I marchesi rampanti di Casa d’Este e lo zuogo da schachi
UNA CORTE DI SCACCHISTI - GLI ESTENSI di Adriano Chicco, 1946
(Daniele Ganapini)
La storia millenaria degli scacchi ha avuto a che fare spesso con la nobiltà, sia per i pezzi che per le scacchiere di grande pregio. Daniele Ganapini ci offre un suo interessantissimo articolo profondo e accurato sugli Estensi a partire dal XIV secolo; sarà diviso in tre parti ed avrà cadenza settimanale. Buona lettura.
[In apertura: “UNA CORTE DI SCACCHISTI – GLI ESTENSI di Adriano Chicco, 1946 – Fonte: estratto da “Fortuna degli scacchi nel ‘500”, Milano, Supplemento de “L’Italia scacchistica”, 1946. Si ringrazia la Biblioteca Estense Universitaria di Modena]
A ottant’anni dalla pubblicazione su L’Italia Scacchistica dell’articolo Una Corte di scacchisti. Gli estensi di Adriano Chicco, pare opportuno riprendere quello studio del 1946 sia per riportarlo all’attenzione degli appassionati, sia per integrarlo con qualche apporto su giochi e scacchiere nei territori governati da quell’antica casata. Una storia che Chicco fa risalire al XIV secolo col “perito e dotto” Niccolò III e che è possibile prolungare per oltre quattrocento anni [1].
Poiché una vera e propria passione coinvolse nel tempo oltre ai membri della famiglia anche nobili, letterati, funzionari, scienziati, possidenti, possiamo assumerla come un tratto importante della vita quotidiana e sociale di questi nostri antenati. Per parlarne con leggerezza, un approccio così caro a Italo Calvino da dedicargli la prima delle sue lezioni americane, si è deciso di riprendere e adattare i titoli delle opere raccolte proprio nella trilogia “I nostri antenati” dove, in premessa, si legge che «Il racconto nasce dall’immagine, non da una tesi che io voglia dimostrare; l’immagine si sviluppa in una storia secondo una sua logica interna; la storia prende dei significati… » [2]. Nel suo piccolo, anche la trilogia che si apre con questo articolo, narra di una storia che non è una vicenda lineare ma nasce da immagini e tracce disseminate entro i tempi e i territori degli Estensi.
Partiamo quindi col ricordare come i marchesi Niccolò III (1383-1441) e Leonello (1407-1450), signori e mecenati che ampliarono i dominii e rilanciarono l’Università di Ferrara, conoscessero bene gli scacchi e fossero proprietari di giochi e scacchiere.
Lo storico Giulio Bertoni definisce Niccolò “espertissimo nel gioco degli scacchi” [3] e segnala nell’inventario dei beni mobili dei principi regnanti datato 1436 «uno scachiero et tavoliero da tavole inseme de avolio biancho et negro afigurado d’intorno et cornixado, lavorado ad oso; uno tauoliero da tauole et scachi d’ariento cum radixe de perle et vedro et prede lavorado antigo»; un bellissimo tavolo da gioco con caselle di avorio bianche e nere intarsiate risulta invece registrato nel guardaroba di Lionello, figlio prediletto che in occasione del proprio matrimonio con Margherita Gonzaga nel 1435 avrebbe fatto sistemare accanto alla camera una scacchiera decorata con le sue insegne [4].
Entrambi assunsero inoltre la scacchiera tra i simboli utilizzati dalla loro cancelleria, come dimostra anche la disposizione risalente a Niccolò ma portata a compimento dopo la sua morte, ove che si legge (documento 481 b della Camera ducale Estense. Guardaroba, 4, Conto de debitori B, anno 1442, C 20-26 gennaio, conservato all’archivio di Stato di Modena) dell’incarico ad Amadio Riva di Milano relativamente a una impresa in argento: “Adi 26 dito (zenaro) per sua fatura de fare uno sigilo grande a l’arma de la scachira de lo Illustro nostro Signore, cum letre atorno, el quale è de arzento fino, el quale fue conssignato a Lodovigo da le Chaxele chanzeliero de lo prefato per uxo de la chanzelaria, ducati 4, a soldi 45 per ducato, tanssà per Galioto…” (L. VIIII).
Ma più ambizioso e abile di loro, superandoli sia nella passione scacchistica sia per rango nobiliare, fu il successore Borso, nominato nel 1452 primo Duca di Reggio e di Modena dall’imperatore Federico III e poi di Ferrara, solo pochi mesi prima della sua morte nel 1471, da papa Paolo II.
Molte informazioni, comprese quelle provenienti dalla celebre lettera del 28 aprile 1454 inviata a Borso da Zanobi Magnolino (forse l’abile giocatore alla cieca celebrato dal Volaterrano e da Vespasiano da Bisticci) sono appunto riassunte nello studio di Chicco (pagg. 2-5) ma, come è stato possibile integrarle con il riferimento all’impresa sul sigillo marchesale, vediamo di accrescere questo patrimonio di conoscenze utilizzando l’enciclopedico lavoro di catalogazione di Adriano Franceschini Artisti a Ferrara in età umanistica e rinascimentale. e l’approfondita analisi di Marcello Toffanello intitolata Le arti a Ferrara nel Quattrocento. Queste opere ci aiutano a comprendere meglio l’attività di Borso quale committente di scacchiere a insigni artigiani del tempo [5].
- Giustino d’Alemagna (o di Fiandra) nel 1450 riceve pagamenti per opere fatte nello studiolo di Leonello nel palazzo Belfiore. L’anno seguente consegna a Borso tre tavoli e due scacchiere (…), nel 1456 un «tavoliero» per la residenza di Belriguardo. (Toffanello, pag. 348);
- poi è Giacomo di Bartolomeo Sagramoro da Soncino che risulta aver dipinto nel 1452 una scacchiera sempre destinato a quella “Delizia”: «A magistro Iacomo predicto per soa manefatura et spexa de depinzere uno schachiero come le divixe et arme de lo Illustro nostro Signore, mandato a Belriguardo» (Franceschini, docc. 683 c; 684 d);
- il 3 aprile 1455, risulta un pagamento a Michele Pannonio di Nicolò d’Ungheria «per aver dipinto da ogni lato una scacchiera per il duca» (Franceschini, doc. 764 h);
- nel 1456 si attesta che Anselmo de Salimbeni «adi 17 de luglio fiorini tri d’oro e libre una marchesana, e per lui ad uno da Regio contanti per lo pretio de uno zuogo da schachi e uno da tavolo d’avolio, che’l decto Anselmo ha facto fare per lo illustro nostro Signore, como al “Zornale CC”, a.c. 71; vagliono a 56 (soldi) l’uno» (Franceschini, doc 788 i);
- nel gennaio dell’anno successivo è Michele Greco ad aver lavorato a una scacchiera: «Mandato Illustrissimi principis et Excellentissimi domini nostri domini Borsii ducis Mutine et Regii, marchionis extensis comitisque Rodigii etc., vos factores generales eius dari et solvi faciatis Magistro Michaeli greco intarsiatori soldos triginta marchisinorum pro sua mercede ad aptandum unum schacherium prefati domini; et portentur ad espensam» (Franceschini, doc. 1057 a);
il tutto mentre Borso andava coronando il sogno dinastico di una stirpe di marchesi rampanti.
Intanto, a sigillo di quel periodo straordinario di cui poco è purtroppo rimasto se non nei documenti, possiamo almeno osservare il mirabile pannello con scacchiera intarsiata, opera dei grandi intagliatori Cristoforo e Lorenzo Canozi da Lendinara, che dopo aver lavorato allo studiolo di Leonello nella palazzina di Belfiore a Ferrara realizzarono per il coro della cattedrale di Modena terminato nel 1463 [6].

[Fotografia di Daniele Ganapini]

Già Niccolò III si fece ritrarre da artisti come Pisanello e Amadio da Milano sul fronte di preziose medaglie. Una tradizione rinnovata da Leonello e Borso con numerose opere coniate da questi e altri orafi quali Petrecino e Jacopo Lixignolo. Nonostante una delle imprese estensi fosse la scacchiera non sono purtroppo reperibili medaglie che rappresentino i marchesi di Ferrara insieme a questo emblema. Nella seconda metà del Quattrocento sarà Sperandio Savelli, anch’esso operante col proprio padre Barolomeo alla corte estense, a realizzare una medaglia per il nobile bolognese Guido Pepoli sul cui rovescio compaiono due giocatori: una immagine forse raffigurante la storia narrata nel “Ludus Scaccorum” di Jacobus de Cessolis secondo la quale il filosofo Xerxes insegnò il gioco al Re Evilmerodach come metafora dell’arte del regnare.
[1] Così lo definì Zanobi Magnolino in una lettera a Borso d’Este del 28 aprile 1454, citata da Giulio Bertoni nel suo “Nuovi studi su Matteo Maria Boiardo, Bologna, 1904, Zanichelli”, p. 253, ricordato anche a pag. 2 dell’articolo di Adriano Chicco. D’ora in avanti i riferimenti a “Una Corte di scacchisti. Gli estensi” nel testo saranno indicati come Chicco, op. cit, indicando eventualmente il numero della pagina.
[2] Per le lezioni americane si veda “Six Memos for the Next Millennium”, Cambridge, Harvard University Press, 1988 poi edito in Italia col titolo “Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, Milano, Garzanti, giugno 1988 “; I nostri antenati” è una trilogia fantastica ed allegorica costituita dai romanzi “Il visconte dimezzato” (1952), “Il barone rampante” (1957) e “Il cavaliere inesistente” (1959) di Italo Calvino, assumendo a modello l’Orlando furioso di Ludovico Ariosto. Il testo qui riportato si trova nella premessa alla traduzione inglese del 1980. Fonte: https://it.wikipedia.org/wiki/I_nostri_antenati
[3] Bertoni G, op. cit., pagg. 252-253
[4] Chicco, op. cit., pag. 3.che segnala a questo proposito anche il libro di Giuseppe Pardi, “Leonello d’Este”, Bologna, 1904, p. 50.
[5] Franceschini Adriano, “Artisti a Ferrara in età umanistica e rinascimentale. Parte I dal 1431 al 1471” e “Parte II dal 1472 al 1492”, Roma-Ferrara, Corbo-Cassa di risparmio di Ferrara, 1993-1995, con anche altre schede assai dettagliate; inoltre “Le arti a Ferrara nel Quattrocento”, Ferrara, 2010, Edisai di Marcello Toffanello.
[6] Soprintendenza delle gallerie per le province di Modena e Reggio Emilia, “Il corso del duomo di Modena restaurato”, Modena, 1972, pagg. 5-6 e alle pagg. 34-35 la tarsia del nono stallo a destra riproducente la scacchiera con frutto, prima e dopo il restauro.
Daniele Ganapini è nato a Reggio Emilia nel 1958. Da iscritto al Circolo “Capablanca” di Reggio Emilia ha partecipato ad alcune edizioni dei campionati di scacchi a squadre negli anni ’70, pubblicando racconti su “2 Alfieri” e riviste di fantascienza. Dopo la laurea in economia ha lavorato come manager in società operanti per la Regione Emilia-Romagna, scrivendo di scenari economici, costruzioni, sistemi informativi, marketing. E’ tornato ora ad antiche passioni.