Hastings 1934/35, una partita memorabile e un aneddoto avvolto nel mistero
Hastings 1935-35 - Da "Illustrated London News" del 5 gennaio 1935
(Tristano Gargiulo)
Tra tutti i tornei che hanno fatto la storia degli scacchi, quello di Hastings non è stato solo uno dei più importanti almeno fino all’era Fischer compresa, ma dalla fine dell’Ottocento è rimasto il più tradizionale, quasi un Wimbledon delle 64 caselle.
Il circolo di scacchi denominato Hastings and St. Leonards Chess Club fu fondato nel 1882. Nel 1895 la cittadina costiera dell’East Sussex ospitò quello che fu forse il primo supertorneo della storia. Fu un evento monumentale per durata e per partecipanti: 22 giocatori, che includevano i più forti del mondo, si affrontarono in 21 turni decretando la vittoria di Harry Nelson Pillsbury con 16 punti e mezzo, davanti a Mikhail Chigorin, Emanuel Lasker, Siegbert Tarrasch, Wilhelm Steinitz. Ma bisognerà aspettare 25 anni perché fosse finalmente istituito quel tradizionale Hastings International Chess Congress che si svolgerà regolarmente, ogni fine e inizio d’anno, dal 1920/21 ai giorni nostri ‒ con la sola interruzione del periodo della Seconda Guerra Mondiale. Negli anni 70 e 80 il torneo di Hastings accompagnò l’ascesa della nuova generazione di giovani e promettenti GM inglesi (R. Keene, J.D. Nunn, M. Stean, A. Miles, N. Short, J. Mestel, J. Speelman, M. Chandler, J. Plaskett, M. Hebden, S. Conquest, M. Adams). Tutti i campioni del mondo hanno partecipato ad almeno una delle edizioni di questo torneo fino a Karpov, tranne Fischer. Poi l’appuntamento di fine anno a Hastings ha cominciato a rivestire sempre minore importanza e il feeling si è interrotto.
Chi lo vinse più volte fu Svetozar Gligoric con cinque successi.
L’edizione del 1934/35 è ricordata come una tra le più appassionanti, per vari eventi che vi occorsero. Innanzitutto, la conclusione al cardiopalmo. Al nono e ultimo turno si presentarono, con possibilità di vittoria, in tre: Sir George Thomas con 6,5 punti, Max Euwe con 6 e Salo Flohr con 5,5. Essendo opposto al meno titolato Reginald Michell, Thomas appariva il favorito. Ma probabilmente lo spirito sportivo e di combattente di Thomas non gli permise di addivenire ad una patta senza rischi col suo connazionale (ed amico), tentò di forzare e finì in un finale di torri perduto. Flohr vinse senza difficoltà con Philip Stuart Milner-Barry; Euwe, che fu l’ultimo a terminare, dopo una partita tutta condotta all’attacco, si accontentò ‒ qualcuno suppose per un fairplay che oggi sarebbe impensabile ‒ di una patta (da lui stesso offerta) con l’ultimo in classifica, George Norman. E i tre conclusero il torneo in testa a pari merito con 6 punti e mezzo.
Un altro elemento avvincente fu lo straordinario torneo di Thomas: dopo una facile vittoria al primo turno, si era trovato di fronte prima Capablanca, poi Botvinnik, e li aveva battuti entrambi. La sconfitta con Euwe e la patta con Flohr avevano costituito una battuta d’arresto, ma la sua corsa era trionfalmente ripresa con altre tre vittorie consecutive, fino ‒ come già sappiamo ‒ alla beffa dell’ultimo turno.

Infine, l’episodio unico e irripetibile, che è, per così dire, l’emblema di questo torneo. Se per Sir George Thomas quello di Hastings 1934/35 fu il torneo della vita, per Andor Lilienthal la partita che al quinto turno, il primo gennaio del 1935, disputò al White Rock Pavilion contro José Raúl Capablanca, fu la partita della vita. Quello che l’ha resa eccezionale è un insieme di fattori. Capablanca era, fra i campioni dell’epoca, quello considerato il più difficile da battere, avendo perso pochissime partite di torneo nella sua carriera. Lilienthal lo sconfisse in sole 26 mosse. Ma soprattutto lo fece grazie a un sacrificio di quelli che ogni scacchista, dal maestro all’amatore, sogna di compiere almeno una volta nella vita: il sacrificio posizionale (nel senso che da esso non scaturisce un seguito forzato vincente) della sua Donna. Lilienthal è riuscito a coniugare un’estrema efficacia a una sublime brillantezza giocando contro uno dei più grandi campioni di tutti i tempi.
Ecco la partita:
Può essere interessante chiedersi se Capablanca non si fosse proprio accorto della possibilità del sacrificio o ne avesse sottovalutato le conseguenze. Sono dell’opinione che, se avesse preso in considerazione un sacrificio che lo porterà all’abbandono in sole sei mosse, un giocatore come lui non avrebbe potuto non vederne la pericolosità. Con ogni probabilità il senso del pericolo di Capablanca non era all’erta e la mossa 19.Qxe4 è stata affrettata e superficiale.
L’ipotesi sembrerebbe confortata da un magnifico aneddoto che impreziosisce questa memorabile partita. Sfortunatamente, benché esso sia vivo nella mia mente da anni, non so più da dove l’ho desunto né ho trovato, per quanto abbia cercato, una sola fonte o testimonianza che me ne avalli il ricordo. Non è mia abitudine riportare notizie non documentate. Ma questo è un caso a parte. Per me è una storia bellissima e confido ancora che si possa dimostrare vera. Continuo a non ritenere plausibile che io abbia potuto costruire un falso ricordo autobiografico che dovrebbe provenire proprio dallo stesso Capablanca. L’ultima speranza è che un lettore di Uno Scacchista scopra di conoscere già quanto sto per raccontare. Se così fosse, l’origine indipendente di due attestazioni concordi costituirebbe un indizio filologico di veridicità.

Ecco quello che Capablanca avrebbe dichiarato, o confidato, a qualcuno:
«In attesa che Lilienthal facesse la sua mossa, rimasi seduto alla scacchiera e analizzai di nuovo la posizione. Quando mi accorsi che il Bianco, lasciando in presa la Donna, avrebbe ottenuto un vantaggio decisivo, mi misi ad osservare il volto del mio avversario. Per un bel po’ rimase concentratissimo e teso, finché ad un certo punto i suoi occhi furono come attraversati da un lampo e sulla sua bocca si distese un sorriso quasi impercettibile. Capii allora che avevo perso».
Un esempio perfetto delle mille sfaccettature e implicazioni psicologiche che fanno di una partita a scacchi una battaglia di idee e di personalità.
Alla fine della partita Capablanca si comportò con l’eleganza e la cortesia che ci si attendeva da lui. Nelle parole di Lilienthal: «sorrise e si congratulò con me stringendomi la mano».
Su quella famosa partita esiste almeno un altro significativo, questa volta ben noto, aneddoto. Nel 1992 Bobby Fischer stava giocando con Spassky a Sveti Stefan quella specie di rivincita (ma nessuno scacchista che ha vissuto la finale del 1972 credo abbia mai considerato i due match neanche lontanamente sullo stesso piano), quando riconobbe tra il pubblico Andor Lilienthal. Gli andò incontro e lo salutò con queste parole: «Pawn e5 takes f6». L’uomo che più di ogni altro aveva dedicato tutto sé stesso agli scacchi e aveva detto «Chess is life» sapeva bene come, per l’ottantenne campione, quella mossa da sola simboleggiasse felicemente la sua vita e la sua identità. Fu anche un cavalleresco omaggio che diede inizio ad un’amicizia.
La speranza si è subito realizzata. Un lettore, Fabrizio Ivaldi, che ringrazio, ha segnalato che la notizia si trova nel Libro completo degli scacchi di A. Chicco e G. Porreca, uno dei primi libri di scacchi che ho letto da ragazzo. Come spesso accade, le cose meglio nascoste sono sotto i nostri occhi.