Gli scacchi di Cavour

(Riccardo M.)
Adriano Chicco, l’infinitamente prezioso storico del nostro gioco, è stato l’autore (con Giorgio Porreca) di uno dei più bei libri mai pubblicati in Italia, “il Dizionario Enciclopedico degli Scacchi”, edito nel 1971 dalla Mursia. Il lento tramontare della carta stampata ci fa pensare che non ci sarà mai una seconda parte ad aggiornarci sull’ultimo trascorso mezzo secolo di storia e sui personaggi degli scacchi. Teniamoci stretto pertanto il ricco ed elegante volume, auspicando, questo sì, una sua (assai improbabile) riedizione, e teniamoci anche da conto tutte le informazioni storiche che il Chicco ci ha tramandato nel tempo in qualità di editorialista della defunta “L’Italia Scacchistica” e di articolista su altri fogli.

Oggi vorrei citare uno stralcio di un suo articolo apparso nel 1942 su “Minerva” e ripubblicato qualche tempo dopo da “L’Italia Scacchistica”.

“Minerva, la rivista delle riviste” era stata fondata da F.Garlanda nel 1891 ed era edita dalla “Unione Tipografico Editrice Torinese” (UTET). Si occupava degli argomenti storico-letterari più diversi, sintetizzando il meglio degli articoli che apparivano su pubblicazioni nazionali ed estere e riportando soprattutto notizie e curiosità. Tra queste curiosità si annovera l’intervento di Adriano Chicco che ci ha fatto conoscere uno dei punti deboli (o forti?) del grande Camillo Benso conte di Cavour (1810-1861), il primo Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia: gli scacchi, appunto. Lo sapevate?insegna-storica-fiorio

Scriveva Adriano Chicco: “… A Torino un altro grande italiano si cimentava nel gioco, non senza accanimento e puntiglioso amor proprio: Camillo Benso conte di Cavour. Nel “Diario” questi ci lasciò interessanti notizie sulla sua attività scacchistica, svoltasi in parte a Torino e in parte a Parigi. A Torino il Cavour era assiduo frequentatore del Caffè Fiorio [1], ove egli ricorda di aver perso in una sola sera circa milleduecento lire, somma per quei tempi ragguardevole. Tuttavia il Fiorio radunava non solo giocatori d’azzardo, ma anche pacifici scacchisti; colà il Cavour alternò partite a whist ed a “goffo” con qualche partita a scacchi, preferibilmente domenicale.

Fra i giochi di calcolo, gli scacchi dovettero essere anzi il suo passatempo preferito, se neppure i calori della fine di luglio 1834 gli impedirono di accettare la sfida di un certo Roussi, dal quale perdette due partite, con grande suo disappunto:

“Com’è debole l’uomo, e quanto è grande la vanità! Oggi nel pomeriggio Roussi m’ha vinto due partite a scacchi. Ebbene! Ne sono rimasto urtato. Ho dovuto lottare per non dimostrare apertamente il mio malumore. Oh, che nullità siamo!”.

Contrariamente ad altre piccole passioni del Cavour, l’interesse per gli scacchi durò anche oltre gli anni della prima giovinezza: già trentaduenne a Parigi egli si interessava ancora a tal punto del gioco, da andare ad assistere ad una partita del celebre Deschapelles con un americano, amico di suoi conoscenti parigini, il Dupont ed il barone Blanc. Alessandro Lebreton Deschapelles (il cui nome è erroneamente scritto nel “Diario” Dechapelle) era allora considerato una celebrità della scacchiera, sebbene la sua non più giovane età (egli aveva ormai, nel 1842, 63 anni) lo avesse privato dell’aureola di imbattibilità, che si era conquistato venti anni addietro nel periodo del suo maggior fulgore.

L’interesse del Cavour per gli scacchi può in un certo senso considerarsi il portato di latente tradizione familiare. Infatti la nonna paterna era una De Sales, della stessa famiglia del Santo ginevrino che, in tempi avversi per il gioco degli scacchi, ne aveva autorevolmente difeso la liceità”. 

Pare che Cavour, in quella od altra occasione parigina, abbia anche amichevolmente incrociato i suoi pezzi con quelli del grande Alexandre Deschapelles.

Dell’interesse di Cavour per il gioco in genere, e per gli scacchi in particolare, fa cenno anche Denis Mack Smith (il biografo inglese del Risorgimento italiano, scomparso l’11 luglio 2017) in “Cavour, il Grande Tessitore dell’Unità d’Italia” (Bompiani 1984).

In un periodo (a 24 anni) piuttosto difficile della sua vita, Cavour (scrive Smith) “…..abbandonato dalla vivacità e dalla verve che lo avevano caratterizzato agli occhi degli altri in passato, e che sarebbero di nuovo state sue in futuro, poteva talvolta esser cupo e accidioso … confessò d’altronde, scorato, che s’era fatta un’idea dell’amicizia che assomigliava molto ad un egoistico desiderio di godere di un senso di superiorità su quei conoscenti ch’erano disposti ad accettare la sua guida … si riconosceva una disposizione melanconica ed ammetteva di aver paura di diventar cinico e glacialmente freddo nei suoi affetti … andava soggetto ad eccessi di malumore, per esempio quando perdeva agli scacchi; mangiava troppo, si ubriacava e giocava d’azzardo impegnando grosse somme. … Fu questo uno dei terribili momenti della sua vita …”

Caffè Fiorio
Il caffè Fiorio, aperto da fine 700 e punto di ritrovo di personaggi della Torino di ogni epoca

Perdere a scacchi, in conclusione, non dovrebbe significare soltanto imparare qualcosa di più su di un’apertura che avete trattato malamente o su un finale che conoscevate poco. Perdere a scacchi, o comunque saperne accettare il risultato, è una lezione di vita, serve a conoscere meglio se stessi. In greco antico si diceva appunto: γνῶθι σεαυτόν, gnōthi seautón, “conosci te stesso”. Debolezze e virtù umane emergono spesso davanti ad una scacchiera e ad un competitore che ci sta di fronte. L’importante è esserne consapevoli e trarne gli opportuni insegnamenti e accorgimenti, e superare i momenti di crisi, come ha dimostrato di saper fare Camillo Benso conte di Cavour, grande statista, uno dei nostri “Padri della Patria”.

Giovanni Spadolini, Presidente del Consiglio negli anni 1981-1982, molto felicemente definì Cavour “l’unico uomo di Stato del suo tempo, per uno Stato che ancora non c’era”.


[1] Su “L’Italia Scacchistica” del 1942 è riportata la denominazione “Florio” anziché “Fiorio”. Dello storico locale torinese ci piacerà parlare più diffusamente in un successivo articolo.

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