Scacchi matti e scacchisti pazzi
Checkmate (Magritte, 1926)
(Riccardo Moneta)
Sabba da Castiglione, un “prudente monsignore del Cinquecento” (così lo definiva lo storico Adriano Chicco), scriveva nei suoi “Ricordi” di aver più volte visto “prìncipi gravi, maturi, savi, modesti, temperati e patientissimi, perdendo agli scacchi accendersi di tanta collera che, come furiosi e pazzi, gittavano via gli scacchi, li scacchieri, insieme col sacchetto, non senza pericolo di coloro che con essi giuocavano”.
E Chicco aggiungeva non esser stato il religioso milanese Sabba da Castiglione il primo e nemmeno l’ultimo ad esprimersi in tal senso, in quanto, ad esempio, un suo più illustre predecessore, Francesco Petrarca, qualificava gli scacchi come “giuoco da scimmie”, vedendo taluni che usavano “insultare l’avversario, minacciarlo a denti stretti, adirarsi, discutere, fremere”.
Ci sarebbe voluto poi uno scacchista, il campione americano e psicologo Rueben Fine, per portare alla luce nello scorso secolo, in “The Psychology of the Chess Player” (1967) alcune, vere o presunte, pazzie di alcuni noti scacchisti. E al riguardo iniziarono ad apparire notizie e commenti su riviste, specializzate e non.
Era pazzo Paul Morphy, che era ossessionato dalla presenza di un cognato nel quale lui aveva individuato il suo probabile assassino.
Era pazzo Wilhelm Steinitz che curava la sua insonnia con cicli di bagni freddi e che pensava di essere in comunicazione con Dio, al quale riteneva di poter dare addirittura in partita il vantaggio di pedone e tratto.
Era pazzo Alexander Alekhine, il quale si presentava spesso ubriaco in sala gioco al punto da dover rinviare le partite, che non lesinava di orinare sul pavimento delle stesse sale e che alla frontiera non intendeva mostrare il proprio passaporto in quanto “io sono Alekhine, il campione del mondo, e non ho bisogno di passaporto”.
Era pazzo Robert Fischer, per il quale lo scopo principale del gioco degli scacchi consisteva nel sadico piacere di “vedere gli avversari dibattersi” e soffrire, e che, prossimo alla morte, non volle essere ricoverato in ospedale temendo che colà agenti del Mossad israeliano lo avrebbero trovato e ucciso.

Era un poco pazzo John Blackburne, che a 73 anni sconfisse il sessantenne Gunsberg e dopo la partita gli disse “sei ancora troppo giovane per competere con me”.
Era un poco pazzo Josè Raul Capablanca, letteralmente ossessionato dalle donne (quelle vere), le quali per lui erano come dei giocattoli da provare e poi gettare.
Era un poco pazzo Evfim Bogoljubov, il quale affermava che “in questo torneo ho un grande vantaggio: sono il solo a non dover affrontare Bogoljubov!”.
Tutti sono stati in vario modo pazzi, anche se l’unico di loro a varcare la soglia di un manicomio fu Steinitz, e più di una volta.
Ma allora non era pazzo Viktor Korchnoi, il quale affermava che “nessun grande maestro è normale, la differenza fra loro è il diverso tipo di follia”? Eh, no, invece era un poco pazzo anche Korchnoi quando a Merano nel 1981 sosteneva che al suo avversario Karpov arrivavano messaggi in codice grazie allo yogurt.
Sicuramente non era pazzo Arthur Schopenhauer (che infatti non giocava a scacchi) quando scriveva che “nella vita accade come nel gioco degli scacchi: noi abbozziamo un piano, ma esso è condizionato da ciò che si compiacerà di fare nel gioco degli scacchi l’avversario, nella vita il destino”.
Non saranno forse pazzi, ma un po’ “estrosi” sì, due dei più celebri campioni dell’epoca moderna, K & K, Garry Kasparov e Anatoly Karpov. Il primo affermava di rilassarsi lontano dalla scacchiera guardando dei rilassanti film western e di “difendere la razza umana” affrontando il computer IBM Deep Blue. Il secondo, all’apparenza così esile ed innocuo, disse un giorno che negli scacchi si poteva ritrovare di tutto, ma soprattutto si ritrova (e qui mi ricorda un suo distopico connazionale …) “il desiderio di sopraffazione e di annientamento dell’avversario, di poterlo finire senza pietà quando è già a terra”.
Probabilmente è piuttosto pazzo anche il chiacchieratissimo statunitense Hans Niemann, il quale, dopo aver vinto un torneino a Zagabria, osò paragonarsi nientemeno che al grande Bobby Fischer, lui che non è stato nemmeno candidato ad entrare fra i Candidati!
E diciamo pure che assai pazzamente si è comportato di recente perfino una persona assennata come Magnus Carlsen, sbattendo il pugno sul tavolo dopo una partita inopinatamente perduta, in casa, contro il campione del mondo Gukesh.
Era invece pazzo sul serio quel criminale americano che rispondeva al cognome di Payne, il quale giocava a scacchi in galera e, sempre sconfitto dallo stesso avversario, una volta uscito dal carcere, nel 1959, prese in ostaggio una donna e i suoi tre figli pretendendo che in cambio gli fosse consegnato dalle autorità il suo odiatissimo avversario.
Era pure pazzo il protagonista della “Difesa di Luzhin” di Vladimir Nabokov, Luzhin appunto, il quale era convinto che tutte le persone con cui veniva in contatto nella vita non erano altro che pedine mosse da qualcuno che aveva ordito un diabolico piano contro di lui e dalle quali doveva in ogni modo difendersi.

Era pazzo il protagonista della “Novella degli scacchi” di Stephan Zweig, ovvero il contadinotto russo campione del mondo Czentovic, goffo e ignorante quanto presuntuoso e arrogante, il quale rappresentava (il breve romanzo fu scritto nel 1941) come, attraverso un solo strumento, un certo tristo potere tedesco potesse tenere in scacco l’intellighenzia di un intero continente.

Sono probabilmente pazzi anche tutti coloro che giocano a scacchi alla cieca, in quanto, come affermava Morphy (ne “L’arcangelo degli scacchi” di Maurensig), “solo così si può cogliere la vera essenza degli scacchi, la musica del gioco, senza la presenza ingombrante di inutili legnetti”.
Sono infine sicuramente pazzo io stesso, che non vinco una partita da 36 anni e sono qui alle due di notte ad approntare queste quattro righe per domattina nell’assurda speranza di accaparrarmi almeno il terzo posto al premio Nobel della “Bancarella della Garbatella”. Abbiate pietà.
La ringrazio della sua pazzia, signor Riccardo! Articolo intrigante, la sua costanza va celebrata!
Grazie a lei! Spero che ci legga un po’ più spesso di ‘ogni tanto’!
Ottimo. Cercare di sorridere fa sempre bene.
Grazie Fabio. L’importante è non prendersi mai troppo sul serio!
Sono d’accordo. Io infatti alterno pezzi “seri” e documentati ad altri dove devono prevalere il sorriso, l’ironia e l’autoironia.