Mastichiadis masticò amaro (ma anche Portisch …)
(Riccardo Moneta)
Dovrebbe essere nota a tutti gli sportivi di tutto il mondo l’origine delle Olimpiadi e di questo nome. Ma rinfreschiamoci la deludente memoria (parlo della mia, eh?), andandoci a leggere quanto scritto sulla Enciclopedia Treccani:
“Il pedagogista e sociologo francese P. de Coubertin è universalmente riconosciuto principale fautore della ripresa dei giochi olimpici anche se altri prima di lui, in particolare il fiorentino M. Palmieri, il tedesco G. Muths e l’inglese T. Arnold, avevano tentato di far rivivere i fasti e lo spirito dei più importanti giochi sacri dell’antichità, celebrati a Olimpia in onore di Zeus.
Grazie anche al rinnovato interesse per i giochi dell’antichità suscitato dalla scoperta, nel corso dell’Ottocento, delle rovine dell’antica città di Olimpia, Coubertin riuscì a riproporre il progetto e, nel 1894, al termine di un congresso internazionale alla Sorbona di Parigi, si stabilì che i primi giochi olimpici dell’era moderna si sarebbero svolti ad Atene nel 1896. Si istituì il CIO per curarne l’organizzazione; venne scelto il motto in latino citius, altius, fortius “più veloce, più alto, più forte” e stabilito un programma, la Carta olimpica, che opportunamente aggiornato è ancora oggi in vigore”.
La Grecia, pertanto. Ma Zeus e la dea Fortuna, ovverosia la Tyche, non sono stati spesso dalla parte dei progenitori greci, almeno negli scacchi. Basti guardare cosa accadde nella edizione del 1950 (Dubrovnik), quando nell’incontro Grecia – Stati Uniti il campione americano Reshevsky si salvò, col Bianco, per un vero miracolo.
O meglio, Reshevsky si salvò soltanto per il fatto che il suo avversario, il greco Fotis Mastichiadis (1903-1997), si era ritenuto certamente già soddisfatto dall’avere ottenuto una buona posizione contro il forte grande maestro “a stelle e strisce” e quindi aveva accettato la patta proposta da Reshevsky in … in posizione assolutamente vinta per il giocatore ellenico! Eccola, la posizione incriminata:
Samuel Reshevsky – Fotis Mastichiadis
Olimpiadi di Dubrovnik, 04.09.1950
Dopo il tratto 24.Cf3-d2?? (un terribile errore in posizione equilibrata) l’americano offrì scaltramente la patta, che il greco accettò. A fine partita Mastichiadis disse che aveva pensato al sacrificio 24… Cxe3, ma che lo aveva scartato per la replica 25.Te1! Se però avesse approfondito un po’ di più, e un po’ meglio, si sarebbe potuto accorgere che 24… Cxf2! avrebbe demolito la posizione del Bianco. Infatti dopo 25. Rxf2 Dxe3+ 26.Rf1 Dxd3 il Nero ha due pedoni in più, mentre se Reshevsky avesse tentato una mossa come 25.Axg6 sarebbe stato travolto da 25…Dxe3 (ma è sufficiente anche 25… fxg6) 26.Axf7+ Rh8 (26… Rxf7? 27.Tf1) 27.Rh2 Cf6! e il Bianco soccombeva in pochi tratti.
Se quello di Reshevsky fu un errore inconcepibile per un giocatore del suo livello, quello di Mastichiadis lo si può definire come un errore imperdonabile, perfino per un giocatore del suo livello!
Masticò davvero amaro il povero Fotis Mastichiadis, che in quella Olimpiade fu veramente disastroso accumulando 10 sconfitte ed appena 3 patte e che, nonostante ciò, ebbe la forza di ripresentarsi alle Olimpiadi di Helsinki 1952 (+1 =5 -5) e di Mosca 1956 (+1 =1 -5). Un totale di 20 sconfitte contro sole 2 vittorie, ma Fotis era uno scacchista dilettante, nella vita faceva il fumettista, il designer, l’illustratore per giornali e riviste e (dulcis in fundo) si specializzò nell’incisione calcografica di banconote per la Banca di Grecia. In pratica era un’artista.
Passiamo a giocatori di ben altro spessore tecnico e ad altre ‘amarezze’.
Il motto olimpico latino è, come detto sopra, “citius, altius, fortius” (“più veloce, più alto, più forte”). Non lo fu sufficientemente a Siegen nel 1970, in un’altra Olimpiade, il Grande Maestro ungherese Lajos Portisch, autore di una partita quasi capolavoro fino alla ventisettesima mossa contro un altro americano piuttosto noto, un certo Robert James Fischer.

Anche Portisch dovette ‘masticare’ piuttosto amaro, non avendo qui saputo approfittare di una superiorità ormai meritevolmente netta:
Lajos Portisch – Robert J. Fischer
Olimpiadi di Siegen (Finale A), 24.09.1970
Nella posizione del diagramma, pressato probabilmente dallo Zeitnot, Portisch mancò il colpo del KO, che sarebbe arrivato con 28.De4 Dg5 29.Rh1 h3 (se 29… Cd3 30.De3!) 30.g3 Cd3 31.e7 e vince.
Kasparov scrisse poi che era vincente anche 28.Dxc4.
Portisch scelse invece 28.Df3? Cxe6 29.Dxf6 gxf6 30.axb5 axb5 31.Txb5+ Rc7 32.Ce3 Tf8 e dopo altre 7 mosse i due concordarono la patta.
Per Portisch era un’occasione unica, quella di battere il campione americano, occasione che infatti non si sarebbe a lui mai più ripresentata. Il suo score finale contro Bobby Fischer restò piuttosto negativo (+0 =5 -4) e quest’ultimo dimostrò di non apprezzare troppo il gioco dell’ungherese, ad esempio allorché scrisse che “le varianti a doppio taglio non sono gradite a Portisch“.
Insomma, diciamo pure che la dea Tyche è (quasi) sempre dalla parte dei più forti.