Uno Scacchista *Edizione 10 Anni*

Annotazioni, Spigolature, Punti di vista e altro da un appassionato di cose scacchistiche

I tavolieri inesistenti e il loro cavaliere alla corte di Ferrara

(Daniele Ganapini)
La storia millenaria degli scacchi ha spesso avuto un ruolo di rilievo nella vita delle Corti nobiliari, sia per i pezzi che per le scacchiere di grande pregio. Daniele Ganapini ci offre un iter storico su quella Estense a partire dal XIV secolo; la tappa odierna è la seconda. per la prima parte si rimanda a “I marchesi rampanti di Casa d’Este e lo zuogo da schachi“. Buona lettura.


Con l’ascesa a duca di Ferrara di Ercole, in quello stesso 1471 dell’investitura papale, ci troviamo nel cuore del Rinascimento e della storia scacchistica della corte estense. «Tra i giuochi erano poi preferiti quelli degli scacchi e del tarocco [1]. La biblioteca del Duca possedeva più d’un trattato sugli scacchi» in latino o in volgare ma quella stanza non era «soltanto adibita ad uso di libri; si possono ammirare un mappamondo, alcune arme vecchie o spuntate, busti, arazzi, tappeti e altro ancora. Anche non mancano alcuni tavolini di avorio, qualche calamaro de osso lavorato; qualche schacchiere intarsiato, de più colori, cum li soi schachi» [2].

Secondo il Bertoni, Ercole “ebbe a dirittura una mania per codesto giuoco. Una volta, nel 1478, era venuto di Spagna un «fiero giocatore» che aveva sfidato Giovanni Sadoleto. L’interesse di Ercole per questa sfida fu grande ed è notevole che un cortigiano che mostrava gran desiderio di assistere al torneo fosse uno dei letterati più celebri del circolo estense, Battista Guarino. Il Duca, scrivendo a quest’ultimo il 20 Luglio di quell’anno, diceva: «Habiamo recevuto la tua per la quale tu ne advisi de la venuta de quello fiero giocatore che è venuto di Spagna et ha desfidato messer Zoanne Saduleto a giocare in nostra presentia, pregandoni quando si farà il parangone te lo faciamo dire. Unde commendandoti de l’adviso te respondemo che quando serà «il tempo tu serai chiamato». Da alcune lettere del 1493 del segretario Siverio Siveri ad Eleonora si impara quanto fosse il trasporto del Duca per gli scacchi. Scriveva il Siveri il 21 Gennaio: «dreto «disnare poi se attese a scachi». E sei giorni dopo: «el dreto disnare se continuò pur la rubrica del zoco di scachi». E il 4 Febbraio: «Fino ad ora di posare se attese al zocho di scachi el quale purtropo delecta a Sua Excellentia, per modo che maior parte assai del tempo eh’ el sta in camera o in lo suo saletino fino a nocte non attende quasi ad altro et cum diversi giocatori hora cum maestro Zacharia hora cum Lionello de Fiasco hora cum Zoanne Lombardo, el quale hora è il favorito perchè la maior parte giocha con luj». Gli 11 Febbraio del medesimo anno il Duca «a l’Ave Maria era ancora a tavola et poi immediatamente si mise a giocare a scachi». Negli inventari di corte si rinvengono numerose descrizioni di scacchieri e di scacchi: gli uni «straforati cum sonaijti drento», gli altri d’avorio finissimamente lavorati. Ora troviamo ricordato «uno scachiero d’osso», ora uno «scachiero de legno» ora infine «una capsefa de scachi con schachi in foza d’omini armadi sì a piedi comò a chavallo». E non mancano accenni intorno agli artefici che adopravansi per i Signori di Ferrara a preparare i vari pezzi del giuoco. Uno fra i più esperti fu, al tempo di Alfonso I, «Antonio tornidore», che faceva e accomodava cavalli, rocche, pedoni” [3].

Vediamo anche qui di entrare nel dettaglio di questi tavolieri, tavole, scacchiere, pezzi purtroppo andati perduti.

Nel 1494 l’estratto dell’Inventario del guardaroba estense messoci a disposizione da Giuseppe Campori [4] individua infatti ben 19 tavole e tavolieri da gioco, la gran parte per gli scacchi. «Uno scachiero picholo di arzento dorato cum due muletine di arzento dorato, pesa onza una octavi dui et carati undese» registrato al capitolo “Continuatione de Zoglie et de Lavori de Oro”, 17 al capitolo di Tavole e Tavolieri di arzento et di diversa altra sorta guarniti de arzento et giochi di schachi e, a quello dedicato a “Capse, forcieri e scrigni et altri lavori di legname et similmente armari di legno”. «uno scrigno quadro lavorato intorno d’intaglio e di sopra zallo tarsiato intorno cum uno schachiero di calcedonio in mezo cum una chiavadura thodesco cum uno coperchio negro sopra».

I giochi riportati nel capitolo “Tavole e Tavolieri di arzento” dell’archivio N. II A, 1494, Arch.o Palatino di Modena

Cataloghi ed inventarii inediti del secolo XV. al secolo XIX, Modena, 1870 tip. C. Vincenzi
Fonte: Giuseppe Campori, Raccolta di cataloghi ed inventarii inediti di quadri, disegni, bronzi, dorerie, smalti, medaglie, avorii, ecc. dal secolo XV. al secolo XIX, Modena, 1870 tip. C. Vincenzi

L’erede principale della passione per le arti, la letteratura e gli scacchi di Ercole fu senza dubbio la prima figlia legittima, quell’Isabella d’Este che divenuta marchesana di Mantova sarà celebrata come una delle grandi dame del Rinascimento, anch’essa giocatrice e attenta committente di pezzi fin dalla giovane età. Data la notorietà di queste informazioni, ci si limita ad aggiungere che anche suo figlio Ferrante (futuro viceré di Sicilia e governatore di Milano, principe di Molfetta e conte di Guastalla) era uso giocare a scacchi durante la sua permanenza alla corte di Carlo V, almeno così scriveva a Isabella il suo precettore Pandolfo [5].

Rimandando per un approfondimento sulla generazione di Isabella, Beatrice, Alfonso e sua moglie Lucrezia Borgia agli allegati dell’articolo “L’Orlando Furioso e la Dama Rabiosa” conviene passare a quella dell’ultimo duca di Ferrara Alfonso II.

Il poeta del momento non è più Ariosto ma Tasso, che giungerà in città al tempo delle nozze di Alfonso II con Barbara d’Austria, prima al servizio del cardinale Luigi e poi dello stesso duca dal 1572. In quegli anni scrisse l’Aminta e terminò la Gerusalemme Liberata, poi ebbe inizio quel periodo di nevrosi, atti inconsulti, fughe che toccò l’apice coi fatti che portarono alla sua detenzione nell’ospedale di Sant’Anna dal 1579 al 1586. Proprio in cella scrisse la canzone dedicata “A Lucrezia e Leonora, sorelle di Alfonso, e quando si allentarono i vincoli della prigione diversi dialoghi, in particolare il “Romeo overo del giuoco (1580) poi riveduto e stampato col titolo “Il Gonzaga secondo, overo del giuoco”.

E’ quasi incredibile l’intreccio tra vicende personali e passione per gli scacchi: da un lato Lucrezia d’Este che era andata in sposa al duca di Urbino Francesco Maria II Della Rovere, al quale il giurista Tommaso Azzio dedicò quella strana opera che è il “De ludo scacchorum in legali methodo tractatus” del 1583, dall’altro Leonora che nelle informative indirizzate al cardinal Luigi, loro fratello, è ricordata nel 1580 per come «passa il tempo a giocare a scacchi ed esce di casa qualche volta per questi bei tempi» mentre, quand’era stata malata nel dicembre 1576, «passa tutto il tempo a’ suoi giochetti ed in particolare a scacco, di che si dilettano lei e la contessa d’Urbino in veder il conte Annibale Romei, il Pagnino ed altri che giocano».

In realtà il segretario di Stato Giovan Battista Nicolucci, più noto come G. B. Pigna, tratteggiandone la sua vita di corte ne offre un ritratto più lusinghiero: «Ricama, conversa in più lingue di scienza e di filosofia, coltiva la musica ed eccelle nel canto, controlla, con prontezza. vigile, computisti e ragionieri di camera, si distrae talvolta nel gioco dei tarocchi e degli scacchi, e se rifugge il più possibile dalle feste, non mai si assenta dalle opere di pietà, e passa lunghe ore in preghiera. Sul vespero ascolta le musiche e i canti dèi poeti…» [6].

Infine Annibale Romei, letterato, uomo di stato che dedica a Lucrezia la propria opera più importante, i “Discorsi”, mentre allega a un proprio manoscritto (MSS. cl. 1 n.482) intitolato “Dialogo sull’anima umana” un piccolo codice sugli scacchi, dove dopo una dedica a Donna Lionora, prende in esame prima una serie di sei “uscite” in partite di vantaggio e dodici aperture pari e poi alcune sottigliezze «et insieme appo alcuni partiti di gioco» che ne fanno un degno prosecutore del grande Pedro Damião detto il Damiano. Morirà nel 1590 e di lui scriverà anche il Polerio, dandone il nome a un controgambetto [7].

Adriano Chicco, Le fatiche sopra il giuoco degli scacchi, Mondoscacchi & Due Alfieri, Roma 1985

Tale testo è il trattato sugli scacchi conservato alla Biblioteca Ariostea di Ferrara composto da Annibale Romei tra il 1565 e il 1570, figura di primo piano alla corte di Alfonso II. L’opera presenta alcune partiti inediti e si apre con una lunga dedica a Leonora d’Este, sorella del duca, e una sezione sulle origini del gioco, in cui l’autore teorizza che gli scacchi sarebbero stati inventati dal filosofo Pitagora a Crotone. A tali “fatiche” Adriano Chicco dedicò l’articolo “Un manoscritto inedito del 1500 sul giuoco degli scacchi” apparso sulla rivista L’Italia Scacchistica, 1939, pp.181-184).

Fra i nobili e i gentiluomini dell’epoca tempo il gioco era assai diffuso: Chicco ricorda appunto il Pigna, Celio Calcagnini, Leonello Fiaschi. Nella casa di contrada Sant’Andrea anche il conte Orazio Malaguzzi, discendente della famiglia materna dell’Ariosto, cameriere d’onore di papa Pio V, ambasciatore estense in Spagna [8] possiede “un scachiero, co suoi schachi” (Inventario redatto alla sua morte nel 1583 dal notaio Francesco Delfinoni, ultima riga dell’ottava pagina).

Sono gli anni che vedono l’imminente rovina dello stato estense, con la spasmodica ricerca di un erede da parte di Alfonso e il contrasto esiziale con la sorella Lucrezia, della quale aveva fatto strangolare l’amante Ercole Contrari, senza però poterne evitare la separazione dal duca di Urbino.

«La stella degli Estensi era però già prossima al tramonto; e gli scacchi ne seguirono la parabola. conclude Chicco [9]. «Dei pezzi rari, dei codici preziosi, delle ricche scacchiere degli Estensi ci è pervenuto solo il ricordo: nessuno, di questi ricchi oggetti, è sopravvissuto». Per tale motivo questa età dell’oro appare memorabile come quella dei “Tavolieri inesistenti”.

Testimonianza di “un scachiero, co suoi schachi” nell’abitazione del Conte Orazio Malaguzzi a Ferrara in contrada Sant’Andrea

Pagina dell’inventario del Conte Orazio, 1583
Fonte: Foto di Daniele Ganapini, autorizzazione alla riproduzione dell’Archivio di Stato di Reggio Emilia, Fondo Malaguzzi-Valeri, Conte Ippolito di Ludovico (ovvero I versamento), Fasc. IV “Inventari dal 1400 al 1800”, inventario del conte Orazio redatto nel 1583 dal notaio Francesco Delfinoni

Alla morte di Alfonso II il ramo derivante da Ercole – il duca scacchista che si era guadagnato il soprannome di “cavaliere senza paura” per il suo valore militare [10] – si estinse e l’erede designato, Cesare marchese di Montecchio, non venne riconosciuto come legittimo dal papa Clemente VIII, dando luogo alla devoluzione di Ferrara e di molti altri territori allo stato pontificio (Comacchio, Lugo, Bagnacavallo), complice il desiderio di vendetta di Lucrezia.

Cesare dovette quindi abbandonare Ferrara e trasferirsi a Modena il 30 gennaio 1598, capitale di uno stato dimezzato dove gli scacchi continueranno però ad avere un posto importante, come si vedrà nel prossimo e conclusivo articolo.


[1] Bertoni G., “La biblioteca estense e la cultura ferrarese ai tempi del duca Ercole (1471-1505)”, Torino, 1903, Loescher, p.199.

[2] Bertoni G., op. cit., p.32.

[3] Bertoni G., “L’Orlando furioso e la Rinascenza a Ferrara”, Modena, 1919, Umberto Orlandini, sempre il Bertoni sottolinea a p.216.

[4] L’archivio N. II A, 1494 Arch.o Palatino di Modena è riportato da Giuseppe Campori in “Raccolta di cataloghi ed inventarii inediti di quadri, disegni, bronzi, dorerie, smalti, medaglie, avorii, ecc. dal secolo XV. al secolo XIX”, Modena, 1870 tip. C. Vincenzi, alle pp.27, 33, 34.

[5] Da una lettera citata da Raffaele Tamalio a p.65 di “Ferrante Gonzaga alla corte spagnola di Carlo V”, Mantova, 1991, Gianluigi Arcari editore.

[6] Testi riportati da Vincenzo Pacifici in “Luigi d’Este. Gli ultimi estensi. Volume III”, Tivoli, 1954, Nella sede della società di Villa d’Este, pp.148-149-150.

[7] “Annibale Romei”, in Chicco A., Rosino A., “Storia degli scacchi in Italia”, Venezia, 1990, Marsilio, pp.79-84. Così pure “Un giureconsulto scacchista: Tommaso Azzio”, pp.63-68.

[8] Si veda il saggio di Giulio Zavatta, “Orazio Malaguzzi e il monumento funebre del fratello Flaminio nella basilica del Santo a Padova” in IL CARROBIO, Bologna, 2008, pp.87-98.

[9] Chicco A., “Una Corte di scacchisti. Gli estensi” in L’Italia Scacchistica, 1946, p.9.

[10] Frizzi A., Memorie per la storia di Ferrara, vol IV, Ferrara 1848, Abram Servadio, p.32.


Daniele Ganapini è nato a Reggio Emilia nel 1958. Da iscritto al Circolo “Capablanca” di Reggio Emilia ha partecipato ad alcune edizioni dei campionati di scacchi a squadre negli anni ’70, pubblicando racconti su “2 Alfieri” e riviste di fantascienza. Dopo la laurea in economia ha lavorato come manager in società operanti per la Regione Emilia-Romagna, scrivendo di scenari economici, costruzioni, sistemi informativi, marketing. E’ tornato ora ad antiche passioni.

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