Cinquant’anni e non li dimostra (1)
(Riccardo Moneta)
Avete mai visto una corsa di Formula Uno di 50 anni fa? Oppure il torneo di tennis di Wimbledon di 50 anni fa? Oppure una gara di sci di 50 anni fa? Ecco, l’appassionato di automobilismo o di tennis o di sci che confrontasse lo spettacolo di oggi con lo spettacolo di 50 anni fa potrebbe anche ammettere che si stia parlando di sport piuttosto modificatisi nel tempo.
La tecnologia, e non solo quella, è infatti intervenuta a cambiare in maniera evidente lo spettacolo offerto, e ciò in alcuni sport più di altri; pertanto le prestazioni agonistiche dei campioni di 50 anni fa e quelle dei campioni di oggi non possono essere assolutamente paragonate e a volte sembra che sia lo stesso gesto tecnico a presentarsi oggi con caratteristiche visibilmente diverse.
La bellezza degli scacchi? Eccoci al punto: gli scacchi superano ogni altro sport perché restano eterni e immutabili nella loro espressione tecnica, sportiva e artistica, per quanto la stessa sia oggi confezionata all’interno di ‘pacchetti’ organizzativi alquanto dissimili da quelli di un tempo. Può, è vero, essere talvolta riconoscibile una partita del 2023 da una del 1973 grazie al diverso trattamento delle aperture, ma se vi mostriamo vari centro-partita e combinazioni, vedrete e ammetterete che il fascino del nostro gioco è immutato, ammirerete l’eterna giovinezza e freschezza del gioco degli scacchi, nel 1973 esattamente come nel 2023. I programmi e l’Intelligenza Artificiale, insomma, ancora sono lontani dall’uccidere completamente la bellezza del gioco, almeno a partire da un certo livello in poi. Forse è opportuno non sottoporre le partite, sempre e comunque, all’analisi dei programmi, a cominciare da queste che seguono. Lasciate che a farlo siano i Grandi Maestri e basta! Quel che conta per l’appassionato è invece divertirsi ad ammirare il gioco senza porsi sempre alla ricerca spasmodica della perfezione e dell’inesattezza compiuta dal giocatore soccombente.
Qui vi presento oggi quattro brevi spezzoni di partite del 1973, scelte fra quelle non celeberrime e che non siano finite in tutte le antologie dell’epoca. Si parte con:
Vlastimil Hort – Hans-Ulrich Gruenberg
(Lipsia, ottobre 1973)
Il Nero, già in forte zeitnot ed in inferiorità palese, al 23° tratto ha avanzato il suo pedone da g7 in g6, mentre relativamente migliore poteva essere la spinta 23… e4. Forse il tratto che qui gioca Hort sarebbe stato giocato da qualunque mediocre maestro, tanto è invitante e visibile.
Si va avanti, restando a Lipsia, con:
Zoltan Ribli – Artur Hennings
(Lipsia, ottobre 1973)
Il Nero ha appena giocato 22… Ad6? Quel tratto non risolve di certo nessuno dei suoi problemi, ad iniziare dal principale, costituito dalla minacciosa presenza dell’Alfiere bianco in ‘d3’. Cosa farà adesso il giovane e già bravo Zoltan (che tra l’altro era rimasto col suo Re pericolosamente al centro della scacchiera) per mettere fuori combattimento l’esperto tedesco? Muoverà quella Torre in settima? Catturerà l’alfiere in g2? Beh, nulla di tutto questo … proprio nulla …, perché qui si gioca e si vince con la brillante
Terzo esempio:
Karoly Honfi – Istvan Csom
(Budapest, campionato ungherese 1973)
Da un ungherese ad un altro, anzi ad altri due … Il Bianco, già piuttosto in difficoltà, ha appena messo il piede in fallo muovendo il Re da g1 ad h2, senza accorgersi del temporale in arrivo da quelle parti. Ora il G.M. Csom deve aprire la colonna “h” per sfondare sul lato di Re, pertanto gioca la decisiva …
Restiamo nel campionato ungherese del 1973 e vediamo un altro tipico sfondamento da parte del conduttore dei Neri sul lato di Re.
Gyula Sax – Ivan Farago
(Budapest, campionato ungherese 1973)
Sax, classe 1951 e futuro oro olimpico a Buenos Aires nel 1978, ha qui subìto una dura lezione dal suo temibilissimo concittadino Ivan Farago (Budapest 1.4.1946 – 12.12.2022, lo avete conosciuto, sì?), che fu uno dei più grandi esperti mondiali della Difesa Francese (e anche questa partita è stata una Francese!).

Una riflessione in coda e sempre a proposito di Ungheria. Ovviamente a essere oggi diverse non possono troppo essere le partite (dal momento che regole, menti e regolamenti sono ai nostri giorni più o meno uguali a 50 anni fa); diversi sono però i nomi dei giocatori e diverse sono le aree geografiche che hanno visto spostarsi il baricentro della potenza scacchistica mondiale. E qui ci accorgiamo, anche dalle partite che vi ho presentato, dell’ascesa e poi del declino scacchistico di una nazione, l’Ungheria, che nello scorso secolo ebbe un’infinità di campioni e che in questi giorni non ha più nemmeno il suo ex numero uno, Richard Rapport, che si è trasferito sotto la bandiera della Romania.
Così, al momento in cui sto preparando questo articolo, l’unico giocatore ungherese presente nella classifica Elo dei primi 100 al mondo è il non più giovanissimo Peter Leko. Nel 5° Festival internazionale Roma Città Aperta, concluso l’altro ieri, c’erano giocatori provenienti da ogni parte del mondo, da Cuba alla Nuova Zelanda al Kuwait, ma non c’era (se ricordo bene) nessuno proveniente dall’Ungheria. Friedrich Nietzsche scriveva che ogni grande crescita porta di fatto con sè i semi di un grande deperimento: i sintomi della decadenza appartengono alle epoche che fanno enormi passi in avanti.
Mi piace perciò concludere questo articolo ricordando (e li elenco in ordine alfabetico) alcuni nomi di campioni ungheresi del ‘900 (o prima): Andras Adorjan, Gedeon Barcza, Pal Benko, Gyula Breyer, Rudolf Charousek, Istvan Csom, Arpad Elo, Tibor Florian, Isidor Gunsberg, Andor Lilienthal, Johann Lowenthal, Geza Maroczy, Joszef Pinter, Lajos Portisch, Zoltan Ribli, Gyula Sax, Lajos Steiner, Laszlo Szabo, Max Weiss e lo stesso Ivan Farago. Per finire (ma avrei dovuto indicarle prima di tutti gli altri) con le tre sorelle Polgar: Sofia, Susanna e Judith, la quale ultima è stata forse la più forte scacchista donna di tutti i tempi.
P.S.: l’immagine sotto il titolo è di Emiliano Ponzi, “Illustration”.