Man Ray, 1976-2026, 50 anni dalla scomparsa
Man Ray gioca con gli scacchi da lui ideati con Marcel Duchamp (da chesslongo.com)
(Adolivio Capece)
Ufficialmente c’è tempo fino a metà luglio, ma è meglio non aspettare (per non rischiare di perderla) per visitare la mostra “Man Ray: M for dictionary” presso la Galleria Fondazione Gio Marconi di Milano (via Tadino 15 – zona Porta Venezia/viale Tunisia), un’ampia retrospettiva dedicata a Man Ray, che, come si legge nella presentazione, “pone il pensiero linguistico dell’artista come principio guida e ne esplora i diversi mezzi espressivi”.
La mostra, proposta in occasione del cinquantesimo anniversario della scomparsa dell’artista, è realizzata in collaborazione con il curatore e storico dell’arte Yuval Etgar e Deborah D’Ippolito.
Diciamo subito che di Man Ray scacchista ci sono solo due ‘pezzi’: uno nel celebre ciclo di disegni ‘Alphabet for Adults’, l’altro nella sala dove si può ammirare una delle più ampie e ambiziose esposizioni degli oggetti di Man Ray mai realizzate in una mostra, riunendo quarantuno tra i suoi lavori più celebri.
La mostra ‘Man Ray: M for Dictionary – Come un dizionario’, sviluppa la fascinazione dell’artista per le relazioni inesplorate tra parole, oggetti e immagini. Ogni disegno dell’alfabeto presenta una lettera accompagnata dall’immagine di una parola che inizia con quella stessa lettera.
Vero e proprio scrittore visivo, “Man Ray dà forma, nei suoi disegni così come nelle fotografie, negli oggetti e nei dipinti, a un autentico esperimento linguistico: ironico e critico, ma anche intimo e profondamente provocatorio”.
I quarantuno disegni originali che sarebbero poi confluiti in ‘Alphabet for Adults’ (pubblicato in seguito da Studio Marconi) sono qui presentati per la prima volta nella loro interezza, rivelando quanto il linguaggio fosse al centro del suo processo inventivo. Nell’introduzione al volume, Man Ray scriveva: «Creare un nuovo alfabeto a partire dagli oggetti scartati di una conversazione può condurre soltanto a nuove scoperte nel linguaggio. La concentrazione è il fine desiderato, come in un anagramma la cui densità è misura del suo destino».
Per gli scacchi la lettera scelta è la ‘e’, la parola è ‘exact’ e si vedono alcuni pezzi disegnati su una porzione di scacchiera.

Ma perché gli scacchi? Forse perché i primi esperimenti di Man Ray in questo ambito furono ispirati dalla sua nuova amicizia con Marcel Duchamp, che incontrò nel 1915.
Non va dimenticato che un anno decisivo nella prima fase della vita di Man Ray era stato il 1913, quando si trasferì in una colonia di artisti a Ridgefield, nel NewJersey, dove fu circondato da altri artisti, tra cui Marcel Duchamp, con il quale iniziò un’amicizia destinata a durare tutta la vita e una collaborazione intensa.
Ispirato dall’amico, inventore del ready-made, Man Ray utilizzò oggetti trovati nella sua arte già a partire dal 1919.
E allora, perché gli scacchi? Il disegno mostra solo un pezzo di scacchiera (5 caselle x4) con alcuni pezzi. Ma essenziale è la sigaretta sul posacenere, con il fumo della stessa che sale ‘esattamente’ al centro delle caselle della scacchiera: e quindi … ‘exact’ !
Il secondo ‘oggetto’ scacchistico lo troviamo nella sala in cui sono raccolti quarantuno tra i suoi lavori più celebri, che, ripetiamo, è una delle più ampie esposizioni degli oggetti di Man Ray mai realizzate in una mostra.
Si tratta della scacchiera, tascabile o se preferite da viaggio, con pezzi in legno, magnetici, firmata (Man Ray, Tunis 1072) e dedicata a “Luciano, my favorite Queen”, con la dedica scritta all’interno di quello che possiamo ritenere il ‘coperchio’ della scacchierina.
Su questo Luciano non abbiamo maggiori informazioni.
La scacchiera una volta chiusa ha come dimensioni cm. 19×13.7×3.3.

Viene da chiedersi come mai sia la Galleria Fondazione Gio Marconi ad aver organizzato l’esposizione, che in realtà segue ad un’altra a Genova e una a Palazzo Reale ancora a Milano, nelle quali comunque l’aspetto scacchistico è stato del tutto trascurato.
Per capire, va detto che Man Ray fu tra i numerosi artisti che, alla fine degli anni Sessanta, arrivarono a Milano e poterono esporre proprio presso la galleria Studio Marconi, inaugurata nel 1965 da Giorgio Marconi.
La fiducia che ripose nella visione del giovane gallerista si rivelò fondamentale per lo sviluppo di un programma in continua evoluzione, aperto ad artisti italiani e internazionali.
Finché Man Ray fu in vita, lo Studio Marconi ospitò un’unica mostra a lui dedicata, nel 1969, “Je n’ai jamais peint un tableau récent”.
Dopo la sua scomparsa, Giorgio Marconi rimase in stretto contatto con la vedova Juliet, continuando a farle regolarmente visita a Parigi.
Man Ray, nato Emmanuel Radnitzky (Filadelfia, 27 agosto 1890 – Parigi, 18 novembre 1976), era figlio di genitori ebrei russi emigrati negli Stati Uniti alla fine degli anni Ottanta dell’Ottocento.
All’età di sette anni con la famiglia si trasferì a New York, stabilendosi a Brooklyn, dove Emmanuel crebbe ed ebbe un’educazione improntata alla fede ebraica.
Fin da giovanissimo Emmanuel Radnitzky adottò il nome Man Ray, “in un gesto di trasformazione identitaria che lasciava sopravvivere frammenti del nome originario in quello nuovo. Questo logogrifo può essere considerato il primo di una lunga serie di giochi linguistici che avrebbero caratterizzato la sua pratica artistica”.
Nel 1912 si iscrisse al Ferrer Center, istituzione di ispirazione anarchica, dando avvio a un periodo di intenso e rapido sviluppo creativo.
Nel 1921 Man Ray si trasferì a Parigi, centro dell’avanguardia europea, dove Duchamp lo presentò ad André Breton, Louis Aragon, Paul Éluard e a sua moglie Gala. Ray rimase a Parigi per gran parte della sua vita.
Immerso nella vivace comunità artistica di Montparnasse, divenne il fotografo ritrattista prediletto dei surrealisti e dell’élite letteraria, catturando immagini memorabili di figure come Pablo Picasso, Gertrude Stein, Ernest Hemingway, Jean Cocteau, Salvador Dalí, Peggy Guggenheim ed Erik Satie.
Le donne costituiscono un motivo ricorrente in tutta l’opera di Man Ray.
Le sue più celebri amanti degli anni parigini–l’artista e modella Alice Prin, meglio conosciuta come Kiki de Montparnasse, e la fotografa e fotoreporter americana Lee Miller– compaiono in molte delle sue fotografie e sono diventate icone femminili dell’epoca tra le due guerre e, nel caso di Miller, artiste riconosciute ed emancipate.

Man Ray immortalò entrambe in numerose opere: la sua forse fotografia più celebre, Le Violon d’Ingres (1924), mostra la schiena nuda di Kiki de Montparnasse, sulla quale due effe dipinte trasformano il corpo in un violino; mentre Observatory Time: The Lovers (1936), uno dei dipinti più emblematici del Surrealismo, con spunto scacchistico, cattura per sempre le labbra fluttuanti di Lee Miller.

Ma veniamo finalmente a Man Ray e agli scacchi.
Per prima cosa dobbiamo ricordare che la sua amicizia con Marcel Duchamp ebbe il culmine quando René Clair realizzò “Entr’acte“, film muto del 1924, uno dei primi della cinematografia mondiale.
La scena più famosa è quella che ritrae il celebre Marcel Duchamp mentre gioca sulla terrazza/tetto di una casa di Parigi insieme appunto a Man Ray.
Poi quando ancora Duchamp nel 1944-45 organizzò a New York la mostra “The imagery of chess” insieme a Max Ernst e appunto a Man Ray, per la Galleria Julien Levy (gallerista mecenate e accanito scacchista) con l’idea di ‘ridisegnare’ la scacchiera e i pezzi e creare opere che esplorassero le immagini e i simboli degli scacchi.


Da citare infine i pezzi progettati da Man Ray negli Stati Uniti nel 1947, realizzati in alluminio.
Chi desidera maggiori notizie può visitare il sito http://www.chesslongo.com, dove tra le tante interessanti cose c’è una foto di Man Ray e Duchamp mentre giocano una partita (mostrata in apertura di questo articolo).
Concludo riportando quanto scritto da Arturo Schwarz su ‘Art Dossier’ (n.139, novembre 1998), inserto monografico su Man Ray.
In ‘La mossa del cavallo’ (1946) Man Ray dipinse su una vera scacchiera le linee che ricordano gli spostamenti irregolari di questa figura degli scacchi sulla scacchiera.
In ‘Senza titolo’ (1940) lo sfondo è costituito ancora da una scacchiera, sulla quale Man Ray dipinse le lunghe ombre proiettate da figure degli scacchi.
In ‘Finale di partita’ (1946) altro dipinto sul tema degli scacchi, i coni, le piramidi e le sfere, che in ‘Senza titolo’ sostituivano i pezzi degli scacchi, sono diventati qui i giocatori: due manichini seduti alla scacchiera per prendere parte ad un confronto all’ultimo sangue.
La scacchiera fu sempre un soggetto prediletto di Man Ray. Essa compare in alcuni tra i primi collage e oggetti (per esempio in ‘Libellula’, 1916-17, e in ‘Boardwalk’, 1917,) e da allora figurò spesso nei suoi dipinti, oggetti, fotografie e film.
Negli anni trascorsi in California, Man Ray raccomandò spesso agli studenti di dipingere una scacchiera: “Vi aiuta a capire la struttura di un quadro, a conseguire la padronanza di un senso dell’ordine. Quando gli antichi maestri componevano un dipinto, erano soliti comporre la superficie in quadrati regolari. Potete usare i mezzi più convenzionali per esprimere le idee più rivoluzionarie.”
A parte queste considerazioni strutturali, Man Ray fu attratto certamente anche dal significato simbolico della scacchiera.
La scacchiera simboleggia il terreno su cui si svolge la battaglia della vita, i suoi conflitti fondamentali: ragione e ordine contro istinto e caso.
Le sessantaquattro caselle della scacchiera (sessantaquattro è un numero che esprime l’unità cosmica), in cui nero (notte) e bianco (giorno) si alternano regolarmente, rievocano la sequenza temporale della vita umana e, al tempo stesso, le forze conflittuali che la governano.