Gli scacchi dell’Olocausto
Monumento internazionale di scultura di Nandor Glid, campo di concentramento di Dachau, Germania (Foto R. Cassano, 2006)
(Claudio Mori)
Il 27 gennaio ricorre il Giorno della Memoria, l’anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz nel 1945. La storia di milioni di persone, per la maggior parte ebrei, sterminati nei lager nazisti. Non solo. Anche nei gulag sovietici e nei campi fascisti.
Dopo il primo campo di Dachau, costruito nel 1933, i nazisti crearono altre 44 mila strutture analoghe. Fin dal dicembre 1941 iniziò nei pressi di Chelmno, in Polonia, il genocidio degli internati nelle camere a gas dopo i primi esperimenti condotti ad Auschwitz. La macchina della morte aveva iniziato a girare a pieno ritmo con le deportazioni in massa di ebrei, comunisti, socialisti, rom, Testimoni di Geova, omosessuali, portatori di handicap.
Mussolini firmò nel settembre 1940 il decreto per l’istituzione di 43 campi d’internamento. Con la promulgazione delle leggi razziali, dal settembre 1938, il regime fascista aveva avviato una politica persecutoria nei confronti degli ebrei italiani, di epurazione da tutti i settori.
Lo sport non fece eccezione e anche i circoli scacchistici esaltarono un gioco muscolare, d’attacco, contro uno, ebreo, denigrato come chiuso, fatto di piccoli guadagni, “che punta non alla vittoria ma al non perdere” come ebbe a scrivere, forse sotto la minaccia dei tedeschi, Alexander Alekhine in un articolo del 1941.

Una foto presa nel Campo di Ferramonti di Tarsia, in provincia di Cosenza, dove confluirono dal 1940 al 1943 oltre tremila ebrei, apolidi e slavi, mostra due detenuti che giocano a scacchi. In quel campo si poterono organizzare alcuni tornei.
Durante la Seconda Guerra Mondiale le Croci Rosse di molti paesi belligeranti e diversi enti di beneficenza inviarono ai detenuti nei campi di concentramento generi di sostegno contenenti tra l’altro giochi per lo svago, per la distrazione dalla paura, come carte e scacchi.
Il gioco degli scacchi era popolare, diffusamente praticato in Europa. Joseph Goebbels in Germania e Ilyin Zhenevsky in Unione Sovietica ne avevano fatto uno strumento di propaganda di regime, di orgoglio nazionalistico, di superiorità intellettuale, di potere, di retorica della guerra. Assurda contraddizione per un gioco per sua natura privo di barriere geografiche, culturali ed economiche.
Là dove non arrivavano i giochi delle organizzazioni umanitarie erano i prigionieri stessi che provvedevano a fabbricare i pezzi con i mezzi che riuscivano a procurarsi e secondo l’abilità di chi li intagliava.

Anche Alberto Burri costruì uno set mentre era prigioniero nel criminal camp di Hereford in Texas (Usa), per fascisti irriducibili, dopo essere stato catturato dagli inglesi l’8 maggio del 1943 a La Marsa, in Tunisia. Il set venne scolpito nel legno con una lama di rasoio acquistata allo spaccio del campo. Re e regina come totem, serpenti gli alfieri, coccodrilli i cavalli, palme le torri, tartarughe i pedoni.
Ma in Burri c’era già allora il grande artista che diventerà. Gli scacchi intagliati da meno dotati improvvisati artigiani erano più semplici, rozzi, piccoli abbastanza da potere essere nascosti quando vietati dai carcerieri. Erano ricavati con attrezzi di fortuna da moccoli di candela, carta, pane raffermo, pezzi di legno. Mentre la scacchiera poteva essere disegnata sulla terra, su un vetro, incisa su un muro, tra graffiti di date, di nomi, di amori perduti, dove ogni segno è una sofferenza, un dolore. Quei pezzi non erano opere d’arte ma il loro valore era grandissimo. I sopravvissuti trasmettono ancora oggi i vapori del cuore.
Un ignoto soldato italiano nel campo di prigionia di Pkta-Aral, nel Kasakstan, in Asia centrale, “servendosi del manico di un cucchiaio martellato e temperato con una pietra” intagliò un piccolo set di scacchi in legno di betulla, lo colorò prendendo dall’infermeria del blu di metilene e del chinino da diluire (Ruggero Y. Quintavalle, Un soldato racconta, Edizioni Athena, 1960).
A volte gli scacchi costituivano merce di scambio con le guardie per altri generi di necessità. Anche i carnefici giocavano. L’atteggiamento nei confronti degli scacchi cambiava da lager a lager. A Sachsenhausen, uno dei più grandi campi in Germania non distante da Berlino, dopo il 1937 si svolse un torneo tra decine di internati di diverse baracche. Ancora nel marzo 1943 i prigionieri sovietici organizzarono con pezzi da loro stessi costruiti partite simultanee davanti alle baracche, mentre altri li proteggevano da sempre possibili interventi delle guardie. Disperati istanti d’evasione.
I nazisti utilizzavano questi momenti per la propaganda. Già alla fine degli anni Trenta avevano prodotto un film con bambini che giocavano a scacchi come ideali cittadini ariani. Anche se i più forti giocatori erano quasi tutti ebrei. Sul settimanale Münchner Illustrierte Presse n. 28 del 16 luglio 1933 venne pubblicato un servizio dal titolo “La verità su Dachau” con una serie d’immagini costruite ad arte sulla vita nel lager tra cui alcune sulle “ore di svago al campo educativo”. L’ultima foto raffigura tre gruppetti di scacchisti. Sono addossati a una baracca. Un capannello di curiosi, in piedi, li osserva.
Lo stesso fecero le SS a Mauthausen. Menzogne che l’obiettivo dello spagnolo Francisco Boix, il fotografo di quel lager, riuscì a smascherare. L’enorme differenza, spesso, tra le cose che si dicono o che si mostrano e le cose che si fanno. In altri campi le SS distrussero qualunque scacchiera trovassero pur di annientare i legami, le relazioni sociali che il gioco costruiva, per rubare i sussurri. Di roghi se ne intendevano. In Europa suonavano le trombe stonate, luttuose, della storia.
Sì, nei lager si giocava a scacchi. Di nascosto, tra lo schifo di odori, attorniati dal mormorio di ricordi lontani, simile a una preghiera, dalle sussurrate voci di altri compagni di sventura che sorvegliavano non sopraggiungessero le guardie. Giocare era come rifugiarsi in un tempo senza tempo e resistere alle atrocità. Pur sapendo di dover morire e dell’inutilità di cercare risposte dove non ce n’erano. Chi entra all’inferno, se non altro, ci entra col proprio nome. Nei campi, i deportati erano solo un numero di matricola.
Il gioco era molto popolare tra gli ebrei. Facile da trasportare, spesso li accompagnava nella fuga dalle loro case. E nei campi di concentramento, che bastava un soffio di vento a farli volare via, continuavano a giocare per sopportare l’insopportabile.

Julius Druckman, deportato poco più che adolescente nel ghetto di Obdovka, in Transinstria, si fece un set in legno: “Sapevo giocare un po’ e mi permetteva di stare con me stesso, di sognare, di sognare cose belle, cose buone… era un istinto psicologico… che in futuro la vita sarebbe stata migliore”.
Alcuni di questi set hanno potuto raccontare di quale storia di sofferenza, di sopravvivenza sono stati testimoni. Altri, invece, sono sopravvissuti senza memoria, senza poter dire chi li ha voluti, né di quale morte sono testimoni. Nel Museo della Seconda Guerra Mondiale, a Danzica, ci sono ventisette pezzi di scacchi fatti di sale. Quando sono stati fatti? Da chi? Per costruire quale senso della vita pur sapendo che non li avrebbe fatti vivere un giorno di più?
Allora la voce rubata di quei giocatori, per i quali anche la parola è diventa gelo, torna a esistere nella letteratura, nei romanzi di John Donoghue, La scacchiera di Auschwitz, di Paolo Maurensig, La variante di Lünenburg e di Stephan Zweig, La novella degli scacchi.
Gli ufficiali SS di Donoghue e Maurensig sfidano un prigioniero in una partita a scacchi mettendo come posta la vita di altri prigionieri. Anche nel romanzo di Meras Icchokas, La partie n’est jamais nulle (La partita non è mai patta), ambientato nel 1943, il comandante del ghetto di Vilnius, in Lettonia, propone al sedicenne Isaac uno scambio: se avesse vinto, i bambini non sarebbero stati deportati e lui sarebbe morto. Se avesse perso, allora sarebbe vissuto ma i bimbi sarebbero partiti per i campi. In caso di pareggio, tutto sarebbe rimasto com’era. In ogni caso Isaac sa che la conclusione sarebbe stata nient’altro che la morte.

Barry Spanjaard, prigioniero a Bergen Belsen, in Germania, per non pensare alla fame che gli torceva lo stomaco barattò le sue due razioni di pane per una scacchiera. Giocò con un amico per tre giorni consecutivi. “Ci siamo concentrati così intensamente sul gioco da dimenticare la fame – ha scritto -. Le giornate passano in fretta. Altri non sono stati fortunati come me” (B. Spanjaard, Don’t fence me in! An American Teenager in the Holocaust, 1988). Barattare la fame con il gioco e sentirsi fortunati. Sembra incredibile. Per Barry fu solo un gesto di resistenza, di affermazione della vita.
A Buchenwald si poterono addirittura organizzare le Olimpiadi degli Scacchi tra gli internati di diverse nazioni. Non servì a risparmiare dalla morte molti giocatori ebrei noti, insieme a una moltitudine di semplici appassionati, di persone che proprio nei lager avevano imparato il gioco. Altri, pochi, riuscirono a fuggire.
Al termine dell’ottava Olimpiade nel 1939, dal 24 agosto al 19 settembre al Teatro Politeama di Buenos Aires, Argentina, le squadre tedesca, vincitrice, e polacca, seconda classificata, non rientrarono in patria. Tartakover e Najdorf, tra gli altri. Il primo settembre la Germania aveva invaso la Polonia.
Emanuel Lasker, campione del mondo dal 1894 al 1921, era fuggito dopo il 1933 dalla Germania in Olanda, poi in Gran Bretagna e in Unione Sovietica. Arrivò infine negli Stati Uniti per morirvi nel 1941 spezzato dal lungo esilio senza potere assistere al crollo di Hitler e al suo delirio di padronanza del mondo.

[Fonte Wikipedia, pubblico dominio] (link)
Gli scacchi per una generazione di ebrei dei ghetti furono un modo per sfuggire alla loro condizione. Proprio nel quartiere di Nalewki, nel 1940, al rabbino Menachem Ziemba, così si narra, venne affidata una scacchiera tenuta insieme da ganci di ferro e sulle cui caselle erano state scolpite lettere in ebraico.
Il famoso talmudista alternava lo studio delle scritture a quello delle partite di giocatori polacchi, come David Janowski o Moishe Lowcki. La voglia di giocare lo portò dal violinista Yehudi Kalecki, ridotto a fare il fabbro. Yehudi aveva giocato e perso contro Akiba Rubinstein.
Ai pezzi mancava una torre bianca. Venne sostituita con un turacciolo. Yehudi vinse. E così nei giorni successivi, mentre alla scacchiera cominciavano a mancare prima una casa, quella in alto a destra, poi altre tre, quindi sette, più di venti, “una sorta di zattera” ormai. I due giocavano a memoria. “Dovettero lasciare sospesi diversi pezzi e alcuni pedoni; poi ritornavano in gioco, miracolosamente, dal nulla, e alla mossa successiva riapparivano”.
Yehudi parlò al rabbino dell’uomo che conta gli ebrei. “Diecimila al giorno. Ne conta diecimila, loro vanno alla stazione, e lui torna a casa, si fa un bagno caldo, e chiede a sua figlia di suonargli qualcosa con il violino. Come si possono contare diecimila persone al giorno?”
Una sera il rabbino vinse grazie al turacciolo tornato dal nulla. Immaginava altre vittorie. Tornò dal fabbro ma non lo trovò. Lo cercò dall’uomo che contava gli ebrei e gli chiese di consegnare una casella di legno bianca all’amico, ormai sul treno. La locomotiva già soffiava.
La notte il vecchio si chiese se tutte le 64 case della scacchiera, con le loro lettere, messe nella posizione corretta “avrebbero potuto salvare il suo amico; o se avrebbero composte tutte insieme il nome di Dio, o anche solo il suo, o anche quello di Yehudi Kalecki, il violinista che sapeva giocare a scacchi e che l’ultima parola che gli aveva detto era stata: Buonanotte” (Ivano Porpora, Un re non muore mai, Utet, 2021).

[Fonte Chessgames.com] (link)
Lo scacchista lettone Vladimir Petrovs morì a 35 anni, il 26 agosto 1943, nel campo di lavoro di Kotlas, in Urss. Aveva criticato l’abbassamento del tenore di vita del suo paese dopo l’annessione sovietica nel 1940. Con lui perirono migliaia di ebrei polacchi. Vladimir, nel 1937, aveva sconfitto a Kemeri, in Lettonia, giocatori del calibro di Alekhine, Keres, Tartakover. Orrori dei pogrom sovietici raccontati nel libro L’altra faccia della luna (Longanesi, 1948) attribuito a Zoe Zajdlerowa.

[Fonte Museo Yad Vashem] (link)
Sono passati quasi 80 anni dalla Seconda Guerra Mondiale. Si sperava in un mondo migliore.

Claudio Mori, giornalista
Un articolo da incorniciare. E poi meditare … Bravissimo Claudio!