ultima partita. Poco dopo, infatti, Murphy muore e il romanzo si conclude. L’importanza che questa partita doveva avere nella trama immaginata da Beckett è dimostrata dal fatto che egli l’ha voluta riprodurre per intero, in notazione descrittiva inglese, e ha rifiutato la richiesta dell’editore londinese di accorciarla. Le mosse che i due giocatori fanno non seguono una logica scacchistica realistica, la loro mancanza di senso è, a prima vista, quasi surreale. Poi si capisce che le diverse strategie (se si possono definire tali) hanno piuttosto la funzione di rappresentare in veste metaforica gli opposti modi di essere di Murphy e del signor Endon.



Dopo un inizio in cui i due giocatori giocano mosse simmetriche, Murphy, deciso a gettare un ponte comunicativo verso l’altro, sia pure mediato dal gioco, si affaccia verso lo schieramento nemico, oltre il centro della scacchiera, e mette ripetutamente in presa i suoi pezzi, senz’altra ragione ‒ si intuisce ‒ che cercare di creare un canale di comunicazione fra sé e il suo avversario, spingendolo a reagire tramite la cattura; il signor Endon, che invece sembra quasi giocare da solo, muove i suoi pezzi facendogli fare dei giri che li riportano al punto di partenza, ignorando l’avversario e il suo silenzioso anelito a un contatto.

Anche la conclusione non segue i principî che regolano la vittoria o la sconfitta in una vera partita: quando il signor Endon sta per completare il ritorno allo schieramento iniziale (forse non per niente questo momento risolutivo è denominato da Beckett con un termine non scacchistico, «solitaire»), che sancisce il suo chiudersi in sé stesso, ecco che Murphy, solo perché vede fallire la sua volontà di comunicazione e ha la conferma che per il signor Endon lui non esiste, abbandona. D’altra parte, una chiave di lettura appare insita nello stesso nome Endon, come qualche critico beckettiano ha acutamente notato. Nella lingua greca (che Beckett conosceva bene) l’avverbio endon significa «dentro»: è dunque appropriato ad una persona che, affetta da distacco emotivo verso ciò che la circonda, vive rinchiusa in sé stessa, rifiutando di uscirne. Ma si può aggiungere che endon ha in greco anche l’accezione di «a casa», e quello che persegue il signor Endon con le sue mosse è proprio di «riportare i pezzi a casa», come si dice in gergo scacchistico. Le due cose si armonizzano bene.

Il maggiore elemento di curiosità, per lo scacchista che legge il romanzo, è dato soprattutto dalle note di commento che lo scrittore irlandese ha aggiunto alla partita. Bisogna ricordare che fra i caratteri distintivi della prosa di Beckett e della sua creatività letteraria c’è anche uno spiccato e sottile sense of humour, spesso basato sul paradosso, sull’incongruo, sui giochi verbali, e su citazioni e allusioni non dichiarate.

In questa prospettiva, i commenti alle mosse di questa fantasiosa partita simulano, anzi scimmiottano parodicamente visto che si riferiscono per la maggior parte a mosse di per sé prive di senso comune scacchistico, i veri commenti che corredano le partite nelle vere pubblicazioni scacchistiche. Ma la cosa più interessante è che, in mezzo ai commenti astrusi, se ne nasconde almeno uno che è invece molto significativo e tutt’altro che fittizio. Esso fa allusione, per chi sia in grado di coglierla, alle nuove teorie scacchistiche che alcuni geniali innovatori stavano propugnando pochi anni prima che Beckett scrivesse il suo romanzo. Il commento contrassegnato con (b), relativo a 1.e4 (1. P-K4), recita: «La causa principale di tutte le successive difficoltà del Bianco» («The primary cause of all White’s subsequent difficulties»).

Una simile osservazione, che definisce in modo così netto e sorprendentemente catastrofico la prima mossa della partita, cioè quella da cui il gioco ha semplicemente inizio, può apparire assurda e paradossale, se non si sa che essa si inscrive in un dibattito animato dallo spirito iconoclasta di una innovativa scuola di pensiero scacchistico che, sorta negli anni Venti e Trenta del Novecento, fu chiamata ‘ipermoderna’. Un importante terreno di confronto e di scontro ideale fra tradizionalisti e innovatori era costituito dagli impianti di apertura, dove si contrapponevano i due opposti principî dell’occupazione del centro (tradizionalisti) e del controllo del centro a distanza (innovatori). Le aperture di Re (1.e4) e di Donna (1.d4), dominanti nei decenni precedenti, stavano perdendo favore rispetto a 1.Cf3 e 1.c4.

In questo scenario, sappiamo che a due dei principali rappresentanti delle teorie ipermoderne, l’ungherese Gyula Breyer e il cecoslovacco Richard Réti, si attribuisce proprio il concetto, espresso in forma deliberatamente paradossale, che, dopo 1.e4, la partita del Bianco è già agli sgoccioli («his game was on its last legs» o «in the last throes»). Tutto questo doveva essere ben noto al Beckett scacchista che, con la sua ironia, tra commenti inventati il cui rapporto con il testo (le mosse della partita) è chiaramente scollegato e pertanto indecifrabile, ne ha inserito uno vero che poneva al lettore scacchista, dell’epoca e di oggi, la difficile sfida del riconoscerne la veridicità, il senso e la provenienza.

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