17 ottobre 1956: il giorno in cui il mondo scoprì Bobby Fischer
Bobby Fischer nel 1956 (Link alla fonte)
(Massimo Cecchini)
Settant’anni fa, esattamente il 17 ottobre 1956, a New York, in una sala del Marshall Chess Club, si disputò una delle partite più celebri nella storia degli scacchi. Era l’ottavo turno del 3° Lessing J. Rosenwald Trophy, un prestigioso torneo chiuso, generosamente finanziato dall’omonimo mecenate per stimolare la crescita dei giovani talenti americani in vista delle competizioni internazionali. Di fronte alla scacchiera sedevano uno dei più forti maestri americani dell’epoca e un ragazzo destinato a cambiare per sempre la storia degli scacchi.
A separare i due giocatori erano l’età e l’esperienza: da una parte il ventiseienne Donald Byrne, già considerato uno dei migliori giocatori degli Stati Uniti – suo fratello Robert sarebbe diventato, negli anni successivi, uno dei protagonisti del panorama americano e candidato al titolo mondiale; dall’altra Fischer, nato nel 1943 e ancora tredicenne, che da pochi mesi aveva conquistato il campionato juniores statunitense, affermandosi come il più promettente giovane giocatore del Paese.
Il Trofeo Rosenwald rappresentava per Bobby un banco di prova completamente diverso: dodici giocatori invitati, tra i quali Samuel Reshevsky, Arthur Bisguier, Edmar Mednis e lo stesso Byrne. Era l’occasione per misurarsi per la prima volta con una concentrazione di grandi maestri e maestri americani di quel livello.
Il giovane Fischer arrivava a quell’appuntamento dopo un biennio di frenetica attività agonistica. Nel 1955 aveva iniziato a frequentare assiduamente il Manhattan Chess Club e l’Hawthorne Chess Club, trovando nel maestro John W. Collins – mentore anche di William Lombardy e dello stesso Robert Byrne – una guida fondamentale per la propria formazione. Nel 1956 la sua attività agonistica era diventata intensissima e la sua dedizione totale: torneo dopo torneo, il giovane Bobby stava trasformando il talento naturale in una preparazione sempre più solida. Dal Campionato USA Juniores di Filadelfia, vinto nel luglio 1956, alle tournée a Cuba e in Canada, Fischer viveva per gli scacchi, accumulando quell’esperienza che lo avrebbe presto portato nell’élite mondiale.

Il torneo era iniziato nel migliore dei modi per Donald Byrne, trionfatore al primo turno contro Samuel Reshevsky, il quale, nonostante quella battuta d’arresto, avrebbe poi conquistato il trofeo.
Di fronte a un avversario di tale spessore, Fischer scelse di affrontare la partita con la sicurezza di un maestro consumato, adottando una complessa Difesa Grünfeld, una delle aperture più dinamiche del repertorio dell’epoca. Quella che seguì fu una combinazione d’attacco folgorante e visionaria, coronata dal celebre sacrificio di Donna che lasciò sbigottito il mondo intero. Ma non fu il sacrificio di Donna, da solo, a decidere la partita. La vera grandezza della combinazione non risiedeva soltanto nel colpo ad effetto, ma nella sua concezione complessiva: Fischer aveva calcolato una lunghissima sequenza nella quale il materiale ceduto sarebbe stato compensato dall’attività dei suoi pezzi e, soprattutto, dalla posizione indifesa del Re avversario.
Donald Byrne (Link alla fonte) |
Bobby Fischer nel 1957 (Link alla fonte) |
Donald BYRNE – Robert J. FISCHER
New York, 17 ottobre 1956 – Difesa Grünfeld

Byrne cadde nella trappola di sottovalutare la maturità posizionale del suo giovanissimo avversario, scoprendo a proprie spese che la comprensione del gioco di Fischer era tipica di un genio degli scacchi, come Morphy o Capablanca.
Kmoch, nel suo commento sulle pagine di Chess Review del dicembre dello stesso anno, definì l’incontro “The Game of the Century”, la partita del secolo, sottolineando non soltanto la profondità combinativa, ma anche l’originalità della concezione di Fischer. La rivista descrisse quella vittoria come una prestazione eccezionale anche nel confronto con le più celebri partite giocate da altri enfant prodige degli scacchi. E c’è un dettaglio ancora più significativo: secondo il resoconto di Kmoch, Fischer aveva consumato gran parte del proprio tempo nella fase iniziale della partita, per poi eseguire la complessa combinazione finale in circa venti minuti. È un particolare che restituisce bene la natura della sua prestazione: non un lampo casuale, ma il risultato di una profondissima elaborazione della posizione.

La partita vinse il primo premio di bellezza del torneo, ma la sua fama sarebbe andata ben oltre i confini della cronaca scacchistica. La sua forza evocativa ha inoltre oltrepassato i confini della letteratura scacchistica, ispirando saggi, opere letterarie e persino romanzi, come Per un attimo immenso ho dimenticato il mio nome di Roberto Cotroneo, pubblicato da Mondadori nel 2002.
Curiosamente, nonostante la risonanza globale e la perfezione estetica della combinazione, la partita non fu inclusa da Fischer nella sua celebre antologia My 60 Memorable Games, pubblicata nel 1969.
Al di là del singolo acuto, il bilancio complessivo del giovane Bobby al Trofeo Rosenwald fu infatti interlocutorio: un ottavo-nono posto con 4,5 punti su 11 incontri. Ma il significato di quella giornata andava ben oltre la classifica. Da quell’esperienza, tuttavia, Fischer trasse una lucidissima lezione: il talento cristallino non bastava, era necessario studiare con umiltà implacabile, analizzare i propri errori e assimilare la profondità dei grandi maestri. Era l’inizio di una crescita che avrebbe presto condotto quel ragazzo di Brooklyn sul tetto del mondo.

Il Fischer del 17 ottobre 1956 non era ancora il dominatore incontrastato degli anni Settanta, ma in quella giornata newyorkese seppe già mostrare alcuni dei tratti che avrebbero caratterizzato il futuro campione: la capacità di calcolare in profondità, il coraggio di affidarsi all’attività dei propri pezzi invece che al semplice conteggio del materiale, una straordinaria concretezza e, soprattutto, una concezione degli scacchi sorprendentemente adulta. E il motivo per cui la partita è studiata ancora oggi non sta soltanto nel sacrificio della Donna, ma nella lezione più generale che contiene: negli scacchi, il valore di una posizione non si misura sempre dal materiale che si possiede, ma dalla forza con cui le proprie forze riescono a coordinarsi.
Massimo Cecchini è nato a Vigevano (PV) nel 1966. Dopo il conseguimento della laurea magistrale in Economia, ha ripreso a cimentarsi nei tornei e al termine del 2008 ha conseguito la 1^ categoria nazionale. Istruttore FSI dal 2006, ha insegnato e insegna il gioco alle giovani generazioni. Da sempre appassionato della storia di questo gioco.
La partita che mi ha fatto innamorare degli scacchi