Chess tweet: Stockfish mi ribalta una posizione dopo quasi trent’anni
(Antonio Monteleone)
Ti capita di riguardare alcune vecchie partite, inserirle in ChessBase e vedere cosa ne pensa il tuo nuovo Stockfish 15.1 delle mosse giocate. E la tua attenzione viene attratta da una in particolare, della quale ti sembra quasi di ricordare anche le emozioni provate alla scacchiera, con un’apertura giocata un poco superficialmente, lo scoramento quando ti dici “guarda te se ho perso dopo neanche una decina di mosse”, il senso quasi di sollievo quando continui a parlare tra te e te dicendoti: “però, ancora sono vivo e forse me la cavo”, e la consapevolezza, mossa dopo mossa, che non solo hai raggiunto la parità, ma anzi forse… e alla fine, dopo una lotta estenuante, ti ritrovi in posizione vinta.
Una partita che a lungo ritenevi persa e che ogni tanto riprendevi in mano, cercando di capire se il piano che avevi pensato in emergenza, e che sembrava darti almeno un piccolo controgioco, fosse quello giusto. Piano non giocato perché l’avversario, mirando al bersaglio grosso, aveva scelto un’altra continuazione ancora, dove era lui che sacrificava materiale al posto di prenderlo, cercando un attacco decisivo al tuo Re.
Parliamo di una partita giocata a un torneo della UISP nel 1996 a Montecatini, che prendo come spunto per un’ulteriore riflessione su quanto siano diventati forti i nostri cari motori scacchistici, oramai divenuti la nostra croce e delizia.
Insomma, quella sensazione di avere partita persa dopo una manciata di mosse, mi ha sempre accompagnato in questi anni quando ogni tanto la partita mi riveniva in mente, con la posizione ripresa in mano e poi, con l’avvento dei motori scacchistici, data in pasto a un fiammante, ma oggi vecchio e obsoleto, Fritz 9 che dava sempre un vantaggio netto, quasi sconfinante al decisivo, al Nero.
Finché giungiamo ai tempi nostri e questa partita la voglio vedere con uno degli ultimi ritrovati sui motori scacchistici: il citato Stockfish 15.1
Mamma mia, tu pensi di aver sbagliato qualcosa in apertura e invece hai una posizione nettamente superiore senza essertene reso conto!
E sicuramente programmi come Stockfish, che nel frattempo è arrivato alla versione 16.1, sono sempre più forti perché programmati per una comprensione più ampia della posizione. E infatti, da quello che ho sentito nei vari commenti di amici scacchisti più ferrati in materia, i programmi come Stockfish tendono a tenere in alta considerazione il guadagno di spazio, il vantaggio di sviluppo e l’iniziativa, anche a scapito di cospicui investimenti di materiale, con dei giudizi che, però, andrebbero sempre verificati nel concreto, visto che anche loro hanno, pochissimi, buchi neri sui quali hanno difficoltà a raccapezzarsi.
Di sicuro, questa partita ha messo in risalto quante siano le risorse nascoste in una posizione e che anche in posizioni all’apparenza senza speranza, ci siano sempre degli appigli per complicare, anche perché spesso le nostre valutazioni, a volte superficiali, sono sempre rivedibili.
Ma soprattutto che l’iniziativa e la pressione sulla posizione avversaria spesso ben valgono l’investimento di materiale e questo ci è stato insegnato dai grandi giocatori anche “nei nostri tempi”, solo che a volte lo dimentichiamo. E la cosa più difficile è capire quando spingersi in questi territori irti d’insidie, cosa che puoi fare con confidenza solo se hai una comprensione di livello superiore della posizione o se hai preparato l’apertura con analisi casalinghe. Altrimenti ci si ritrova sempre a dire: “Avevo una bella iniziativa però…”; “Ho sacrificato e sembrava tutto buono ma…” e vai con i rimpianti e con i se e i ma.
Ed è inutile dire che programmi come Stockfish possono essere utili a farci migliorare, solo che loro ti fanno solo vedere mosse e sequenze con dei giudizi sintetici, senza farti capire i piani e i principi da seguire.
Sono un poco come il nostro amico Marcello, forte Maestro Fide romano che, quando giocava lampo in allegria o ti faceva vedere le sue mosse brillanti e riteneva che queste fossero facili da vedere (per lui naturalmente), diceva: “… Nun spiego!”.