La Grecia Olimpica e il tramonto dell’Europa
(Riccardo Moneta)
Non so a voi che effetto fanno le Olimpiadi, sia quelle tradizionali sia quelle di scacchi. A chi scrive emozionano. Emozionano quando penso alla loro storia, alla loro origine, agli antichi giochi olimpici che si svolsero dal 776 a.C. al 393 d.C. Si disputavano ogni 4 anni a Olimpia, nel Peloponneso, e i partecipanti, e gli spettatori altresì che accorrevano festanti a migliaia, erano greci e non soltanto greci. In tutto si ebbero 293 edizioni olimpiche consecutive. Riusciremo a battere quel record?
Purtroppo non era consentito partecipare alle donne, ma se pensiamo a ciò che ancor oggi succede alle donne in alcuni paesi a guida islamica, ecco che ci accorgiamo che certe società di passi avanti ne debbono compiere ancora parecchi e che probabilmente negli ultimi 50 si è tornati da qualche parte molto, ma molto e molto pericolosamente per l’intera umanità, indietro.
Nonostante ciò l’arte, la filosofia, la cultura ellenistica in genere, trasformarono profondamente le antiche popolazioni mediterranee, tanto che i greci coniarono il termine “cosmopolita”, ovvero iniziarono a sentirsi, specie dopo le conquiste di Alessandro Magno (356-323 a.C.), cittadini del mondo.
Perché studiare la lingua e la cultura greca? – sento dire da qualcuno ogni tanto. La risposta migliore la trovai tempo fa su di un social. Non so dirvi l’autore o se era uno scritto anonimo, ma mi piace riportarlo integralmente qua:
“A che serve studiare il greco a scuola? A niente. Non ci ordini il caffè ad Atene. Non lo metti sul CV per fare il ‘social media manager’. Serve a un’altra cosa più pericolosa. Serve a capire che dietro una parola c’è un mondo. Che crisi non significa disastro, ma scelta, momento in cui si decide. Che scuola non era un edificio, ma scholé, tempo libero per pensare. Che nostalgia è il dolore del ritorno. Serve a non farti fregare.
Quando sai da dove vengono le parole, capisci quando vengono usate a sproposito. Democrazia, demagogia, etica, logica, politica le usiamo tutti i giorni. Il greco ti dice cosa significano davvero e serve come palestra.
Tradurre dal greco è come smontare un orologio con cento ingranaggi senza perdere un pezzo. Ti allena alla pazienza, al ragionamento, a stare nel dubbio, che è esattamente quello che ci serve oggi, nell’epoca delle risposte pronte in 10 secondi.
Il greco antico serve perché qualcuno, 2500 anni fa, si è già chiesto tutto quello che ci stiamo chiedendo noi: chi siamo, cosa è giusto, cos’è la felicità, perché soffriamo. Ha scritto tragedie, non post motivazionali. Non studiamo il greco perché è morto. Lo studiamo perché noi, senza quelle domande, non saremmo mai nati. Studiare il greco non ti servirà a fare più soldi, ti servirà a capire per cosa vale la pena spenderli”.

Ma torniamo a parlare di Olimpiadi, per tanti secoli dimenticate fino a metà dell’800 quando il mecenate e imprenditore greco Evangelis Zappas tentò di riesumarle. Il suo tentativo non riuscì, ma la cosa riuscì invece qualche decennio più tardi allo storico francese Pierre de Coubertin: 14 furono i Paesi che a Parigi nel 1894 costituirono il CIO (Comitato Internazionale Olimpico). Fu così che nel 1896 si inaugurarono ad Atene le prime Olimpiadi moderne (estive, mentre seguirono nel 1924 le Olimpiadi invernali), alle quali presero parte 285 protagonisti in rappresentanza di 13 nazioni. Roma ospitò le Olimpiadi estive nel 1960, ma perse stolidamente l’occasione di ospitarle di nuovo nel 2024 (una specie di bis di quanto già accaduto nel 1908).
Bisogna sottolineare che alle prime edizioni olimpiche erano ammessi solo concorrenti dilettanti (i cosiddetti “amateurs”) e che le regole erano severissime in ogni senso. Tali regole fecero, tra le tante, due vittime illustri: il marciatore italiano Dorando Petri, il quale nel 1908 perse l’oro della maratona in quanto cadde a pochi metri dal traguardo e venne aiutato a rialzarsi, e il decatleta e pentatleta statunitense Jim Thorpe, cui furono successivamente tolti due ori vinti a Stoccolma nel 1912 in quanto qualche tempo dopo chiese del denaro per giocare a baseball.
L’idea dilettantistica decoubertiniana mirava a far restare lo sport nell’ambito di una genuinità assoluta, in realtà impossibile in quanto così molti atleti (magari militari stipendiati dallo Stato e costantemente in allenamento) venivano avvantaggiati su altri. E di conseguenza col passare delle edizioni, in particolare negli anni ’80 dello scorso secolo, caddero per fortuna tali barriere. Le Olimpiadi oggi sono di tutti.
Quelle che -un po’ impropriamente- chiamiamo Olimpiadi di scacchi in particolare trovano le loro radici nel 1924, in quanto presenti ai giochi olimpici di Parigi. In realtà nacquero ufficialmente soltanto nel 1927 a Londra, perché queste furono le prime a svolgersi sotto l’egida della FIDE. Se volete leggere di più, il nostro Blog può largamente soddisfare le vostre curiosità: non aggiungo link qui (ché poco mi piacciono), ma vi basterà andare in ricerca sulla lentina in alto a destra della nostra ‘home page’ e digitare la parola ‘Olimpiadi’: Adolivio Capece e non solo soddisferanno (quasi) ogni vostra curiosità al riguardo.

Il torneo del 1927 fu vinto dall’Ungheria con 40 punti, davanti alla Danimarca 38.5, terza la squadra dell’Impero Britannico con 36.5. L’Italia si piazzò al 10’ posto con 28.5 (5 incontri vinti, 4 pari, 6 persi). Le squadre partecipanti erano appena 16 e l’Argentina era l’unica nazione non europea rappresentata. La prima edizione femminile si disputò invece ad Emmen (Olanda) nel 1957.
Non possiamo che rallegrarci dell’eccezionale successo che via via trovarono le edizioni delle Olimpiadi scacchistiche, che raggiungono nel 2026 a Samarcanda (Uzbekistan) la quota di 206 squadre iscritte al torneo ‘open’ (erano 193 a Budapest) e 199 a quello femminile (erano 181 a Budapest); nello stesso tempo ci rattristiamo nel prendere atto delle posizioni che via via ha perso la vecchia declinante Europa: sarà definitivo tramonto o soltanto un’eclissi parziale? Sta di fatto che a Budapest nella edizione del 2024, sia nel torneo ‘open’ sia in quello femminile (entrambi vinti dall’India), furono appena due le squadre europee classificatesi fra le prime otto; a Samarcanda 2026 il punteggio Elo mostra che appartengono all’Europa 3 delle prime 8 squadre, ovvero Germania, Olanda e un’Ungheria lontanissima parente di quella del 1927 e che non riesco a vedere affatto in lotta per le prime piazze.
Nell’open sarebbe potuta rientrare fra le prime 8 favorite anche la Francia, ma i transalpini si sono trovati fra le mani un emblematico ‘caso Firouzja’. Vediamolo, appunto perché ‘emblematico’. A maggio di quest’anno la Federazione Scacchistica Francese (FFE) comunicò l’esclusione dalla nazionale del giocatore a causa ‘della sua ripetuta indisponibilità e mancanza di impegno verso le competizioni a squadre’, aggiungendo che Firouzja “non sarà più convocato per il futuro”, a meno che non dimostrerà di voler realmente entrare nel gruppo della nazionale, il che “richiede un forte impegno verso il progetto-squadra”.
Sono ben 5 anni che Firouzja non prende parte a competizioni ufficiali a squadre con la maglia della Francia, che diserta Olimpiadi e campionati europei, in pratica da quando si è trasferito a Parigi. Firouzja, 23 anni, è iraniano, rappresentò l’Iran fino al 2019, giocò sotto la bandiera della FIDE nel 2020 e 2021 e avrebbe dovuto giocare dal 2021 per la sua nuova nazione di approdo. Non l’ha mai fatto. Perché? Facile: Firouzja aveva tempo fa dichiarato che avrebbe partecipato solo ad eventi che presentavano un ricco montepremi e una durata ridotta per non stancarsi troppo.
Alireza Firouzja è indubbiamente un ragazzo intelligente. Eppure non vuol capire (o fa finta di non capire) quanto è stato fin qui fortunato: ad approdare in Francia, ad avere le occasioni di viaggiare per il mondo e guadagnare fior di quattrini, a potersi scegliere tutto ciò che gli aggrada nella vita … E’ stato scritto che nel solo 2024 abbia guadagnato in premi ed eventi circa 600.000 dollari. Assai meno di Sinner o Alcaraz, d’accordo, un’inezia al confronto con i due citati, ma è pur sempre una bella cifra. E l’uomo, si sa, è per solito irrefrenabile nella sua ansia bulimica di guadagno.
Qualcuno dovrebbe suggerire a Firouzja di chiedere ora la cittadinanza statunitense, dal momento che dopo le elezioni di ‘midterm’ potrebbe mettersi in tasca 5.000 dollari (quelli promessi a ogni statunitense dallo strano tipo che oggi comanda in quel Paese) e senza fare nessuna mossa, neppure 1.d4 (‘d’ come dollaro!). Firouzja è di certo uno degli esempi più eclatanti del venir meno di determinati valori che hanno sorretto per tanto tempo lo sport e non solo lo sport. De Coubertin e Dorando Petri si staranno rivoltando nelle loro tombe, comprensibilmente.
Di recente David Llada ha scritto che Alireza Firouzja attualmente, quanto sorprendentemente, vive a Sofia, la capitale bulgara. Ma non sembra che il giocatore abbia rilasciato dichiarazioni su sue eventuali decisioni definitive al riguardo.
Non dimentichiamo, del resto, che Firouzja non è il solo che fa simili scelte: Hikaru Nakamura non gioca per la sua federazione (USA) dalle Olimpiadi del 2018, motivando la rinuncia con vecchie polemiche con la US Chess Federation stessa e con la volontà di lasciare spazio (bah!) a giocatori più giovani; ma credo che la realtà sia sempre quella, e scarsamente condivisibile (almeno dal mio punto di vista): compensi per le prestazioni giudicati insufficienti, tempo perduto intorno a qualcosa in cui non si crede.
Non parteciperà alle Olimpiadi di Samarcanda neppure Magnus Carlsen; stessa decisione è stata presa dai suoi connazionali Aryan Tari e Jon Ludvig Hammer, ed è una decisione che lascia l’equipe norvegese nelle classiche “braghe di tela”. La scelta di Carlsen e soci mi amareggia e mi sorprende un po’, anche se l’ex campione del mondo, che pure partecipò alle edizioni del 2022 e 2024, dovrebbe ormai averci abituato un po’ a tutto, dentro e fuori le 64 caselle, e anche se erano ben noti i suoi attriti con la FIDE accentuatisi negli ultimi anni. Ve lo immaginate uno come Erling Haaland, o come Johannes Klaebo nello sci, rifiutare la convocazione nella nazionale di calcio norvegese? Io no, ma io ormai appartengo a un’altra generazione e ho compreso troppo tardi che si è trattato di una generazione di illusi idealisti.
Abbandono i Firouzja, i Nakamura e i Carlsen al loro destino e alle loro scelte ignobilmente (nel senso letterale di non-nobile) rinunciatarie e passo ad aggiornarvi molto in breve su quanto accaduto in questi primissimi turni a Samarcanda.

Nel torneo Open sono in testa con 6 punti ben 21 squadre (tra queste anche Singapore di Jingyao Tin), tutte le migliori con l’eccezione dell’Inghilterra che è a 5. Cito pertanto solo quelle che hanno al momento i migliori punteggi individuali, ovvero la Romania di Bogdan-Daniel Deac (11,5 su 12), Polonia e Francia (11), e poi Uzbekistan, Cina e Argentina (10,5).
Più che parlare dei singoli più in luce (è presto) posso citare chi ha sorprendentemente accusato qualche passo falso parzialmente inatteso: lo statunitense Awonder Liang, che in quarta scacchiera ha perso sia al secondo sia al terzo turno, e l’indiano Arjun Erigaisi, che ha perso al primo turno col MI thailandese Prin Lahoawirapap e ha pattato ieri col nostro ottimo Luca Moroni. A sconfiggere Liang sono stati il MI mongolo Khuyagtsogt Itgelt e il GM danese Bjorn Moller Ochsner. Quasi incredibile il successo al primo turno del CM maltese Matthew Portelli (2187) col GM ungherese Benjamin Gledura (2620).
L’Italia è partita con due larghe vittorie su Myanmar e Giappone, cui ha fatto seguito una più che onorevole prestazione contro la fortissima squadra dell’India, con il bravissimo Lorenzo Lodici che in prima scacchiera ha fermato sul pari il grande Praggnanandhaa. Oggi ci attenderà la Malesia, ma forse sarà più interessante seguire l’incontro tra l’Uzbekistan di Nodirbek Abdusattorov e la Turchia del giovane campioncino Yagiz Kaan Erdogmus.
Nel torneo femminile sono 20 le squadre a punteggio pieno (p. 6). Le migliori come somma di punti individuali sono gli Stati Uniti e (di nuovo!) la Romania con 11,5, seguite con 11 p. da India, Polonia, Uzbekistan, Vietnam e Israele. Mezzo passo falso di una delle favorite, la Georgia, fermata sul 2-2 al secondo turno dalla Macedonia.
L’Italia (bene l’esordiente Giulia Sala con 2,5/3) è a 4 punti dopo le due vittorie con Ghana e Islanda e la sconfitta di ieri con la forte Bulgaria, e si trova in compagnia di forti squadre come Ucraina e Francia già costrette a inseguire. Le nostre ragazze giocheranno oggi nel quarto turno contro il Cile.
E’ poi sempre un piacere vedere sulla prima scacchiera della formazione svedese l’ex campionessa mondiale Pia Cramling, una vera e propria leggenda degli scacchi: Pia -63 anni- ha partecipato già a 16 Olimpiadi, 12 nel femminile (con 3 medaglie d’oro individuali) e 4 nel torneo Open, questa è la diciassettesima!
E per concludere sento di dover inviare un ideale abbraccio a Julia Lebel-Arias, WIM, nata in Argentina il 10 marzo del 1946 (!) e schierata dal Principato di Monaco. Julia esordì alle Olimpiadi di Haifa nel 1976 in prima scacchiera dopo aver vinto il titolo nazionale argentino nel 1974 e 1975. A Samarcanda ha già vinto le due prime partite: Olimpia e Zeus sono ancora dalla sua parte.
Bellissimo articolo. Complimenti