La Reggina de noantri
(Riccardo Moneta)
“La Reggina de noantri” è la nostra regina, ovvero la regina di noi romani, che di regine non ne abbiamo, per la verità, mai avute. Chiedo perdono alle nostre falangi di lettori di tutto il mondo se questo post, a cominciare dal titolo, non potrà essere facilmente tradotto in nessuna lingua.
Non potrà a causa del linguaggio popolare romanesco (attenzione: si dice romanesco e non romano!) che vi troverete e che in larga parte è ripreso dalla simpaticissima opera di Fernando Ravaro (Newton Compton editori, 1994) “Dizionario romanesco – da abbacchià a zurugnone …”.
Sfortunatamente non sembra che gli abitanti dell’antica Roma si dilettassero con gli scacchi. Anziché con i 32 pezzi degli scacchi, i romani s’arrangiavano con appena tre pezzi, ovvero con “er gioco de li tre pezzi”, che consisteva nell’indovinare il totale delle monete che l’insieme dei partecipanti al gioco stringeva nella mano destra chiusa a pugno e stesa in avanti, tenendo conto che ogni partecipante poteva disporre di tre monete al massimo.
Visto? Per divertirsi occorre(va) poco, non serviva nemmeno una scacchiera. Del resto, a proposito di pezzi, i romani erano e sono notoriamente meno attivi dei milanesi o dei trevigiani: spesso capitava (capita) loro de “cascà a pezzi”, cioè di sentirsi allo stremo delle forze pur avendo lavorato “a pezzi e bocconi”, cioè poco alla volta e interrompendosi di continuo.
E poi sembra che i romani amassero molto, a proposito di economizzare i pezzi, i “pezzetti der friggitore”, che consistevano in “una frittura mista a base di broccoli, zucca gialla, fiori di zucca, cavoli, patate e altre verdure di stagione tagliate in piccoli pezzi, immersi nella “pastella” e fritti in olio bollente”: peccato che oggi i friggitori siano scomparsi, altrimenti avremmo potuto assaggiare questo piatto “sempre caldo e croccante” ad ogni ora del giorno!
E quando i romani perdevano un pezzo, mica abbandonavano la partita, mica stavano lì a “piagne sur latte verzato” (cioè a rammaricarsi come oggi fanno i grandi maestri), ma tiravano fuori un altro pezzo dalla loro “pezzòla”, che era quel fazzoletto, o pezzuola, dove, soprattutto i ragazzi, tenevano avvolte le monetine di cui erano in possesso.
Eh, già, io è “d’an pezzo che lo so”: anziché stare a scaccheggià, i concittadini di Giuseppe Gioachino Belli e di Trilussa avevano occupazioni simili ma più tranquille, finanche inutili e noiose. Ad esempio passavano il tempo a vede’ le mosche scacarellà, detto delle “mosche che lasciano i loro escrementi sotto forma di piccoli puntini neri su oggetti non sottoposti a frequente pulizia”, oppure a scaccolasse, “poco riguardosa operazione consistente nel togliere con le unghie le caccole dalle narici e dalle orecchie”.
Difficilmente i romani vedevano uno scaccomatto, tutt’al più talvolta capitava loro di vedere uno scacchettone, che era un “coscritto, soldato di leva, ancora goffo e impacciato nella divisa militare”: ecco quindi che si diceva “me pare de vedé ‘no scacchettone” riferendosi ad una persona che oggi definiremmo come “imbranata”.
Sulla scacchiera della Storia i romani non vantavano solo due Re, come gli scacchisti, ma addirittura sette, da Romolo a Tarquinio il Superbo! E nessuno di loro ha mai subito uno scaccomatto. Non lo subivano anche perché non era nel carattere e nelle abitudini dei romani “andare al sodo”, dal momento che preferivano tergiversare, senza concludere, preferivano cioè “fa’ li giri de Peppe attorno a la reale”.
In realtà questa espressione veniva usata, tra la proclamazione di Roma a capitale d’Italia fino all’inizio della seconda guerra mondiale, per descrivere “il servizio di guardia d’onore ai palazzi del Quirinale, sede ufficiale del Re, effettuato da un reparto delle Forze Armate scelto a rotazione tra le truppe di stanza a Roma. La cerimonia del cambio della guardia, che si svolgeva ogni giorno alle 17,00, avveniva con un cerimoniale particolarmente solenne … il tutto era condensato nell’appellativo ‘la reale’. Durante il percorso di andata, che per i romani, e in particolare per i bambini, costituiva una specie di festeggiamento giornaliero, molti si accodavano al corteo saltando e correndogli intorno, sì che alla fine, giunti al Quirinale, avevano compiuto un percorso diverse volte superiore a quello dei militari, sprecando fiato ed energie in uno sforzo senza alcun risultato utile. Da ciò la locuzione che ha, appunto, il significato di tergiversare, di girare a lungo intorno ad un argomento senza giungere al nocciolo, all’essenza del discorso, o di perdersi in dettagli inutili, in particolari superflui, prima di arrivare alla conclusione”.

E la Regina del titolo? Lei, figura mitica, fortunata e irraggiungibile, appariva raramente, forse solo in occasione dell’espressione “famme indovinà che te fo Reggina”, usata per “dichiarare di non essere in grado di prevedere gli sviluppi di una situazione, di non conoscere il futuro”. Mica tutte le donne diventavano Regine, no? E del resto si diceva anche “mica tutte le palle ariescheno tonne!” (‘non tutte le palle riescono tonde’).
Donna, quindi. Forse non tutti sanno che il vocabolo latino “domina” venne via via trasformandosi nel parlare popolare in “domna” e da qui in “donna”. “Pijà ‘na donna” non significava promuovere a Donna o catturare la Donna in “d8” o altrove, ma significava soltanto “assumere una donna di servizio per le faccende domestiche”. E bisognava pregare di non sbagliarsi e di non assumere “’na dondrona”, cioè una “donna svogliata, scansafatiche e disordinata”. Eh, già, tocca che anche oggi donne e uomini stiano ben attenti perché, come recita quel proverbio, “ce so’ le donne bbone e le bbone donne”.
Re … Regine … Donne … qui nessuno “s’annisconne drento a ‘na conchija” (si nasconde dentro a una conchiglia), e allora “ce tocca puro parlà di quei poracci de li pedoni”. Una volta, però, eravamo quasi tutti pedoni, visto che il Cavallo era pressoché l’unico mezzo di trasporto. O meglio, si diceva pure “annà a cavallo de li carzoni”, cioè andare a piedi. Di furbate ce n’erano però anche una volta e poteva accadere, come diceva il poeta Mario Dell’Arco, che “entri a pedagna e t’aritrovi in sella” (‘entri a piedi e ti ritrovi in sella’). Non c’è via di mezzo, insomma: o sei a pedagna o stai in sella. O forse una via di mezzo c’è, ed è la patta.
0,5 a 0,5, così si scrive oggi il risultato di parità di una partita a scacchi. I romani dicevano “paro e patta”. La parola “patta” deriva proprio dal latino “pacta” (accordo): “pacta servanda sunt”. “Eccheve du’ lustrini e famo patta”. I ‘lustrini’ erano delle piccole monete d’argento. Comunque meglio del cheating …
Chi non si accontenta della patta, punta al punto pieno, magari con lo scaccomatto. Anch’io ho un “gusto matto” per il matto, tanto matto da “diventacce matto”, ovvero da essere tanto “preso da quel desiderio da non pensare ad altro, come chi è affetto da una forma di mania”. Ma guarda la miseria! La mania per gli scacchi me la sono andata a “capa’ dar mazzo” (scegliere nel mucchio)? Bah, io continuo da una vita a “famme un mazzo così” (libera traduzione …) ma il matto non arriva mai.
Tanto valeva che mi fossi dedicato a fare il “serciarolo”: oggi sarebbe stato utile visto il disprezzo che certi innominabili sindaci hanno avuto per lo splendido e storico “sampietrino”. I serciaroli erano quei lavoratori specializzati nel far penetrare i “serci” (sampietrini), attraverso uno strumento chiamato “mazzabbécco”, “nel letto di sabbia che costituisce il sottofondo di una strada e poi spianare il selciato”. Oggi basterebbe verniciare in bianco e nero una pavimentazione a sampietrini per ricavarne gratis tante scacchiere e organizzare tornei sul Lungotevere ….
Un motivo noto negli scacchi è quello che dà luogo al cosiddetto “Matto del barbiere”. Nell’antica Roma il matto del barbiere era quello che mangiava la mela! Quale -direte voi- mela? Raccontiamola tutta, che è breve. Si chiamava “Barbiere della meluccia” “per l’usanza di far tenere in bocca ai clienti una piccola mela, allo scopo di tendere le guance per poterle meglio radere. L’ultimo cliente della giornata aveva poi il diritto di mangiare la mela. Si trattava di un’attività all’aperto, con un’attrezzatura rudimentale (una sedia, un asciugamano ed un catino d’acqua), per la maggior parte svolta in Piazza Montanara e per una clientela formata da ‘burini’ che venivano in città in cerca di lavoro”.
Si dice che Piazza Montanara fosse tra le piazze più belle della città, luogo d’incontro in occasione di un rinomatissimo mercato settimanale; oggi è purtroppo sparita a seguito della sistemazione urbanistica di una vasta zona compresa tra il Campidoglio e il Tevere.

Se provi a cerca’ troppi matti e non ci riesci, è facile che poi ti trovi a “passà in svantaggio”, cioè “a restà co ‘na scarpa e ‘na ciavatta”. E non servirebbe a nulla (G.Belli) “passà p’er vicolo der vantaggio”, che in realtà voleva dire “fare il proprio interesse, pensare solo al proprio tornaconto, anche a scapito altrui”. Anche ‘Vicolo del Vantaggio’, nel rione Ponte, è oggi scomparso, mentre resta esistente, tra Via del Corso e la Passeggiata di Ripetta, una ‘Via del Vantaggio’, che prende il nome da un fabbricato di proprietà della famiglia Avvantaggio.
Vabbeh, adesso “mettemose ‘na mano su la coscenza” (1) e riflettiamo che in vantaggio noi non siamo mai stati, tranne una volta quando andammo per la prima volta “a vedé la mossa”, la prima mossa, che consisteva nel “movimento dei fianchi che le cantanti dei Caffè-concerto, ai tempi della Belle Epoque, solevano fare per attrarre consensi ed applausi”. Peccato che un certo giorno apparve un cartello davanti ai locali in cui si tenevano questi spettacoli, cartello che recitava così: “Per ordine prefettizio, è vietata la mossa”. Proprio vero quel proverbio: “un ber gioco dura poco”!
E dura poco perché mi ha detto Pavolino dello Rione de Colonna che il tempo a mia disposizione è già scaduto. Lo Zeitnot non ha pietà. Pavolino detta i tempi perché lui è uno che “porta la sveja ar collo”, sì, lui è come quei “popoli primitivi che in cambio di una vecchia sveglia erano soliti offrire ori e oggetti preziosi”.
Pertanto anche stavolta abbandono (0-1), ovvero ‘mollo’ Re e Reggine. Vincerò la prossima volta, ne sono sicuro, e accadrà “quanno Pasqua viè de maggio” (‘quando Pasqua viene di maggio’). E mo’ la mossa “tocca a vojantri, dateje sotto”.
(1) Coscenza: dal latino “coscentia” (consapevolezza), senza la “i”.
(2) Nell’immagine sotto il titolo: “Friggitori alla festa dei Liberalia il 17 di marzo”