[R] Il suicidio di Alvis Vitolinš

R I S T A M P A

(Riccardo M.)
16 febbraio 1997, uno dei maestri più brillanti dell’ultima parte dello scorso secolo aveva deciso di giocare l’ultima disperata mossa della sua vita: Alvis Vitolins.

Vitolins era nato il 15 giugno 1946 in Lettonia, a Sigulda, a poca distanza da Riga. Aveva nove anni quando suo padre lo accompagnò dal suo primo allenatore, Felix Tsirtsenis. Il talento di Vitolins fu presto chiaro e divenne uno dei più forti juniores in URSS. “Era il migliore di noi”, ricorda il GM Yury Razuvaev.

Se però Alvis resterà eternamente nella memoria degli amanti del nostro gioco (a differenza di altri semi sconosciuti personaggi quali Peresipkin o Heinrichsen o Swiderski), lo dobbiamo soprattutto alla fertile penna di Gennadi Sosonko, il GM sovietico emigrato nei Paesi Bassi nel 1972.

Nel suo interessantissimo libro “Russian Silhouettes” (ed.2010 per “New In Chess”) Sosonko disegna la biografia di alcuni personaggi dello scacchismo sovietico, giocatori e/o allenatori: Tal, Botvinnik, Geller, Polugaevsky, Vitolins, Levenfish, Zak, Furman, Koblentz. Sono ritratti vivaci e affascinanti, dei quali purtroppo non c’è traduzione in italiano. Speriamo che un giorno qualcuno colmi la lacuna.

Del genio tormentato di Alvis Vitolins tratteggio qui una sintesi quasi interamente tratta dal testo di Sosonko, che vi invito caldamente a leggere se ne avrete l’opportunità, dal momento che per conoscere bene gli scacchi occorre a mio parere conoscere prima di tutto i giocatori, uomini e donne, di ieri e di oggi, e non solo le partite che costoro ci mostrano e che ci lasciano. Le mosse, infatti, sono come le pennellate di un artista: se non conosci l’artista non puoi completamente comprenderne l’opera.

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Il suo grande connazionale Tal traccia questo ricordo di Vitolins durante la preparazione del match del 1968 con Korchnoi: “Si era a Riga, in estate; in sala vidi entrare un uomo molto alto, dall’aspetto un po’ triste e dall’andatura ciondolante e leggermente protesa in avanti: era Alvis. Me lo ricordavo per averci già giocato a Leningrado diversi anni prima, quando lui era giovanissimo: un finale di alfieri contrari inizialmente pari ma dal quale Alvis seppe tirar fuori una pericolosa iniziativa. Ero gravemente a corto di tempo quando lui mi offrì la patta. Capii che non aveva intenzione di vincere di orologio. Dopo la partita lui iniziò una dimostrazione, tutt’altro che ovvia e banale, di come avrei potuto ugualmente strappare la patta”.

Strano personaggio, Alvis, che venne soprannominato, per la sua statura, “Dlinny” (“l’allampanato”). Molto introverso. Fu campione di Lettonia per ben 10 volte, fra il 1973 e il 1989. Non uno qualunque, quindi. Ma non ebbe occasioni di giocare fuori dall’Unione Sovietica e perfino raramente poté misurarsi fuori dai confini dei Paesi baltici. Solo agli inizi degli anni Novanta partecipò ad alcuni tornei in Germania, ma ormai aveva circa quaranta anni ed il meglio era irrimediabilmente alle sue spalle. Niente titolo di Grande Maestro, pertanto. Un’ingiustizia vera e propria.

Vitolins era il tipico rappresentante della scuola lettone. Il suo gioco riproponeva certe caratteristiche dello stile del connazionale Tal e di quello odierno di altri noti GM lèttoni quali Shirov o Shabalov: i Re sotto minaccia, tutto appeso ad un fragile filo, posizioni che crollano o mutano da una mossa all’altra.

L’iniziativa. Ecco il totem di Alvis: l’iniziativa a qualunque costo, il sacrificio di pedoni per dare ai restanti pezzi la massima energia. L’apertura? Esclusivamente di bianco 1.e4! Perché con 1.e4 si vince. O si ha comunque un vantaggio decisivo.

Vitolins ha dato vari contributi alla teoria di varianti aperte e semiaperte, dalla Siciliana Rauzer all’Alekhine (come ricordato da Bagirov) al Gambetto Cochrane nella Russa. In un articolo su “New In Chess” scrisse che “anche in una variante apparentemente logora e pari possono essere trovate nuove idee, perché gli scacchi non hanno limiti”.

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Alvis era dotato di grande memoria ed era ricchissimo di idee, forse troppo ricco, al punto di perdere spesso di vista l’essenziale. E questa, secondo Sosonko (e non solo lui), era la sua debolezza, unita allo evidente fastidio quando gli capitava di ritrovarsi in posizioni inferiori, dove sarebbe stata utile più pazienza e riflessione di quanta lui poteva caratterialmente disporne.

E così giocatori come Alburt o Razuvaev dicevano che contro Vitolins era fondamentale una tattica classica e rigorosamente attendista, nella consapevolezza che Alvis sarebbe prima o poi andato alla ricerca di qualche combinazione allettante ma non proprio corretta.

Sosonko rammenta come a lui piacesse piazzare gli alfieri quasi sempre in g5 e in b5, specialmente in b5. E “Ab5” a volte la giocava quasi senza curarsi dell’eventuale presenza di un pedone nero in a6!

Diceva Vladimir Tukmakov di aver giocato più di una volta contro Vitolins, ma che non ricordava di aver mai scambiato più di due o tre parole con lui dopo la partita: “aveva un talento fantastico, ma era poco comunicativo e ho subito temuto che le sue doti non avrebbero trovato realizzazione pratica”. Peccato, perché all’inizio aveva suscitato enormi speranze grazie ai suoi successi in varie competizioni giovanili.

Purtroppo Alvis Vitolins, più che combattere contro avversari, ha dovuto fin da ragazzo (ne parlava pure il suo maestro Tsirtsenis) combattere contro se stesso, contro i sintomi di squilibri schizofrenici che lo disturbarono e perseguitarono per tutta la vita.

Prendeva spesso dei farmaci. Ma a loro volta i farmaci influenzavano negativamente la lucidità di pensiero e la rapidità di reazione.

Era capace di analizzare per tutta una notte e tutto il giorno successivo una posizione su una scacchierina magnetica, poi magari di dormire per due giorni di seguito.

Alvis era alto e di grossa corporatura, con lunghi basettoni che nei suoi anni giovanili lo facevano rassomigliare ad un suo quasi omonimo: Elvis, ovvero Elvis Presley. Ma poteva anche assomigliare ad un qualsiasi capitano delle grandi navi da carico inglesi dell’Ottocento.

Continua Sosonko: “Era grande quanto ingenuo e gentile ….infantile e indifeso. Non è mai stato sposato e ha vissuto quasi sempre con i genitori. Non aveva molti amici, e in particolare non aveva amici al di fuori dell’ambiente scacchistico”.

Il migliore amico di Alvis è stato un altro strano personaggio, il talentuoso Karen Ashotovich Grigorian, grande speranza di Armenia degli anni settanta e che nel 1989 morì suicida a Yerevan all’età di 42 anni. Grigorian aveva simili disturbi psichici e simili attitudini al gioco, in particolare al gioco blitz, nel quale entrambi erano quasi imbattibili.

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Vitolins ha vissuto esclusivamente per gli scacchi e negli scacchi, ma per lui gli scacchi divenivano con gli anni sempre più un ghetto. Viveva in pratica dentro il suo circolo, dove giocava blitz fino a tarda ora e dove spesso gli capitava di fermarsi a dormire per la notte.

Un triste giorno fu licenziato dalla Federazione, per la quale lavorava come allenatore. Nel 1996 perse entrambi i genitori e pochi mesi dopo, alla vigilia di Capodanno, venne a mancare anche il suo psichiatra, un certo Eglitis (anch’egli giocatore di scacchi). Era troppo, per il suo fragile equilibrio.

Qualche anno fa, nel suo bel blog Xadrez Memòria”, il portoghese Arlindo Rodrigues Vieira descriveva, con aliti di delicata fantasia, gli ultimi momenti di vita di Alvis Vitolins, rendendogli, così lontano dalla sua patria, il miglior omaggio possibile. Ed è davvero curioso che questo omaggio sia giunto da un Paese, il Portogallo, che è forse tra i meno attivi sulla scacchiera nella intera Europa. Riprendo il felice spunto dell’autore, sintetizzando, e qui adattando assai liberamente, le commoventi immagini e parole di Arlindo.

E’ poco più dell’alba del 16 di febbraio del 1997. Un’alba rigida e grigia. Alvis prende il suo cappotto, sporco e piuttosto vecchio, persino bucato. Poi toglie dalla scacchiera il suo amato alfiere bianco e se lo mette in tasca. Esce e s’incammina lentamente verso il ponte ferroviario sul fiume Guaja, nella sua Sigulda, uno dei luoghi più belli di Lettonia, immersa fra castelli medioevali e boschi. In lontananza il sibilo di un treno che annuncia il suo imminente passaggio. Fa molto freddo questa mattina a Sigulda. Siamo arrivati. Lui si ferma un attimo e respira profondamente l’aria gelida. Poi decide di muovere, con la stessa determinazione con cui un tempo decideva di porre l’alfiere in b5: “the jump”, il salto nel vuoto! Un rumore improvviso nel silenzio, il ghiaccio del fiume Guaja che si frantuma e si apre, accogliendo nelle sue acque profonde il corpo caldo di Alvis. Lo ritrovano diverse ore dopo: nella sua longilinea mano sinistra, livida e congelata, stringe ancora quell’alfiere che si era rifiutato di lasciare: aveva firmato con lui un patto per l’eternità.

E’ vero: disgraziatamente la dea Caissa non ama tutti gli scacchisti allo stesso modo.

 

6 thoughts on “[R] Il suicidio di Alvis Vitolinš

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    1. Matteo, grazie. Noi seguitiamo a cercare di fare del nostro meglio, tu seguita a leggerci e speriamo che cresca sempre di più il già considerevole numero dei nostri lettori. A risentirci, ciao.

    1. Ciao, Sergejs! Hai forse conservato qualcuna di quelle partite?
      Se sì, scrivimi.
      Grazie e a risentirci.

  1. Grazie Riccardo, leggo con piacere i tuoi articoli memore dei nostri incontri giovanili in quel di Arco. Un abbraccio Fabio Casagrande

    1. Grazie a te, Fabio.
      Anch’io ti ricordo con piacere. Sei stato una delle persone più corrette e garbate che mai mi sia capitato d’incontrare davanti a una scacchiera.
      Un caro saluto.

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