Donne che sognano gli scacchi
Marie de Rabutin Chantal, Madame de Sévigné. Dipinto di Claude Lefèbvre
(Claudio Mori)
“Io sono pazza di questo gioco!” scriveva Madame de Sévigné (1626 – 1696), la marchesa, in una lettera del 7 febbraio 1680 alla figlia Françoise, contessa di Grignan: “Ieri ho ricevuto una lettera di raccomandazione che mi avete scritto il giorno di Ognissanti. Questo signore mi ha detto che voi giocavate qualche volta a scacchi: io sono pazza di questo gioco, e darei molto denaro per conoscerlo solo come mio figlio e come voi. È il più bello e il più ragionevole di tutti i giochi; l’azzardo non vi prende parte; ci rimproveriamo e ci ringraziamo a vicenda; la felicità è nella tua testa”. E aggiunge che a Pomponne, pochi chilometri a nord di Parigi, dove era ospite del Signore del posto, tutti giocavano a scacchi, uomini, donne, e ragazzi.
La marchesa ha 54 anni ed è vedova da quando ne aveva 25. Alla figlia, dopo che si è sposata nel 1669 con il conte di Grignan, scrive tre, quattro volte la settimana.
Ancora il 28 febbraio, un mercoledì, le scrive: “Mi dici degli scacchi quello che ho pensato spesso; Non trovo nulla che sminuisca così tanto l’orgoglio; questo gioco fa sentire la miseria e i limiti della mente: credo che sarebbe molto utile a qualcuno che amasse queste riflessioni. Ma, d’altra parte, questa previdenza, questa penetrazione, questa prudenza, questa precisione nel difendersi, questa abilità nell’attaccare, il successo che dipende dalla propria buona condotta, tutto ciò affascina, e dà una soddisfazione interiore che ben potrebbe nutrire l’orgoglio. Dunque non ne sono ancora del tutto guarita, e voglio convincermi un po’ di più della mia imbecillità”.
La marchesa è donna di grande intelligenza, di spirito vivace. Del gioco ha ben compreso gli aspetti fondamentali, l’impegno mentale, la necessità di adottare tattiche diverse per attaccare o per difendersi, quanto poco conti la fortuna. Non è escluso che abbia letto sull’argomento i consigli che dispensava il Mercure Galant, il principale periodico dei nobili del XVII° secolo, e magari anche qualche trattato. Nel 1669 era uscito in francese quello di Gioacchino Greco, il Calabrese: Le jeu des echets traduit de l’Italien de Gioachino Greco.
La marchesa ammira anche l’assenza dell’azzardo nel gioco. A questo proposito, ancora sul Mercure Galant, agosto 1688, si dice che è vero che nel gioco si cerca anche qualche utilità, ma in maniera nobile, ben diversa “da quel guadagno interessato che l’avarizia cerca in altri giochi”. Proprio qualche anno prima Gioacchino Greco, a Parigi tra il 1622 e il 1625, aveva spennato tutti gli aristocratici che lo sfidavano.

Gli ambienti che frequenta la marchesa sono quelli della nobiltà, della corte dove incontra Luigi XIV. È spesso tra gli invitati nel salotto di Nicolas Fouquet, ministro delle finanze. È amica dello scrittore François de La Rochefoucauld e della scrittrice Madame de Lafayette. E tutti sanno giocare a scacchi. Sarebbe persino disposta a spendere molto denaro la marchesa per diventare più brava e non rischiare un giudizio negativo. “[…] Se sapesse quanto questo gioco sia al di là della mia portata, temerei il suo disprezzo”, racconta in altra occasione con falsa modestia alla figlia a proposito del temuto severo giudizio di Pauline, un’amica. Perché lei sogna di essere una buona giocatrice, come fosse un dovere, e le procura una sorta di dipendenza, di malattia, di esclusività, come se gli scacchi fossero un amante geloso che non tollera abbandoni.
Il suo è un piacere solare, diverso dal caso di una “signora che si lasciava svestire senza accorgersene immersa com’era nei misteriosi movimenti della Donna, dell’Alfiere, dei Cavalli” riportato un secolo dopo, nel 1787, dal mensile inglese The Gentleman’s Magazine. Che partita stava giocando questa signora? Dove? Il suo è un gioco ben diverso da quello di Madame de Sévigné, è fatto sulla sua pelle. Forse frequenta uno di quei “Caffè delle donne sfortunate” di cui si occupa tale Mr. Bastard in una sessione del Parlamento. Sfortunate, “soggette a penitenze che sradicano ogni principio di vergogna e riversano su di loro i complicati mali della comune prostituzione”, per le quali il parlamentare chiede siano riformati i processi vessatori della giustizia ecclesiastica anglicana che potevano arrivare alla scomunica. Donne infelici.
Gli scacchi che la signora sogna sono forse un rifugio dove reprimere il rancore, il desiderio di un’altra vita dove la donna non è in presa. Si rifiuta di esibire senza ritegno il proprio fallimento. Si ritira dall’abisso di un mondo al quale cessa di interessarsi, come una farfalla che torna crisalide, e si proietta in un’altra storia come un film sullo schermo bianco. I sogni muoiono all’alba.

Nello stesso periodo, nel mese di luglio, The Gentleman’s Magazine parla diffusamente in due articoli del libro di Benjamin Franklin, The Moral of Chess, pubblicato l’anno prima sulla rivista letteraria Columbian Magazine, in quell’America che Franklin aveva contribuito a fondare pochi anni prima con la dichiarazione d’indipendenza dei coloni inglesi dalla corona di Giorgio III. E a Londra ogni anno, per sei mesi, il più grande giocatore dell’epoca, il francese François-André Danican Philidor, si guadagnava da vivere facendo il maestro di scacchi al Parsloe’s Club. Tutto questo interessa poco alla signora denudata che si aggrappa agli scacchi per sopravvivere. Che forse piange, o che forse è stanca di piangere.
Helena se ne sta distesa sul letto, appagata, completamente nuda, innamorata, felice dopo un amplesso violento. Ha solo l’orologio al polso dal quale pende una medaglietta del Cremlino. “Ho sempre cercato l’amore, e se mi sono sbagliata e non l’ho trovato dove lo stavo cercando, mi sono voltata, con la pelle d’oca, e sono andata via […]” dice di sé, donna ormai matura, giornalista in una radio a Praga.
Ora crede di averlo trovato, l’amore, in Ludvìk, dentro un’anonima stanza di un paesino polveroso della Moravia. Helena crede che tra i loro corpi sia nata un’intesa segreta. “Se la ragione m’ingannasse, se il sentimento m’ingannasse, se l’anima m’ingannasse, il corpo non è perfido, il corpo è più onesto dell’anima” crede Helena.
Ludvìk, invece, l’ha sedotta per vendicarsi del marito di Helena, l’uomo che odiava perché l’aveva fatto espellere dal partito comunista procurandogli anni di sofferenze in miniera. La sua colpa è di avere scritto una cartolina ad un’amica, solo per scioccarla: “L’ottimismo è l’oppio dei popoli! Lo spirito sano puzza d’imbecillità! Viva Trockij! Ludvìk”. Uno stupido scherzo che gli costa caro. In Cecoslovacchia lo spirito dell’epoca ha fede nella vittoria della classe operaia, crede nella rivoluzione socialista in Europa. Il Partito controlla la vita di tutti e ne decide il destino. Pensare diversamente dal sistema non è consentito.
Ma Helena non ha più rapporti con il marito. Ecco allora che la sua diventa “una nudità denudata” scrive Milan Kundera nel suo primo romanzo, Lo scherzo, del 1965. Senza più legami con il marito, solo sé stessa, Helena perde qualunque attrattiva per Ludvìk. È solo un corpo spogliato, come la signora inglese di due secoli e mezzo prima. E non è neppure una ferita dell’anima, luogo dell’immaginario, di forsennate fantasie, capace anche di svilire l’immutabile monotonia della vita del corpo “abbandonandolo alla sua oscillazione, mentre col pensiero (già stanco dei capricci del corpo) corre da tutt’altra parte: a una partita a scacchi, al ricordo di un pranzo, a un libro iniziato…”. Un sogno spezzato.
Tra l’amore fisico e quello dell’anima il dialogo è difficile, a volte impossibile.

Claudio Mori, giornalista
Trovo sempre molto interessanti e anche sorprendenti gli articoli di Claudio Mori e sull’importanza che le donne hanno rivestito nei secoli scorsi nel nostro gioco.
Giovanni