Geoffrey Chaucer: Lo scacco matto della Fortuna
(Adolivio Capece)
Geoffrey Chaucer, scrittore, poeta, diplomatico, è considerato il padre della letteratura inglese e anche della lingua inglese.
Chaucer nacque a Londra all’inizio degli anni Quaranta del Trecento, tra il 1340 e il 1345. Prese parte alla Guerra dei Cent’anni contro la Francia; una volta fu fatto prigioniero, ma venne riscattato dal Duca di Clarence. Nel 1366 sposò Philippa Roet, dalla quale ebbe 4 figli.
Chaucer aveva studiato legge, così ottenne incarichi nella corte reale di Edoardo III: ci sono molti documenti che ne testimoniano l’attività ed i successi. Un fatto divertente è che per qualcosa che Chaucer fece per Edoardo III (ma non si sa che cosa) il Re gli concesse un litro di vino gratis ogni giorno per il resto della sua vita.
A partire dall’anno 1399 però Chaucer scompare quasi completamente da tutti i documenti.
Morì nel 1400, si ritiene il 25 ottobre in quanto questa data fu posta sulla sua tomba da Nicholas Brigham nel 1556. Non si sa in base a quale fondamento, ma sembra fosse basata sui pagamenti della pensione che gli era stata assegnata da re Edoardo III: l’ultimo venne fatto il 5 giugno 1400, mentre la successiva rata di ottobre non fu corrisposta.
Fu sepolto nell’Abbazia di Westminster, il primo nell’Angolo dei Poeti.
Sebbene noto per aver tradotto le opere più popolari del suo tempo, ovvero il Romande de la Rose, il De consolatione philosophiae di Boezio e il De contemptu Mundi di papa Innocenzo, Chaucer viene di solito ricordato in particolare per il suo capolavoro, pervenutoci incompleto: The Canterbury Tales.
La data della concezione originale dei Canterbury Tales si fa risalire, al più presto, al 1386 o al 1387.
E’ la storia di una trentina di pellegrini, i cui ritratti nel prologo sono disegnati con sicura e magistrale semplicità, che accettano la proposta dell’oste, Harry Bailly (il cui nome effettivamente si trova nei registri di Southwark): per passare il tempo durante il percorso, ciascuno dei partecipanti deve raccontare due storie nell’andata e due nel ritorno; moderatore e giudice l’oste stesso.
Al ritorno tutti si sarebbero riuniti a cena al Tabard Inn, e il narratore delle migliori storie sarebbe stato invitato a spese degli altri.
Per questa sua opera Chaucer usò il cosiddetto ‘middle English’, evoluzione dell’ ‘old English’ parlato dagli Anglosassoni, elevando la lingua inglese del suo tempo a linguaggio letterario.
Potremmo fare un paragone con quel che aveva fatto Dante utilizzando l’italiano, ovvero il volgare, al posto del latino.
Tuttavia il primo lavoro per così dire autonomo di Chaucer fu un racconto in forma poetica, il Book of the Duchess (Il libro della Duchessa): sembra sia stato scritto tra il 1370 e il 1372, anche se studi recenti ne hanno anticipato la composizione alla fine del 1369. Sarebbe infatti stato scritto per commemorare la morte della moglie di John of Gaunt, Blanche (morta il 12 settembre 1369).
Il Book ricorre, sembra per la prima volta, ad un escamotage che Chaucer sfrutterà poi in diverse sue opere, ovvero un sogno che resta vivido nella mente del Poeta.
Il Book ha, come vedremo, molti riferimenti scacchistici. Il ricorso a questi riferimenti secondo molti commentatori è dovuto alla conoscenza delle opere di Boccaccio (1313-1375 ) e di Dante Alighieri (1265-1321) che nei Canterbury Tales Chauser definisce “grande poeta d’Italia”, e anche di Petrarca, che ancora nei Canterbury Tales definì “il poeta laureato, la cui soave retorica illuminò di poesia tutta l’Italia”. Come è noto, tutti e tre gli italiani nelle loro opere utilizzarono gli scacchi come risorsa letteraria.
E se nella Divina Commedia si trova solo un accenno isolato al gioco, molti più riferimenti si trovano nel Decamerone e ancor più nel Filocolo di Boccaccio, dove viene praticamente descritta una partita.
E anche Petrarca parlò degli scacchi, nel De rimedi dell’una e dell’altra fortuna, dimostrando però di non averne un’alta opinione …
Va detto che Chauser potrebbe aver incontrato personalmente Petrarca a Milano nel 1368. Entrambi infatti erano presenti al matrimonio del duca di Clarence con la figlia del duca di Milano, Chauser al seguito del duca inglese.

Altri riferimenti scacchistici Chaucer li trasse dal Roman de la rose, l’opera poetica francese che con i suoi 22.000 versi fu la più lunga e più influente del tardo Medioevo e che Chauser tradusse. Per esempio quando nel Book (versi 662-664) accenna ad “Attalo (questo era il suo nome), l’inventore di questo gioco”.
Nel Roman de la rose infatti nei versi 6687-88 è scritto “Attalo qui des esches controuva l’us” con riferimento ad Attalo III, nato nel 170 a.C. e re di Pergamo (città greca dell’Asia Minore, nella moderna Turchia) dal 138 al 133 a.C.
Ma a questo punto la domanda sorge spontanea: Chaucer sapeva giocare a scacchi? La risposta sembra essere positiva. Ma ovviamente giocava con le vecchie regole, cioè quando la Regina (che pure è la protagonista del Book of the Duchess) non aveva ancora la possibilità di movimento che avrebbe avuto dopo non molto tempo. Per cui la Regina non era il pezzo principale ed era in realtà ancora la vecchia “fers” araba.
Con questi chiarimenti veniamo al Book of the Duchess in cui, come abbiamo detto, Chaucer usa per la prima volta l’escamotage del sogno del Poeta.
Ma prima che il Poeta si addormenti c’è un accenno agli scacchi, quando Chaucer assegna al gioco un ruolo subordinato sottolineando che è sempre preferibile leggere libri, argomento che appare nel brano seguente: “Di recente, l’altra notte, quando mi sono reso conto che non riuscivo a dormire, mi sono seduto sul mio letto e ho mandato qualcuno a portarmi un libro, le ‘Metamorfosi’ di Ovidio per leggerlo e passarci la notte. Pensavo che leggere fosse meglio che giocare a scacchi…”
Poi finalmente il Poeta si addormenta e sogna di trovarsi in una stanza coperta di dipinti: i vetri delle finestre con le storie di Troia (Ettore e Priamo, Achille e Laomedonte, di Paride ed Elena), i muri con le scene del Romanzo della Rosa.
Nel sogno il Poeta sente i rumori della caccia, il soffiare del corno, i latrati dei cani: allora abbandona la stanza e si unisce ai cacciatori.
I cani vengono sguinzagliati e la caccia ha inizio lasciando indietro il Poeta e un piccolo cane che egli seguirà nella foresta.
Nella foresta incontra un Cavaliere vestito di nero che si lamenta con voce addolorata avendo osato giocare una partita a scacchi con la Fortuna.
“La mia audacia si è mutata in umiliazione, maledetto il giorno in cui la Fortuna giocò a scacchi con me!”
I versi sono così lamentosi che il Poeta si scusa con il Cavaliere per aver ascoltato le sue parole e chiede quale possa essere stata la causa scatenante di tanta disperazione, invitandolo a raccontargli il suo dolore: in questa maniera, e con l’aiuto di Dio, potrà cercare di alleviarlo.
Il Cavaliere lo ringrazia e gli spiega che mai nessun uomo può alleviare quel dolore, nessun medico può guarirlo, né Ippocrate né Galeno. La vita e i piaceri gli sono diventati disgustosi. La Morte stessa gli è nemica: desidera di morire ma la Morte gli è contraria. La rincorre ma lei sfugge.
Poi il Cavaliere comincia a raccontare. Tutto è accaduto per colpa della Fortuna a causa di una partita a scacchi che hanno giocato insieme: la Fortuna è falsa, traditrice e astuta, promette tutto e non mantiene nulla… Senza fede e senza legge. Gira la sua ruota falsa ora ad un lato ora all’altro.
Fortune the false hath played a game
Of chess with me, alas! the while!
Thath traitress false and full of guile.
“Era una giocatrice più abile di Attalo (questo era il suo nome), che era l’inventore di questo gioco. Dio avrebbe voluto che sapessi sugli scacchi tanto o il doppio di quanto ne sapeva Pitagora! Avrei giocato meglio e avrei protetto meglio la mia Regina.”
“Anche se, per cosa? Penso davvero che non ne sarebbe valsa la pena. Non sarebbe stato meglio per me, perché la Fortuna conosce tutti i trucchi e pochi conoscono i suoi (…). E dico ancora di più: quando mi strappò la mia Regina, se avessi potuto fare di mia volontà, avrei fatto la stessa mossa. A causa di quella mossa ho perso la mia felicità! Ah, quando mai sono nato!”
Dunque la Fortuna ha giocato a scacchi con il Cavaliere e con le sue mosse ingannevoli gli ha catturato la Regina. A nulla sono valsi i tentativi del Cavaliere per proteggere la Regina. Eppure fino a quel punto aveva giocato a scacchi al meglio delle proprie possibilità. E quando ha visto che la sua Regina era perduta, ahimè, non è riuscito più a giocare.
At chess with me she came to play,
And by false moves, ere I had seen.
She stole on me and took my queen.
And when I saw my queen was gone,
Alas! I could not then play on …

Ma il Poeta non coglie la metafora, per lui “Reine Blanche” è semplicemente la “Regina bianca”, cioè la Regina dello schieramento bianco, quindi non il pezzo più importante, così supplica il Cavaliere di non turbarsi tanto per una semplice partita a scacchi.
Il Poeta teme che il Cavaliere tenti il suicidio e si lancia in una lunga citazione di casi famosi (Socrate, Didone, ecc).
No, il Poeta non capisce tutto il dolore del Cavaliere e il suo costante pensiero alla morte: come può averli causati la semplice perdita della Regina al gioco degli scacchi?
“Davvero, anche se tu avessi perso una dozzina di Regine, avresti avuto gli altri pezzi, e se ti fossi suicidato per il dolore, saresti condannato in questo caso, proprio come lo fu Medea, che uccise i suoi figli per Giasone (…) Ma non c’è uomo al mondo a cui la perdita della Regina a scacchi possa causare questo dolore!”
But no man is there drawing breath
That for a queen would make such woe!
A questo punto il Cavaliere aggiunge che avanzando un pedone al centro della scacchiera, la Fortuna ha gridato: ‘Scacco!” e poi “scacco matto!’” e con il pedone gli ha dato scacco matto proprio al centro della scacchiera.
Therwith Fortune seyde, “Chek here!”
And “Mate!” in mid pointe of the chekkere
With a poune erraunt, allas!
Il Poeta fraintende di nuovo la metafora scacchistica e chiede al Cavaliere di finire la storia per spiegare la sconfitta.
Il Cavaliere comincia allora a narrare le vicende di una vita spesa nella lunga ricerca di una donna che superasse in bellezza tutte le altre e a cui dedicare il proprio amore.
Il Cavaliere si dilunga sulla donna dal nome “buono e gentile: Blanche”.
Il Poeta si sente così raccontare dal Cavaliere del tanto tempo che dovette trascorrere perché l’amore fosse corrisposto per durare, in perfetta armonia, per molti anni e poi si lascia sfuggire la notizia della morte di lei.
Così finalmente diventa chiaro anche per il Poeta che la Regina degli scacchi era in realtà la Donna amata dal Cavaliere e che essa è morta.
Siamo alla conclusione del racconto, il Poeta si sveglia. Riflettendo sul sogno lo trova così bello che decide di metterlo subito in versi.
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