La strada stretta (di Mario Monticelli)
(Riccardo Moneta)
Il veneziano Mario Monticelli (1902-1995) è stato uno dei più forti giocatori italiani, se non il più forte, fra gli anni Venti e Quaranta dello scorso secolo. Partecipò a sei edizioni olimpiche e nel 1950, quando la FIDE creò i titoli di GM e IM, venne nominato (e con lui Vincenzo Castaldi) Maestro Internazionale; poi nel 1985 la FIDE pose rimedio a questa limitata valutazione del nostro giocatore, nominandolo giustamente “G.M. ad honorem”.
Monticelli continuò ad essere molto noto in Italia anche dopo aver smesso di giocare, quindi negli anni 60 e 70, grazie alla sua professione di giornalista, e non solo di scacchi: fu redattore de “Il Gazzettino” di Venezia e de “Il Popolo” di Milano, poi divenne il responsabile della redazione esteri de “Il Corriere della Sera”.
Mario Monticelli, che mi capitava di leggere spesso in quegli anni, è stato davvero un maestro in ogni senso: alle sue esperienze scacchistiche sapeva infatti unire delle doti giornalistiche pressoché ignote a quasi tutti i campioni, italiani e stranieri, che io ho potuto conoscere o leggere. La sua capacità di sintetizzare e spiegare i momenti salienti di avvenimenti e di partite, con una prosa accattivante ed agile quanto colta, completa e coinvolgente, era fuori dal comune.
Negli anni Settanta (non ricordo la data precisa) mi colpì questo suo articolo, che riporto qui integralmente, articolo apparso su di un inserto settimanale del quotidiano milanese e, appunto, intitolato:
“La strada stretta”
“In una partita di un recente torneo internazionale si giunse alla posizione indicata nel diagramma, con la mossa al Nero, il quale, rammaricandosi di non aver trovato prima la via per vincere il finale (in cui c’erano bensì gli Alfieri di colore contrario, ma egli aveva avuto il vantaggio di possedere due Pedoni uniti e liberi contro un solo Pedone avversario, sia pure avanzatissimo), accettò la patta propostagli (in buona fede!) dall’avversario.
Era presente casualmente Bent Larsen, il grande maestro danese che può essere considerato uno dei più forti giocatori europei. Con una semplice occhiata, egli giudicò la posizione e disse: “Ma questo finale è facilmente vinto dal Nero!”. Vinto, naturalmente, se ha la mossa, come infatti era accaduto al momento della pacifica conclusione della partita. E ne diede subito la convincente dimostrazione.
A prima vista sembrerebbe che non ci sia nulla da fare per ottenere la promozione di uno dei due Pedoni neri: infatti dopo 1… g1=D 2.Axg1 Rxg1 il Re bianco prende in h3 e fa sparire l’ultimo Pedone dell’avversario. Però esiste un difetto nella variante, ed ecco che cosa fece vedere Larsen ai due giocatori:
1… g1=D 2.Axg1 Rg2!
Ora la situazione è completamente mutata, e il Bianco non ha salvezza. Infatti la diagonale g1-h2, di cui l’Alfiere bianco si serviva per mantenere sotto osservazione il Pedone nero arrivato in settima, è “troppo corta”, come si dice nel gergo dei “finalisti”, e ciò risulta fatale. L’Alfiere, che ora si trova in g1, non può andare né in h2, dove verrebbe catturato, né spostarsi sulla diagonale g1-b6, perché permetterebbe l’immediata spinta in h2, con promozione del Pedone. Non rimane quindi altro che
3.Rg4, mantenendo sotto osservazione il Pedone h3.
Una semplice manovra basata sulla facoltà ben nota dell’Alfiere di poter “guadagnare tempi” permette la vittoria.
Il Nero gioca 3….Aa8! (o qualche altro tratto di aspetto sulla diagonale, come Ac6 o Ad5).
4.Rh4
Non c’è evidentemente nient’altro da fare per riservarsi la possibilità di catturare il Pedone h3.
4….Af3!
Il Bianco perde forzatamente il contatto con l’ultimo Pedone nemico, essendo costretto a giocare Rg5 o a muovere il proprio Alfiere, permettendo nel primo caso al Nero di catturare il pezzo in g1, nel secondo di prenderlo in h2 o di spingere a Donna il proprio Pedone”.
Qualcuno forse potrebbe giudicare facile questo finale e pertanto nulla di eccezionale che un campione come Larsen lo abbia saputo giudicare “con una semplice occhiata”. E’ comunque sempre istruttivo, per un giocatore principiante o medio, assistere a lezioni come questa, ed è senza dubbio sempre piacevole (ad esempio per me che non sono più un giocatore) leggere le parole di Mario Monticelli e sottolineare alcuni particolari del suo modo di scrivere di scacchi.
Uno di questi era l’apprezzabile abitudine di utilizzare le lettere maiuscole per l’iniziale di ogni pezzo del gioco, persino (cosa che è piuttosto insolito vedere!) del Pedone. Forse Monticelli condivideva il pensiero dello scrittore Isaac Asimov, che un giorno affermò che “il Pedone è il pezzo più importante sulla scacchiera”, o forse (e questo a me piace pensare) il nostro campione era semplicemente anche un campione di Democrazia!
In copertina: Larsen contro Korchnoi al torneo di Palma de Mallorca nel 1968