Scacchi borghesi e proletari
Hotel Metropol, Mosca 1944
(Claudio Mori)
“In verità se i russi debbono invidiare qualcosa agli occidentali non è certamente per avere fatto di un generale d’armata una ‘vergine’ o una donna!”. Ecco cosa affermava nel 1842 Carl Ferdinand Jaenisch (1813 – 1872) sul periodico francese di scacchi Le Palamède. Questo amabile matematico russo, tra i primi dieci giocatori al mondo, che avrebbe voluto giocare nel Torneo di Londra del 1851 se il treno non fosse arrivato in ritardo, invidiava l’assoluta superiorità dei giocatori occidentali, come l’amico Howard Staunton. Ma sottolineava anche la visione militare del gioco, perfettamente aderente a quella di La Bourdonnais, fondatore del Palamède, la cui testata si ispirava proprio al valoroso guerriero della mitologia greca, promosso dalla leggenda a inventore del gioco degli scacchi.
Lo spirito e la retorica guerrieri, ereditati dalla borghesia dopo la Rivoluzione, si riflettono anche negli scacchi. “Un giocatore è un Vauban o un Napoleone sul campo di battaglia delle sessantaquattro caselle […] che richiedono la stessa vivacità, colpo d’occhio, e profondità di meditazione che si esige da un uomo di guerra […] Abbiamo goduto di una lunga pace, abbiamo bisogno di simulacri di guerra […]” scriveva nel 1836 La Bourdonnais nell’introduzione alla nuova rivista.
L’armata scacchistica francese dominerà ancora, per poco, la scena europea. Il suo patriottismo subirà un irreparabile colpo dopo il primo torneo internazionale della storia a Londra, nel maggio 1851, vinto dal tedesco Adolf Anderssen, seguito dalla batosta nel 1870 per mano dei prussiani e dalla bandiera rossa della Comune inzuppata nel sangue a causa della repressione di Mac-Mahon.
Anche gli scacchisti finiscono per rappresentare il desiderio di potenza di una nazione o la sua debolezza, o il suo declino. Come accadde in Russia agli inizi del secolo successivo. Dal gioco dei re a quello della borghesia e, per finire, al gioco del proletariato è un percorso di guerra, seminato di trincee e di assalti all’arma bianca, di medaglie al petto e di scoppi di fucile, di tradimenti.
Ci vuole un’ampia rotazione del mappamondo per osservare la vastità dell’impero zarista, e poi dell’Unione Sovietica con le sue otto repubbliche.

Vite clandestine, vite da esiliati, spesso. Si giocava a scacchi parlando di rivoluzione a Capri, nella casa di Maksim Gorkij, tra Vladimir Lenin e i suoi seguaci. O a Ginevra, nel 1913, dove incontrarono il futuro capo della Rivoluzione d’Ottobre e dell’Unione delle Repubbliche Sovietiche anche il diciannovenne vegetariano dalle guance rosse e ben rasate Alexandr Ilyin-Genevsky e quell’altro più anziano, 28 anni, vestito sempre da militare, tarchiato, che durante le riunioni cercava di ovviare alla sua bassa statura stando sempre in piedi, Nikolaj Krylenko.

(Bekhteevo, 14 maggio 1885-Kommunarka shooting ground, 29 luglio 1938)
Di lui un diplomatico britannico ricorderà: “Un epilettico degenerato, il tipo più repellente mai incontrato nei miei affari con i bolscevichi”. Un buon giocatore, in ogni caso, di forza pari a quella di Lenin, secondo le cronache. Ma fu Ilyin-Genevsky a immaginare gli scacchi rivoluzionari, strumento di crescita culturale dei militari, dei quadri di partito, delle masse. Audacia, forza di volontà, abilità strategica, utili tanto in battaglia quanto nelle fabbriche e nei campi (Ilyin-Genevsky, Notes of a Soviet master, Caissa Editions, 1986, dall’edizione russa del 1929).

Personaggi che entrano ed escono in drammi sempre nuovi, operai cenciosi, contadini senza carne nelle braccia, poveracci in fila a elemosinare davanti ai negozi, denti cariati, banditi, ebrei perseguitati. Attraversano la rivoluzione come un cuore impazzito, quello russo, un mondo ondeggiante come un mare in tempesta, flutti che si abbattono su tutto ciò che esisteva prima e che ora è scomparso. Rivoluzioni e controrivoluzioni, guerra civile, terrore, naufragi e salvataggi, epurazioni feroci e cieche.
Un popolo di giocatori di scacchi si muoveva e partecipava della corruzione generale, della violenza, della brutalità della guerra. I mezzi pubblici non funzionavano, l’elettricità veniva a mancare ogni giorno, di cibo nemmeno il profumo, e una dozzina di scacchisti si riunivano a Mosca in un seminterrato, il Circolo, al 23 di Prechistensky Boulevard, poco distante dalla Piazza Rossa.
Due di loro, avvolti nei cappotti e con le galosce, battevano gli stivali a terra perché i piedi non gelassero. Anche l’ultimo mozzicone di candela si era consumato e il tavolo su cui poggiava la scacchiera veniva spostato sempre più vicino alla finestra, dove la luce tramontava. Finché anche quell’ultimo raggio si era inabissato e fatto notte. Restavano in una scatola pochi fiammiferi che uno teneva accesi perché l’altro facesse la mossa. Ilyin-Genevsky e Nikolai Grigoriev a quel punto si erano stretti la mano accettando una patta, al buio (Andrew Soltis, Soviet Chess 1917 – 1971, McFarland & Company, 2014). Sembra di rivedere quella stanza sotterranea descritta nel primo atto del dramma di Maxim Gork’ij L’Albergo dei poveri: “Le volte massicce sono scrostate e affumicate. La luce viene dall’alto, per una finestra quadrata che trovasi nella parte superiore della parete destra…”

(San Pietroburgo, 28 novembre 1894 – Novaja Ladoga, 3 settembre 1941)
Lo scacchista Vasilij Panov ricordò che nei difficili anni 1918 – 1919 sua madre aveva portato a casa carne di cane. Costava un terzo rispetto a quella di cavallo. E la famiglia lo mangiò “con grande piacere”, perché sapeva di giorni felici, quasi una festa nuziale come se ne facevano a Odessa in quel racconto di Isaak Babel’, Il Re: “Gli appartamenti erano stati trasformati in cucine. Attraverso le porte affumicate balenava una pingue fiamma, una fiamma ebbra e paffuta. Ai suoi raggi fumosi si cuocevano volti senili, traballanti menti di comari, sudici petti. Un sudore roseo come il sangue, roseo come la bava di un cane idrofobo, fluiva su quei mucchi di carne umana ridondante d’un dolciastro sentore. Tre cuoche, per non contare le sguattere, preparavano la cena nuziale, e su di loro regnava l’ottuagenaria Rejzl, tradizionale come un rotolo della Torah, minuta e gobba”. La speranza in un futuro migliore ribolliva come quelle pentole in festa, aveva lo stesso trasporto e la stessa ebbrezza del primo amore.
Giocare a scacchi con i crampi allo stomaco non poteva essere compensato solo dalla passione, dall’entusiasmo giovanile. Ci vogliono ben altre motivazioni, la convinzione che un mondo diverso è davvero possibile. Tornei prolificavano come le achillee e le celidonie dopo il disgelo. Mille studentesse della Lega giovanile comunista con le primavere nell’anima, che della vita non sapevano ancora cosa c’era da sapere, si erano sfidate a Mosca. La più brava era stata una quindicenne dalle guance scarlatte come papaveri, Olga Rubsova, cinque lustri dopo quarta campionessa mondiale (1956 – 1958). Ma qual è l’anima di una rivoluzione?

(Mosca, 20 agosto 1909 – Mosca, 13 dicembre 1994)
Di ICCF – ICCF, CC BY-SA 3.0 (link)
Si giocava a scacchi ovunque, nei viottoli del Giardino d’Estate e sui parapetti dell’argine del canale della Fontanka che taglia San Pietroburgo, finestra sull’ovest, sogno nata dai sogni di un despota, Pietro il Grande. E Capablanca perdeva una partita in una simultanea alla Philarmonic Hall contro un giovane leggermente miope di 14 anni, accompagnato dalla madre, Mikhail Botvinik.
Capablanca andò in bestia. Si giocava ovunque, giù giù nelle terre transcaucasiche, dove le regole del vecchio gioco persiano, lo shatrani, erano ancora presenti, lascito dell’invasione mongola del 1240. Si giocava in Georgia, dove la dote della sposa includeva anche un set di scacchi. E a Simbirsk, dove nacque Lenin, nella steppa, e dove nella ragnatela del mappamondo galleggiavano motivi orientali come vapore.
Fu così che nel 1920, a Mosca, si realizzò il progetto di Ilyin-Genevsky degli scacchi dei Soviet. Bastò un ordine per mettere insieme una squadra sgangherata, ma pur sempre eroica, per il Primo campionato dei Soviet, parte integrante delle Olimpiadi di tutti gli sport russi. I partecipanti furono coscritti, semplicemente, stanati dalle loro case o dai posti di lavoro con un dispaccio del 17 agosto trasmesso agli uffici regionali in ogni angolo dell’immenso paese:
“Il primo ottobre si terrà a Mosca un torneo di scacchi. Ordino un’ampia pubblicità di questo torneo nella regione. Vitto e alloggio a Mosca sono garantiti da Vsevobuch. Entro e non oltre il 15 settembre la Direzione principale di Vsevobuch (l’organizzazione che supervisionava l’addestramento militare, ndr) a Mosca deve essere informata di coloro che desiderano partecipare con nome, luogo di lavoro, designazione del lavoro, grado di insostituibilità, data di nascita, record di tornei giocati e posizioni occupate, necessità di alloggio a Mosca. I selezionati per il torneo saranno informati per telegrafo. Il vicedirettore Vsevobuch, Zaks (Ilyin-Genevsky, ndr)”.
Dei trenta selezionati ne acciuffarono 16. Gli altri si erano dati uccel di bosco, in villaggi rurali, in province lontane. E i migliori giocatori dell’epoca zarista, come Aron Nimzovich, Ossip Bernstein, Akiba Rubinstein, Semyon Alapin, erano all’estero già prima dello scoppio della Grande Guerra.
Come albergo furono i lettini rigidi nelle gelide baracche della caserma del Vsevobuch. Il vitto, la sera, era zuppa di testa di aringhe e coda di aringhe fritte. “Dove sia finito il corpo delle aringhe non siamo mai riusciti a capirlo”, scrisse Grigory Levenfish (G. Levenfish, Selected games and memoirs, Mosca, Fizkul’tura i sport, 1967). Roba da ammutinamento, come puntualmente accadde al termine del quarto turno.
Dichiarazione dei partecipanti alle Olimpiadi di scacchi di tutta la Russia al comitato organizzatore:
In considerazione del significativo deterioramento dell’approvvigionamento, riteniamo indispensabile dichiarare che, nelle circostanze attuali, non siamo in grado di continuare il torneo e siamo obbligati a interromperlo a partire da domenica 17 ottobre, in caso di mancato soddisfacimento delle seguenti richieste:
- Il versamento di un anticipo di 15.000 rubli per giocatore.
- Il rilascio immediato del formaggio rimanente ai giocatori.
- un aumento della razione di pane o una compensazione in altra forma.
- Il rilascio immediato di sigarette.
Dove trovarlo il formaggio, se in tutta Mosca non ce n’era nemmeno un boccone per i topi? Nemmeno le spese di viaggio erano state rimborsate. E i premi per i vincitori? Sostituiti con oggetti confiscati ai nemici di classe emigrati all’estero. Tuttavia con qualche poco credibile assicurazione, qualche sigaretta, si arrivò alla fine del torneo, e Alekhine portò a casa un ingombrante vaso invece del set cinese in avorio promesso e sperato (Michael A. Hudson, Storming fortresses: A political history of chess in the Soviet Union,1917 – 1948, settembre 2013).
La lotta epica tra scacchi borghesi e scacchi proletari aveva bisogno di una tregua armata. I nemici, cioè gli scacchi borghesi e anche chi a San Pietroburgo si batteva per la costituzione di una federazione indipendente e apolitica, come Samuil Vainshtein, non erano poi così importanti se potevano risultare vantaggiosi per i proletari. Lo scisma poteva ricomporsi, purché ben governato. “Gli scacchi ai lavoratori!”. La nuova star del nuovo corso era Nikolaj Krylenko.

Faceva un bel freddo ma non scoraggiava la folla di curiosi pigiata fuori della Seconda Casa dei Soviet, come era stato ribattezzato il maestoso Hotel Metropol. Era novembre. Dentro le tre stanze della Sala delle Fontane, invece, c’era un caldo insopportabile, con un migliaio di persone dove avrebbero potuto starcene forse duecento. Una sauna maleodorante di sudore, di occhi febbrili alle scacchiere verticali dove si rappresentava il dramma dello scontro tra scacchi borghesi e proletari. Non era stato facile vincere le diffidenze dei grandi maestri europei sull’accoglienza e sulle condizioni del regime sovietico. Alla dogana, una valigia dell’austriaco Ernst Grunfeld era risultata piena di cibo in scatola. Si era giustificato dicendo che le voci di carestia dilagante in Russia gli avevano messo paura di morire di fame.
Quattro settimane in mezzo a quel marasma del Metropol, dal 10 novembre all’8 dicembre 1925, celebrarono il primo torneo internazionale sovietico aperto a 11 formidabili maestri europei su 21 partecipanti e consacrarono la sensazionale vittoria di un russo, Bogoljubov, prima che fuggisse in Germania e diventasse un rinnegato, un nessuno tolto dall’inchiostro delle pagine della storia sovietica degli scacchi. Come Fëdor Bohatyrchuck, al termine della Seconda guerra mondiale, e come Viktor Korchnoi, dopo la fuga nel 1976.
È una storia tutta politica quella degli scacchi. Del tentativo di emergere dalla disperazione, come l’aria che promette la salvezza a chi sta annegando.
È per questo che si fanno le rivoluzioni.
Telegramma a Stalin, nella sua dacia, agosto 1936.
“Caro amatissimo maestro e dirigente, è con un sentimento di grandissima responsabilità che ho partecipato al torneo di scacchi di Nottingham per difendere l’onore degli scacchi sovietici nella più grande competizione di questi ultimi anni. Il mio ardente desiderio di difendere l’onore degli scacchi sovietici rende il mio gioco più forte, più intelligente, più energico. Sono infinitamente felice di annunciare allo stesso tempo la vittoria di un rappresentante sovietico in un torneo in cui figurava l’ex campione del mondo Capablanca (in realtà un ex aequo, ndr). Ciò è stato possibile solo grazie al sostegno di tutto il mio paese e, soprattutto, grazie a voi nostro grande dirigente che non cessate di prendervi cura di portare il nostro paese a onorificenze impareggiabili, d’incoraggiare i rappresentanti di una gioventù sovietica sana e gioiosa, presente in ogni settore della costruzione socialista. Ispirato dal vostro grande slogan ‘superate e andate oltre’, sono felice di averlo realizzato anche se solo in un campo molto ristretto, quello che il nostro paese mi aveva assegnato per combattere”.
Firmato M. Botvinik, quel ragazzino miope che a 14 anni aveva battuto Capablanca a San Pietroburgo, che adorava i wurstel con insalata di patate, di buon carattere anche se un po’ cafone quando scherzava, e che forse non immaginava ancora di diventare campione del mondo, nel 1948 (Hans Kmoch, Yefim Dimitrievich Bogolyubov 1889-1952, in Grandmasters I Have Known, ed. Burt Hochberg, ChessCafe, 2004). Il testo di quel telegramma era stato scritto da un solerte redattore della rivista di scacchi 64, su ordine di Krylenko, e poi pubblicato sulla Pravda.

Claudio Mori, giornalista