Scacchi su una brutta china
“Oltre” di Maurizio Balducci, dal catalogo della mostra Arte&Scacchi a cura di Sensi Arte, Siena, 2025
(Claudio Mori)
Gli scacchi sono morti. Una affermazione orribile perché significherebbe, allora, che anche gli uomini sono morti. Spaventa il solo pensare che possa essere vero. Non può essere.
Scacchi e uomini hanno camminato insieme per quindici secoli lungo le strade del mondo, rispecchiandosi gli uni negli altri, protagonisti degli zig-zag della Storia. E di cosa sarebbero morti? Di cosa saremmo morti? Di morte naturale o di morte violenta? Quando esattamente? Impossibile trovare su un calendario la data segnata con un cerchio d’inchiostro indelebile. Forse perché sguardi troppo distratti a quanto stava accadendo hanno lasciato che le cose avvenissero, come perdere l’amore di una donna senza accorgersene.
Su alcuni momenti del precipitare del mondo verso il nulla avevamo fissato la memoria. La promulgazione delle leggi razziali naziste il 15 settembre 1935 a Norimberga, in Germania. La bomba atomica sganciata dagli Stati Uniti d’America su Hiroshima, in Giappone, il 6 agosto 1945.
Eppure, anche stringendo occhi miopi, non siamo riusciti a individuare quando ci siamo costruiti un mondo perché altro da noi ci governasse.
Segnali c’erano stati. Ed erano stati interpretati ingenuamente come un meraviglioso regalo del progresso, l’avvento di un regno mondiale di felicità. Un’allucinazione. Erano rumori di catene, il lamento del ferro degli schiavi nel buio di una stiva.

Si guardava con meraviglia nel 1997 alla vittoria di Deep Blue, il computer dell’Ibm, contro Garry Kasparov solo perché la nebbia non si era ancora del tutto dissolta sulla nascita due anni prima, il 1° luglio 1995, di Caissa’s Web, il primo sito web che visualizzava ai giocatori una scacchiera grafica. Gli scacchisti sognarono in questa innovazione la realizzazione di una comunità planetaria, costellazione di menti che brillano all’unisono sotto il cielo della logica.
E si continuò a non distinguere, una volta illuminato il paesaggio che la coltre nebbiosa aveva celato, l’avvelenato terreno di un’autocrazia tecnologica che stava creando “eremiti di massa”, secondo la definizione del filosofo Günther Anders, cioè milioni di individui isolati davanti ai loro computer, o televisori, attori di una pantomima digitale.
Solo settant’anni prima, nel novembre del 1925, attorno all’Hotel Metropol di Mosca una folla incontenibile sfidava l’impietoso inverno per assistere con la brina negli occhi, attraverso grandi scacchiere murali poste in strada, al primo torneo internazionale tra la squadra russa contro undici maestri europei. Gli uomini fumavano papirosa, con quel lungo bocchino di carta per poterle tenere tra i guanti, si stringevano nei vestiti rattoppati e battevano gli stivali di feltro nella poltiglia dell’asfalto, le stufe ormai raffreddate nelle stanze dei palazzi e dentro le isbe. Vinse Efim Bogoljubov, poco prima di rifugiarsi in Germania e collaborare col nazismo.
Giorgio Fontana descrive nel romanzo Il Maestro di Riga l’entusiasmo di chi non poteva osservare con i propri occhi gli occhi sofferenti e acquosi di Michail Tal al Torneo dei Candidati del 1959, un giugno con il vento che portava i primi odori dell’estate e tormentava le gonne delle ragazze: “[…] A Zagabria i tram rallentavano per mostrare ai passeggeri le scacchiere dimostrative appese ai balconi, tanti erano gli appassionati […] E così nel 1960 un migliaio di persone affollava la sala del Teatro Puskin mormorando il suo nome e altre ancora si erano raccolte in massa lungo il Tverskoj bul’var e sulla piazza antistante, nel freddo marzo moscovita, il naso all’insù per guardare l’immensa scacchiera issata con due pali sotto gli alberi smunti, sulla quale venivano riprodotte mano a mano le mosse dell’incontro […]”. Tal vinse il Campionato del mondo contro Michail Botvinnik.

Tutto ciò è scomparso. Caissa’s Web e Chess[dot]com hanno comandato la ritirata fisica ed emotiva di milioni di individui nel proprio piccolo mondo, la cancellazione dei pensieri, degli stati d’animo di chi riteniamo a noi non affine. Senonché privarsi della vista dell’altro comporta che quel mondo che sembrava unire ora si allontana. E non possiamo più raccontare storie.
Gli uomini di Mosca, di Zagabria avevano invece guardato verso l’alto, alle scacchiere appese ai muri dei palazzi come cattedrali che racchiudevano nei loro simboli lo spazio di una comune immaginazione, portavano gli stessi panni dei giocatori, officiavano lo stesso rito, condividevano le stesse irripetibili emozioni, l’immaginario di poeti che sulla ribalta della vita si fa racconto, parola.
“La fine degli scacchi” fu il titolo di un intervento del filosofo Massimo Adinolfi nel corso di un evento svoltosi il 14 febbraio 2026, “Siena Fa Scacco Matto”. Adinolfi elencò una serie di realtà il cui senso, funzione, legittimità nell’attuale società erano scomparsi o in invia d’estinzione come la carta stampata, il cinema, il rock… la metafisica.
La Spoon River di Adinolfi riecheggia i versi di Edgar Lee Masters:
Dove sono Elmer, Herman, Bert, Tom e Charley,/
il debole di volontà, il forte di braccio, il pagliaccio, l’ubriacone, il combattente?/
Tutti, tutti dormono sulla collina […].(La Collina, 1915)
Una serie di epitaffi ai quali si aggiunge la spettacolarizzazione di fenomeni come l’arte e lo sport. E la spettacolarizzazione degli scacchi potrebbe rappresentare la loro fine. Un aspetto analizzato nella manifestazione senese anche da Uberto Delprato, ideatore del blog UnoScacchista.

La responsabilità di tanti delitti seriali e la spettacolarizzazione della realtà vanno attribuiti a un “modello di coercizione e mercantilismo” dell’ordine mondiale , per usare un’espressione di Christine Lagarde, presidente della Banca Centrale Europea. Sono conseguenze, espressioni di un totalitarismo tecnologico che ormai da tempo va oltre le capacità dell’uomo di controllarlo.
Günther Anders sostiene che l’aberrazione risiederebbe nella rappresentazione della realtà, senza partecipare all’evento e senza coglierne l’estraneità (Il mondo dopo l’uomo, Mimesis, Milano 2008). E ancora: “Il mondo è diventato una ‘mostra’, un’esposizione pubblicitaria che è impossibile non visitare perché comunque ci siamo dentro” (L’uomo è antiquato, Libro II: Sulla distruzione della vita nell’epoca della terza rivoluzione industriale, Bollati Boringhieri, Torino 2003).
Se così è, a ben osservare un’altra data potrebbe indicare da quanto tempo gli scacchi fossero su una brutta china, l’11 luglio 1972, Reykjavik, campionato mondiale tra l’americano Bobby Fischer e il russo Boris Spassky. Quell’incontro, vinto da Fischer, impose gli scacchi come soggetto d’interesse per i media, come oggetto di consumo.
Ora, se “non ha più valore la realtà del mondo o l’esperienza che se ne può fare, ma solo la sua rappresentazione teletrasmessa […]”, come scrive anche lo psicoanalista Umberto Galimberti (Le disavventure della verità, Feltrinelli, Milano 2025), non è affatto detto che si debba ritenere la situazione irrimediabile, prenderne atto e accettare la semplificazione drastica della nostra psiche e del nostro corpo che invece si affermano solo nell’incontro con gli altri. Perché in gioco c’è la sopravvivenza dell’uomo stesso con in tasca il suo sacchettino di scacchi insieme a un’infinità di altre cose meravigliose. È un dovere, allora, ribellarsi a un mondo capovolto e, carichi d’infanzia, di amori non ancora vissuti, di nostalgia del futuro, di un soffio di ribellione, riprenderci la vita e continuare a giocare, anche a scacchi.
Dello stesso Autore:
Manifesto luddista degli scacchisti , blog UnoScacchista, 14 agosto 2025.

Claudio Mori, giornalista
“Günther Anders sostiene che l’aberrazione risiederebbe nella rappresentazione della realtà, senza partecipare all’evento e senza coglierne l’estraneità”. Senza partecipazione il gioco muore, rimane una specie di mast***azione, interessante quanto si voglia ma poco decisiva per le sorti dell’umanità.
Sono d’ accordo. Non bisogna però sottovalutare il condizionamento che la tecnologia, ora anche con la I.A., esercita sugli esseri umani.