Un Grande Maestro di scacchi Presidente della Repubblica?
(Riccardo Moneta)
… probabilmente no, purtroppo. Molto probabilmente questo non succederà presto e forse non succederà mai. Ma stavolta ci siamo andati molto, molto vicini. Non sto parlando di un Grande Maestro italiano e dell’Italia, naturalmente, e nemmeno di Garry Kasparov e della Russia (sfortunatamente), ma della G.M. Judit Polgar e dell’Ungheria.
Tutti conosciamo Judit, la migliore scacchista donna di ogni tempo, oggi quarantanovenne, una giocatrice che è stata capace di battere, diversi, se non tutti, degli ultimi campioni del mondo uomini. Nata nel 1976 a Budapest, nipote di due sopravvissuti al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, G.M. all’età di 15 anni, sorella minore di altre due fantastiche giocatrici (Zsuzsa, campionessa del mondo dal 1996 al 1999, e Zsófia), Judit ha imparato il gioco all’età di 5 anni da papà László, di professione psicologo, e da mamma Klara, una signora di origini ucraine proveniente da una umile famiglia di operai.
Judit Polgar è universalmente nota come la “Regina degli scacchi” ed è stata per 26 anni ininterrottamente ai vertici delle classifiche mondiali. Si è ritirata dall’attività agonistica nel 2014.
Ma lasciamo gli scacchi e passiamo a descrivere gli eventi di Budapest di queste ultime settimane.
Saprete senz’altro che nell’aprile del 2026 ci sono state le elezioni in Ungheria. Il partito Tisza le ha vinte con largo margine e il suo leader, Péter Magyar, ottenendo una maggioranza importante in Parlamento, ha così potuto sostituire alla guida del governo il primo ministro uscente, il molto discusso Viktor Orbàn, ormai piuttosto inviso alla gran parte della popolazione, un uomo al potere dal 2010 e che aveva imposto al suo Paese una deriva autocratica, illiberale, populista ed euroscettica, gestendo le risorse in modo da favorire un ristretto gruppo di oligarchi amici i quali, come risulta da una inchiesta pubblicata sul Financial Times, hanno nel frattempo potuto accumulare enormi, miliardarie ricchezze. Un tempo stella indiscussa dell’economia dell’Europa Orientale, l’Ungheria era piombata con Orbàn in una crisi economica senza fine.
Orbàn riuscì tra l’altro a sbarazzarsi con un colpo di mano di gran parte dei magistrati che gli erano ostili attraverso una legge che abbassò furbescamente la loro età pensionistica da 70 a 62 anni. Stefano Bottoni, storico dell’Università di Firenze che ha scritto su Orbàn articoli e saggi che hanno avuto un notevole successo all’estero (Orbán, un despota in Europa, Salerno Editrice, 2019 e L’Ungheria dagli Asburgo a Viktor Orbán, Scholé, 2024) parlò chiaramente di un sistema di tipo medioevale, “quasi feudale”, che poggiava le basi sull’Ungheria “più rurale e profonda”.
Orbene, lo scorso 13 luglio il Parlamento di Budapest ha votato un emendamento alla Costituzione che prevedeva la fine anticipata del mandato dell’ultimo Presidente della Repubblica, Tamás Sulyok, il quale lo ha controfirmato “pur non condividendolo”. La scadenza naturale del mandato sarebbe stata nel marzo del 2029. E’ ovvio che la rimozione in tal maniera di Sulyok (secondo molti “un burattino” di Orbàn) doveva rappresentare un momento molto delicato nelle fasi iniziali del governo del partito Tisza e del primo ministro Magyar, momento da gestire con fermezza ma nello stesso tempo con buon senso e flessibilità, tali da non intaccare la legittimità costituzionale degli eventi in corso e pertanto la sensibilità dell’intera classe politica, opposizione possibilmente compresa.
Di conseguenza, tramite un apposito video Péter Magyar ha immediatamente chiesto a personalità pubbliche e privati cittadini di offrire un contributo al dibattito proponendo, anche attraverso i social media, dei nomi per il ruolo di Presidente della Repubblica specificando che, secondo lui e il suo partito Tisza, un Presidente che si fosse posto al servizio della nazione senza alcun passato di affiliazione di partito avrebbe rappresentato al meglio l’unità nazionale.
Ebbene, ben presto è giunta una risposta di rilievo, quanto sorprendente, alla richiesta di Magyar, ovvero una lettera firmata da 16 note personalità della vita pubblica e privata ungherese, provenienti dal mondo culturale, scientifico e sportivo, che proponeva la super-campionessa di scacchi Judit Polgar per quella carica. Tra questi 16 firmatari c’erano anche Ernő Rubik, l’architetto inventore del celebre “Cubo di Rubik”, l’astronauta Tibor Kapu e il matematico László Lovász.

Scrivevano così i 16, sottolineando in particolare il grande impegno di Polgar nell’ambito dell’istruzione e delle fondazioni: “La personalità e il percorso di vita di Judit Polgar incarnano perfettamente tutto ciò di cui il nostro Paese ha bisogno ora: la stima di cui gode e l’affetto che si ha per lei in patria e nel mondo intero trascendono le appartenenze politiche, la sua integrità e la sua statura morale sono indiscutibili”.
Péter Magyar e il suo partito hanno ben presto fatto propria tale proposta con convinzione, e quindi domenica 19 luglio Magyar ha annunciato che avrebbe subito invitato Judit Polgar a valutare la propria candidatura per ricoprire la carica di Presidente della Repubblica (ad interim, fino alla stesura della nuova Costituzione, ovvero un periodo di circa uno o due anni). “L’Ungheria” -ha dichiarato Magyar- “ha bisogno di unità, pace e di un presidente di cui ogni cittadino possa andar fiero”. Ed ha aggiunto:
“La carriera di Judit Polgar è sempre stata accompagnata da successi. La proposta che ha ricevuto non è dovuta ad affiliazioni politiche o a raccomandazioni, ma al suo talento eccezionale, alla sua diligenza, alla sua capacità senza pari di lavorare duramente e alla sua integrità. È un’ungherese le cui conquiste suscitano rispetto e riconoscimento in patria e in tutto il mondo. Personalmente, considererei un enorme onore se accettasse questo invito”.
Ovviamente si è subito sviluppato un dibattito e da più parti si è discusso sulle qualità politiche della Polgar, stante la sua inesperienza in questo ambito e nell’ambito generale del diritto. Ma quasi nessuno ha posto dubbi sulla sua estraneità a carriere di partito, quindi sulla indipendenza e sulla personalità e credibilità riconosciute a livello internazionale e pertanto sulla capacità della ex campionessa mondiale di saper rispecchiare davvero l’unità nazionale.
Altri hanno, non senza qualche ragione, puntato le loro critiche sul processo piuttosto anomalo dal quale stava emergendo la candidatura di Polgar. In particolare Amnesty International Ungheria ha disapprovato l’azione “sconsiderata e affrettata” del Primo Ministro, che avrebbe messo la campionessa in una posizione difficile e avrebbe aggirato il confronto e il dibattito parlamentare.

C’è a questo punto da aggiungere che la figura del Presidente è in Ungheria ben lontana da quella di presidenti come Trump o Macron negli USA o in Francia; è invece molto più similare, sulla carta, a quella, prevalentemente rappresentativa ma non solo, che esiste in Italia.
In Italia presidenti di assoluto spessore e spiccata personalità quali Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella (per fermarci al periodo più recente) hanno tuttavia lasciato una loro forte impronta, quella di un faro in ogni momento presente e proiettato sugli altri poteri, un faro custode degli equilibri costituzionali.
Viceversa in Ungheria nella pratica di tutti i giorni si è assistito più che altro, negli scorsi decenni, a una veste più simbolica e cerimoniale del ruolo; in particolare gli ultimi capi di Stato ungheresi, Tamás Sulyok (2024–2026), Katalin Novák (2022–2024), János Áder (2012–2022) e Pàl Schmitt (2010-2012) sono stati in alcuni periodi assai blandi e sbiaditi, evidentemente esposti e sottoposti all’influenza ingombrante del primo ministro Viktor Orbàn. Si pensi che Schmitt nel suo biennio presidenziale non ha mai rimandato alcuna legge alla discussione del Parlamento o al vaglio della Corte Costituzionale, prima che venisse costretto alle dimissioni in conseguenza dello scandalo suscitato da una tesi di laurea da lui interamente copiata. In pratica, come ha scritto qualcuno, i presidenti di Ungheria facevano ‘poco di più di quanto fa il Re d’Inghilterra, cioè … nulla’. Ma andiamo avanti, alla conclusione, a calare più velocemente il sipario.

Sulla sua pagina Facebook così si è espressa con altrettanta rapidità Judit Polgar:
“Considero l’invito a servire come Presidente della Repubblica un onore straordinario e ne sono profondamente grata. Apprezzo molto il gesto del Primo Ministro nel chiedere a un candidato che è indipendente e si trova al di sopra della politica di partito (nonostante il peso parlamentare significativo del suo partito) di assumere la presidenza. Tuttavia, poiché non mi sento di avere la forza per affrontare la storica responsabilità di unire una nazione divisa, non posso accettare l’invito. Sosterrò un nuovo Presidente della Repubblica, indipendente e rispettato, in ogni modo possibile mentre lavorerà per raggiungere questi obiettivi”.
Insomma, Judit Polgar ha di conseguenza scelto di declinare l’invito di Magyar e le speranze di chi, con tanta convinzione, aveva pensato alla sua figura. Un vero peccato.
“Anche se in una forma diversa, continueremo a contare su di lei in futuro”, queste le prime parole di Peter Magyar. In un successivo post su Facebook, Magyar scrive di rispettare la decisione di Polgar di rifiutare la candidatura, aggiungendo di essere dispiaciuto se il proprio “… entusiasmo, nato dalla gioia e dalla fiducia assoluta, ha portato ad errori di comunicazione che hanno contribuito alla situazione e alla decisione“.
A ricoprire ad interim le funzioni presidenziali è ora la presidente del Parlamento, Ágnes Forsthoffer, mentre governo e Parlamento continueranno a cercare il successore stabile di Sulyok.
Fatemi aggiungere un personalissimo pensiero. Anzitutto non so se esistano ragioni più profonde e specifiche che abbiano portato Judit a propendere per questa decisione. Non escludo che ci siano, non sarei affatto meravigliato. Avendo però seguito un poco la sua luminosa carriera, fatta di ostacoli sempre superati come birilli, credo di immaginare che lei avrebbe avuto tutte le possibilità per ben figurare anche come Presidente della Repubblica di Ungheria.
Se poi quelle ragioni nascoste non ci fossero, potrei interpretare la sua decisione come in parte derivante dalla stessa ‘forma mentis’ tipica di ogni (o quasi) giocatore di scacchi, campioni del mondo e non, fin giù ad arrivare a miseri ‘spingipedoni’ come è stato il sottoscritto: difficilmente un giocatore di scacchi fa una certa mossa se non è sufficientemente convinto; un giocatore di scacchi in genere conosce o intuisce (o crede di conoscere o intuire) discretamente bene le possibilità che si sviluppano da una posizione e quindi le probabilità del proprio totale successo sulla scacchiera. Il giocatore di scacchi è anzitutto un calcolatore ed è molto severo con se stesso. Può in pari tempo essere un limite, questo, che si riflette nei comportamenti di tutti i giorni e nelle scelte di vita, talora eccessivamente prudenti, di noi scacchisti.
Ed ecco come si spiega la triste fine che sta facendo in questi anni la politica mondiale, con tutte le tragiche conseguenze che ogni giorno abbiamo di fronte ai nostri occhi: nel mentre una stella come Judit Polgar declina prudenzialmente l’invito, e come lei, in campo internazionale, chissà quante altre persone dalle eccezionali qualità, vediamo dall’altra parte come si affaccino e si succedano spudoratamente sugli scranni della politica (italiana e mondiale) ambiziose persone prive di qualsiasi esperienza/serietà/cultura, a volte pescate per caso nei supermercati o sui social…
… per non parlare, come massimo esempio, di un personaggio quale Donald Trump che, per stessa ammissione della sua mamma, “è completamente negato per la politica” e che si trascinerebbe da tempo in “uno stato mentale compromesso”, come da una spietata valutazione della nipote psicologa Mary L. Trump (che lo definì altresì “un bullo” e “l’uomo più pericoloso del mondo“), Ma così appunto va oggi il mondo (e non sappiamo fino a quando potrà resistere).
Alla grandissima Judit Polgar, in ogni modo, vadano lo stesso i miei migliori auguri.